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Chiara Ferragni: il web insorge per la pubblicità al latte artificiale e il post viene rimosso

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“Ho scelto ++++ perché è simile al latte materno”. E’ il post della blogger Chiara Ferragni che pubblica una foto su Instagram tenendo in braccio il proprio bambino e in bella mostra, un contenitore di latte artificiale, che pubblicizza in maniera non troppo velata (anzi). Dopo qualche ora di critiche feroci, il post è stato rimosso (anche per questioni legali).

“I chose +++ because it is close to breast milk”. Secondo la Ferragni, dunque, il latte artificiale sarebbe simile al latte materno. Una frase che ha suscitato non poche polemiche soprattutto perché lo slogan, l’indicazione della marca del prodotto e la foto in sé, suonano tanto di pubblicità (e neanche tanto occulta).

Non spetta né a noi, né di certo alla Ferragni stabilire cosa sia meglio per i propri figli: ogni mamma ha le proprie esigenze ed è giusto che si senta libera di nutrire il neonato come vuole e come meglio crede. Ma da qui a dire che il latte materno e quello artificiale siano simili, ce ne vuole davvero.

Il tema è da sempre controverso e dibattuto. Ma che il latte materno possa essere considerato addirittura un vero e proprio “farmaco” che fa bene a mamma e bambino lo dicono gli esperti della Società italiana di neonatologia, e non solo. L’Assemblea mondiale della sanità con una risoluzione dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) consiglia e promuove il latte materno riconoscendolo come fondamentale almeno nei primi sei mesi di vita del neonato.

In Italia è illegale pubblicizzare questi prodotti

Ma qui il punto è anche un altro e va al di là delle scelte personali, di giudizi e pregiudizi, perché la blogger Ferragni con il suo post ha violato la legge. In Italia è illegale reclamizzare il latte artificiale per neonati, lo dice chiaramente il decreto 9 aprile 2009, n. 82, in attuazione della direttiva 2006/141/CE. Riferimenti si trovano anche nel Codice internazionale sulla commercializzazione dei sostituti del latte materno Oms/Unicef.

“Molto grave che la Ferragni scriva che il latte artificiale sia simile a quello materno”, scrive su Facebook International Baby Food Action Network, la rete che da sempre si propone di far avvenire miglioramenti duraturi nelle pratiche alimentari di neonati e bambini.

Non discutiamo quindi la scelta della Ferragni di nutrire suo figlio con il latte artificiale, ma discutiamo il modo subdolo di fare pubblicità a un prodotto di marca. La blogger vive negli Stati Uniti dove non vige il divieto di reclamizzare il latte artificiale, ma il post è visibile in Italia dove esistono norme severe.

Vista la rimozione immediata qualche dubbio sarà venuto anche al suo staff.

Latte artificiale spesso nella bufera

Tempo fa vi avevamo parlato del fatto che il latte in polvere per neonati può contenere olio di palma e contaminanti pericolosi oltre la dose giornaliera. Dalle analisi condotte lo scorso anno da Altroconsumo su diversi marchi di latte in polvere erano emersi dati davvero preoccupanti. Nel latte artificiale infatti possono essere presenti oli di scarsa qualità come olio di palma e olio di colza e contaminanti pericolosi per i più piccoli.

A gennaio di quest’anno, ben 83 nazioni sono state coinvolte nella vicenda del latte in polvere per neonati contaminato da salmonella. Partito dalla Francia, l’allarme ha fatto il giro del mondo. A fine mese, nonostante il richiamo dei prodotti, erano stati riscontrati 35 casi di contagio da salmonella fra i neonati con età inferiore ai sei mesi residenti in diverse regioni della Francia. Di questi 16 erano stati addirittura ricoverati.

La bellezza dell’allattamento al seno

Non è la prima volta, comunque, che la blogger finisce nella bufera parlando di allattamento al seno. Fin dal secondo mese, ha scelto di nutrire Leone non solo al seno, ma anche con i biberon (riempito sia del suo stesso latte che di quello artificiale) dicendo di adorare le persone che allattano fuori casa, ma che lei avrebbe paura di essere fotografata al parco e al ristorante.

Ci viene un po’ da sorridere visto il lavoro che ha scelto di fare, visto che la foto di Leo è stata pubblicata forse a 4 minuti dal parto e che i seguaci conoscono ogni centimetro del corpo della blogger, ma anche su questo non discutiamo.

Una cosa sola lasciatecela dire: è bellissimo vedere una mamma che allatta e tanti vip per fortuna lo fanno senza remore, da Gisele Bundchen a Bianca Balti fino Eva Riccobono. 

Qualunque sia la scelta di ogni donna, l’allattamento non dovrebbe essere strumentalizzato, utilizzando metodi subdoli di guadagno.

Fonte https://www.greenme.it

Usa, Onu a Trump: ‘Inaccettabile separare migranti dai figli’. Deputato dem: ‘Bimbi chiusi in gabbie’. Melania critica il marito

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migranti messico

E’ è il monito lanciato a Ginevra dall’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Zeid Raad al-Hussein durante la sessione del Consiglio per i diritti umani. Per la prima volta la first lady parla apertamente di politica e interviene su quanto sta succedendo al confine con il Messico, dove 2mila bambini sono stati separati dalle loro famiglie perché entrate illegalmente in territorio americano

L’Onu punta il dito contro Donad Trump per la pratica pratica in vigore negli Stati Uniti di separare i figli dai genitori migranti che entrano illegalmente dalla frontiera con il Messico. La prassi “è inaccettabile e crudele“, è il monito lanciato a Ginevra dall’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Zeid Raad al-Hussein. “Pensare che uno Stato possa cercare di dissuadere i genitori infliggendo tali abusi sui bambini è inammissibile”, ha detto al-Hussein aprendo una sessione del Consiglio per i diritti umani. La vicenda è quella che riguarda 2mila bambini alla frontiera sud degli Usa che sono stati separati dai lori genitori, colpevoli di essere entrati in territorio americano illegalmente. Un conseguenza della politica di tolleranza zero voluta dall’amministrazione Trump.

Le parole del rappresentante Onu arrivano il giorno dopo l’attacco di Melania Trump alle politiche del marito sui migranti. Per la prima volta la first lady ha parlato apertamente di politica. E lo ha fatto criticando apertamente il marito presidente degli Stati Uniti per come sta gestendo la questione degli immigrati al confine con il Messico. La first lady “odia vedere bambini separati dalle loro famiglie e spera che entrambi gli schieramenti possano alla fine unirsi per ottenere una riforma migratoria di successo”, ha dichiarato alla Cnn la sua portavoce Stephanie Grisham.

Che sia una critica a suo marito e alla sua politica è reso evidente dal secondo pensiero riferito dalla portavoce Grisham. Melania “crede che dobbiamo essere un Paese che segue tutte le leggi ma anche un Paese che governi col cuore“, ha aggiunto. Del resto la first lady ha indicato il sostegno e la difesa dei bambini come la priorità della sua piattaforma sociale Be best, lanciata recentemente. E il suo prolungato silenzio sulla vicenda, da giorni uno dei principali titoli dei media americani, cominciava a fare rumore. Oggi le tv hanno cominciato a trasmettere anche le immagini delle tendopoli dove sono trattenuti i bimbi e delle proteste di molti attivisti.

Cosa succede al confine Messico-Usa – La scelta di Trump di rimanere intransigente di fronte ai clandestini che fuggono dalle violenze dell’America centrale ha suscitato riserve tra gli stessi repubblicani, indignazione tra i democratici e i leader religiosi. Recentemente sono state escluse come base per le richieste di asilo anche la violenza domestica e quella provocata dalle gang criminali. “Se non vogliono essere separati dai loro figli, non dovrebbero portarli”, aveva ammonito cinicamente il ministro della giustizia Jeff Sessions. L’attorney general ha inoltre scomodato la Bibbia per giustificare la necessità di rispettare rigorosamente la legge, assecondato dalla portavoce della Casa Bianca Sarah Sanders.

Ma Trump continua a scaricare la colpa sui democratici, ammonendoli su Twitter a lavorare con i repubblicani alla nuova legge per l’immigrazione, se vogliono risolvere il problema. Un modo, secondo alcuni osservatori, per costringerli a sostenere uno dei due progetti di legge che saranno messi al voto la prossima settimana alla Camera e al Senato (dove c’è solo un voto di scarto). Ma, ha avvisato il presidente Usa, “qualsiasi legge sull’immigrazione deve contenere”: il completo finanziamento del muro al confine, la fine del Catch and release – la prassi di fermare e rilasciare subito i clandestini – della lotteria dei visti e della catena migratoria, e “basarsi sul merito”.

Deputato democratico: “Bambini chiusi in gabbia” – “Ho visto gabbie piene di bambini. Non è nient’altro che una prigione”. Peter Welch, deputato del Vermont, è uno dei Congressman che ha visitato nelle ultime ore la struttura dove a Brownsville, in Texas al confine col Messico, vengono trattenuti i minori separati dai genitori dopo l’ingresso illegale negli Stati Uniti.
Su Twitter, con una serie di messaggi, Welch descrive il quadro. “La struttura accoglie 1500 ragazzi, è piena. E’ una vergogna”, scrive, contestando in maniera diretta le affermazioni del segretario alla Sicurezza Interna, Kirstjen Nielsen. “Non adottiamo una policy per separare le famiglie al confine. Punto. La narrazione ingannevole”, afferma Nielsen, “è irresponsabile e non produttiva. Come ho già detto tante volte in passato, se cercate accoglienza per la vostra famiglia, non c’è motivo per violare la legge e attraversare illegalmente il confine”.

Welch replica stizzito: “Lei non può dire sul serio – scrive rivolgendosi a Nielsen – sono appena arrivato a Casa Padre a Brownswille con il senatore Jeff Merkley. Qui ci sono 1500 ragazzi, abbiamo visto bambini in gabbie chiuse con catene. Da soli. Non c’è un genitore qui. E’ una vergogna”. “I ragazzi -racconta il deputato in un altro tweet- sono seduti su panchine metalliche, guardano fissi davanti rimanendo in silenzio”.

Immagini analoghe vengono descritte dai giornalisti del Guardianche hanno avuto accesso alla struttura, in una sorta di tour – autorizzato dallo US Border Patrol – nel quale non è stato possibile parlare con i migranti o scattare foto. “Questi ragazzi sono traumatizzati – dice il senatore Merkley – non ha nessuna importanza se il pavimento venga spazzato e le lenzuola piegate. Sono stati separati dai genitori e sono traumatizzati”. Secondo gli agenti presenti nel centro, a ogni individuo viene garantito cibo, accesso alla doccia, abiti puliti e cure sanitarie. La struttura ospita minori non accompagnati, adulti e genitori che non sono stati separati dai figli. A quanto pare tale trattamento, riporta il quotidiano britannico, è stato riservato in alcuni casi a famiglie con bambini di età inferiore ai 5 anni.

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“Nel mio negozio piega gratis alle donne con la pensione minima. Sperando che la politica si svegli”

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L’iniziativa di Salvatore Visone, che lavora nei Quartieri spagnoli a Napoli, è cominciata tre anni fa, quando ha visto una signora avvicinarsi al suo locale, dare un’occhiata al prezzario e poi andarsene. Oggi cerca di coinvolgere anche altri esercenti, “perché se ognuno avesse un po’ più di attenzione verso gli altri l’Italia sarebbe un posto migliore”.

“Chi ha detto che anche a 80 anni una donna non debba sentirsi amata, preparata, in ordine e pure coccolata?”. Salvatore Visone, per tutti Sasi, ha 41 anni ed è originario di Napoli. Il suo negozio di acconciature si trova nel cuore dei Quartieri spagnoli. Da più di tre anni, ormai, porta avanti la sua offerta: messa in piega gratis, tutti i martedì, per le donne con pensione minima. “Se ognuno avesse un po’ più di attenzione verso gli altri l’Italiasarebbe un posto migliore”, sorride.

Tutto è nato un giorno di fine ottobre del 2015, quando Salvatorevede una signora avvicinarsi al suo locale, dare un’occhiata al prezzario e poi andarsene. “Ricordo quel momento come se fosse ora – racconta – Così, da allora, ho deciso di dedicare un’intera giornata alle donne”. Ogni martedì, così, Sasi offre dieci messe in piega gratuite per le signore del quartiere con pensione minima.

Il suo locale in Vico Due Porte a Toledo si è trasformato in un piccolo punto di ritrovo. Ma senza mai approfittarne: “Nessuno è venuto solo per lo sconto – spiega Salvatore –. Anzi, qualche turista, conoscendo l’iniziativa, ha deciso di venire a fare i capelli e poi lasciare un taglio pagato per chi non poteva permetterselo”, continua. In più Salvatore ha provato a fare rete, a coinvolgere anche gli altri lavoratori del quartiere. Come la promozione accordata con la vicina trattoria Da Nennella dove ogni martedì, dopo la messa in piega, le signore potevano usufruire di un pasto gratuito. “Eppure nessuno, ad oggi, ha mai sfruttato l’offerta – racconta Salvatore – Dobbiamo tener conto di una cosa: stiamo parlando di una categoria di persone molto particolare. E molto delicata. Le donne anziane che vivono con la minima hanno una dignità che va al di là dell’immaginabile”.

La reazione dei clienti, comunque, è stata molto positiva. L’opposto rispetto ad altri parrucchieri della città. “Alcuni mi hanno chiamato, consultato. Ma poi subito si sono concentrati sul ritorno d’immagine. Io posso assicurare che l’aspetto economico non c’entra niente in questa vicenda. Né che esiste un guadagno di alcun tipo”.

La decisione di Salvatore nasce anche da una volontà politica ben precisa. “Da tre anni cerchiamo di attirare l’attenzione dei vari politici che promettono di ritoccare le pensioni minime – spiega l’acconciatore napoletano – Ma alla fine non agiscono”. Dal Comune o dalle istituzioni Salvatore non ha mai ricevuto nulla: una mail, una visita, un sostegno simbolico. Eppure nel luglio 2016 è stato premiato con una medaglia al valore civico dall’associazione Carlo La Catena, vigile del fuoco napoletano morto nella strage di Via Palestro, a Milano, nel 1993. “Ricordo ancora la sera della premiazione – sorride Salvatore –. C’erano magistrati, carabinieri, persone che avevano fatto qualcosa di grande per qualcuno o per la città di Napoli. Quando sono salito sul palco ero emozionato e mi sentivo quasi fuori luogo. Tutti mi hanno rassicurato, dicendomi che ognuno fa quel che può, nel suo campo”.

Il futuro? “No, la promozione non avrà termine – sorride Salvatore –. Nel mio piccolo voglio far felice per almeno mezz’ora qualche nonna. E magari toccare la coscienza dei miei colleghi e di qualche politico”. Anzi, il parrucchiere dei Quartieri spagnoli rilancia. “Stiamo lavorando a un progetto di crowdfunding per far allargare la forbice”. Oltre alla messa in piega, così, si potrà donare un taglio, un colore, un’acconciatura ad hoc. “Il tutto sempre riservato alle nostre donne che vivono con una pensione minima”.

Così ogni martedì Salvatore porta avanti la sua piccola battaglia. Nel suo salone, dal nome #Hairstudio76, lo aiutano la sua compagna e una giovane ragazza. “Mia moglie Maria all’inizio era scettica. Poi col tempo ha cambiato idea. Soprattutto da quando ha visto lo sguardo con cui ti ringraziano le persone che non possono permetterselo appena finito il taglio”. Tra i vicoli dei Quartieri spagnoli Salvatore è diventato quasi una star. Qualcuno vuole attribuirgli il premio Nobel. Tuttavia Sasi non lo nasconde: “Mi aspettavo qualcosa di più da una città così generosa come Napoli. Anche da parte delle istituzioni”. Ma il suo lavoro non cambierà. “Se anche un solo parrucchiere, dalla Valle d’Aosta alla Sicilia sposasse la nostra causa – conclude – l’Italia sarebbe un posto migliore. Lo sguardo di quelle donne me lo porterò dentro per sempre”.

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La Germania si compra tutti gli aeroporti greci alla vigilia dell’estate

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aeroporti greci germania

Sarà un caso ma ora tutti gli aeroporti maggiori della Grecia sono in mano a società della Germania, il creditore più severo con Atene a cui chiede austerità e privatizzazioni.

La società aeroportuale tedesca AviAlliance, che possiede al 49% l’aeroporto di Amburgo e il 30% di quello di Dusseldorf in Germania, ha vinto il rinnovo della concessione per 20 anni fino al 2046 dell’aeroporto di Atene per una somma pari a 600 milioni di euro. Nel terzo piano di aiuti da 86 miliardi di euro la Grecia aveva promesso nel 2015 alla Ue e al Fmi di rinnovare la concessione per l’aeroporto della capitale greca, il maggiore del Paese, alla sua scadenza naturale.

Come promesso il governo di sinistra guidato da Alexis Tsipras ha mantenuto fede all’impegno e ieri il Fondo per le privatizzazioni greco (Hradf) ha confermato il rinnovo della concessione alla Aia, l’Athens International Airport, la società che gestisce l’aeroporto di Atene dal 1995.

Più in dettaglio la società aeroportuale tedesca AviAlliance (al 40%) e il gruppo greco Copelouzos (al 5%) hanno una quota complessiva del 45 per cento nella società aeroportulae di Atene ( AIA). Il fondo greco per le privatizzazioni HRADF detiene una quota del 30% e il governo greco del 25%. Il completamento dell’intesa è soggetto all’approvazione delle autorità europee e del Parlamento greco.

LA STRUTTURA
AviAlliance ha delle società holding negli aeroporti di Atene, Budapst, Dusseldorf, Amburgo e San Juan (Portorico). Nel grafico le quote relative di possesso. Fonte sito aziendale AviAlliance

I 600 milioni di euro sono ossigeno per le esauste casse dello stato greco che a luglio deve ripagare 7 miliardi di euro di crediti e che aspetta da un anno la tranche per la seconda revsione del terzo piano. Atene ha approvato circa 100 delle 140 azioni prioritarie richieste dai creditori.

Nel dicembre 2015 il direttore dell’agenzia per le privatizzazioni greche annunciò che il gestore aeroportuale tedesco pubblico Fraport (quello che gestisce l’aeroporto di Francoforte) aveva firmato l’accordo del valore di 1,2 miliardi di euro per la locazione e gestione di 14 aeroporti greci regionali greci, fra cui molti collocati strategicamente nelle maggiori isole turistiche. La Fraport ha vinto il diritto di gestire e sviluppare gli aeroporti per un periodo di 40 anni. Fra gli scali compresi nell’accordo ci sono quelli di Salonicco, seconda città del paese, e delle isole di Creta, Corfù e Rodi.

Insomma dopo gli aeroporti regionali, anche quello di Atene resta nelle mani di investitori tedeschi, il creditore più duro con Atene sempre in prima fila a chiedere austerità e privatizzazioni per ridurre il debito.

www.ilsole24ore.com

 

Coas Governo ITA: La Merkel ci paragona subito alla Grecia

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caos governo ITA

Ecco qua che la leader tedesca non aspetta un attimo per paragonare l’Italia alla Grecia! Intanto lo spread si impenna in maniera preoccupante

L’auspicio ricorrente è che le prossime elezioni consegnino all’Italia un governo stabile, ma soprattutto pro-europeo. Nei commenti pronunciati all’indomani della decisione di Sergio Mattarella di non dare seguito alla formazione del governo Lega-M5s, i leader dell’Ue e i massimi rappresentanti dei principali Paesi e delle istituzioni di Bruxelles rischiano di alimentare il risentimento di coloro che vedono nell’Unione il principale ostacolo all’autodeterminazione dei singoli Stati.

Il commento più forte porta la firma di Angela Merkel. Se il suo portavoce Steffen Seibert in mattinata aveva rilasciato virgolettati calibrati con il bilancino (“Il nostro rispetto per la democrazia italiana e per le sue istituzioni democratiche ci impone adesso di aspettare quale governo reggerà il Paese e con quali idee si rivolgerà a noi e ai partner europei”), nel pomeriggio la cancelliera ha pronunciato parole più politiche: “Vogliamo collaborare con tutti i governi, ma ci sono anche dei principi nell’eurozona”, ha detto la cancelliera rispondendo ad alcune domande sulle difficoltà future con l’Italia al Global Solutions Summit a Berlino. “Ovviamente ci saranno dei problemi – ha tenuto a puntualizzare – anche all’epoca, con la Grecia di Tsipras, ci furono problemi, e poi ci siamo accordati“. “Lavorammo per molte, molte notti fino ad arrivare ad un accordo”, ha aggiunto. Ne vale la pena, per la cancelliera, “l’Italia è un membro importante dell’Ue”. Poco prima, arrivando a Bruxelles alla riunione dei ministri degli Esteri dell’Unione, il ministro per gli Affari europei, Michael Roth, auspicava che “si arriverà presto a un governo stabile e pro-europeo in Italia”.

Unica voce fuori dal coro: Marine Le Pen

A soffiare sul fuoco era stata in mattinata Marine Le Pen: “Per la prima volta dalla crollo dei regimi autoritari in Europa, un Paese europeo viene messo di fronte ad un reale colpo di Stato, il cui obiettivo è sovvertire l’obiettivo delle urne e imbavagliareistituzionalmente la democrazia – si legge in un comunicato diffuso dal Front National, principale partito dell’estrema destra francese, modello della Lega formato nazionale di Matteo Salvini – ovviamente dietro questo colpo di forza dobbiamo vedere la mano di Bruxelles, dei mercati finanziari e della Germania”.

Mentre tutti gli altri si allineano

La Spagna, anche lei impegnata in una crisi politica dopo che il Psoe ha depositato una mozione di sfiducia contro il governo di Mariano Rajoy (che sarà discussa giovedì e venerdì in Parlamento), ha commentato per bocca del suo ministro degli Esteri, Alfonso Dastis. L’incertezza in Italia “non aiuta certamente a garantire la stabilità” di cui “l’Europa ha bisogno in questo momento”, ha dichiarato a Bruxelles. E sulla stabilità ha insistito anche il Belgio: “Bisogna privilegiare soprattutto la messa in campo di un governo stabile”, ha dichiarato il titolare degli Esteri, Didier Reynders, sottolineando che “l’ideale è andare verso un governo con cui l’Ue possa lavorare in modo efficace”.

La fotografia la scatta Clemens Fuest, presidente dell’istituto economico tedesco Ifo, e tra i consiglieri economici della Merkel. “Cottarelli è un ottimo economista” premette Fuest, ma “non penso sia quello che voleva la Germania. Non viviamo in una società di esperti, ma viviamo in una società democratica quindi un governo deve avere il sostegno del Parlamento e questo esecutivo non ce l’ha, dunque temo che i due partiti populisti Lega e 5Stelle ne escano ulteriormente rafforzati“.

Per Fuest “Cottarelli è la migliore intenzione possibile, ma non ha il sostegno del Parlamento e questo aumenta l’incertezza e lascia l’Italia in una situazione economica difficile”. Ora Roma, prosegue l’economista, “si trova davanti due problemi concatenati: un alto debito pubblico e una bassa competitività“. Dunque o porta avanti “un ulteriore consolidamento fiscale, combinato con una moderazione salariale e le riforme strutturali, rimedi dolorosi, o decide di uscire dall’euro. Questo renderebbe più facile ottenere maggiore competitività ma le perturbazioni politiche ed economiche e i rischi sarebbero ancora più gravi”. L’unica strada che Cottarelli può percorrere è “spiegare agli elettori italiani che possono scegliere tra due scenari entrambi non gradevoli”. “Non c’è una via d’uscita facile”, conclude.

 

fonte: Ilfattoquotidiano.it

Autismo non incluso nei Lea. Le Associazioni: “Impugneremo l’atto di intesa”

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autismo bimbi

I disturbi dello spettro autistico escono dai Lea, non sarà più garantito dal Fondo del Servizio Sanitario Nazionale.

E’ successo ieri in Conferenza Unificata , con l’approvazione dell’atto di intesa che aggiorna le nuove Linee di indirizzo in relazione ad autismo e spettro autistico.

Solo un anno fa, vi era stato un timido plauso a quello che sembrava un passo avanti nel riconoscimento dell’autismo, ovvero l’entrata della patologia nei Lea, e la garanzia che ai pazienti fosse garantita dal SSN, l’erogazione di cure e servizi.

Rifacendosi alla legge 134 del 2015, all’articolo 60 si leggeva:

Il servizio sanitario nazionale garantisce alle persone affette dai disturbi dello spettro autistico, prestazioni di diagnosi precoce, cura e trattamento individualizzato”

Oggi la doccia fredda, perché ieri l’atto di intesa che è scaturito dalla Conferenza Unificata del 10 maggio, ha squalificato il documento precedente, cancellando di fatto la legge 134 del 2015 e l’articolo 60.

Nella revisione della linee di indirizzo è stata inserita la clausola:

tali linee di indirizzo saranno realizzate compatibilmente con le risorse disponibili a livello territoriale”.

I servizi e le cure previste per le persone affette da autismo, saranno garantiti dalle Asl e solo in relazione alle risorse finanziare disponibili.

Le associazioni minacciano di impugnare l’atto di intesa.Gli autistici rimarranno privi di cura e di assistenza, rilegandoli allo stato di abbandono.Le famiglie al solito dovranno farsi completamente carico dell’assistenza al proprio caro.

Ricordiamo che negli ultimi 20 anni l’autismo nei bimbi è passato da 1:10.000 a 1:90. E il SSN non è in grado di fornire diagnosi nè precoci nè puntuali, nè servizi o indicazioni realmente utili

Manca la volontà politica di affrontare realmente la peggiore “epidemia” degli ultimi decenni. Il sostegno e l’assistenza scolastica e/o domiciliare sono assolutamente insufficienti, e l’INPS spesso si comporta in maniera illogica e illegittima.

Molte strutture, diurne e non, non sono altro che carrozzoni create ad arte per foraggiare il solito meccanismo delle cooperative che hanno già di default servizi appaltati dagli enti pubblici. E cioè alimentare il vero cancro del tessuto sociale italiano!

Mentre la famiglie sono lasciate sistematicamente sole con i loro problemi; negli ultimi anni la spesa sanitaria è stata tagliata per tutto,tranne che per i vaccini per i quali sono più che triplicati!

Ancora un volta quello che sembrava un passo avanti, indietreggia irrimediabilmente.

da: il sole 24 h – Roberto Mastalia

In Slovenia apre la prima fontana di birra in Europa, ed è gratis

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birra

Nella città slovena di Zalec, la birra scorre a fiumi grazie ad una fontana che la elargisce. Turismo alcolico assicurato

Le fontane sono dei bellissimi monumenti decorativi che spruzzano acqua.E se da questa zampillasse anche della fresca birra?

Che abbiano strane architetture, puttini svestiti con vasi in mano o che siano sculture moderne le fontane allietano sempre la giornata dei cittadini, soprattutto nelle calde giornate di estate. Ce ne sono in tutte le maggiori piazze europee e mondiali. Anche i piccoli paesini ne hanno almeno una per dare un tono di eleganza e bellezza al proprio panorama cittadino.

Ma le fontane non sono solo questo. Insomma se spruzzassero solo acqua sarebbe banale, e sappiamo benissimo che in questo vario mondo non esistono solo cose normali. Chi non conosce ad esempio o non ha mai provato una fontana di cioccolato? Intingere dolce frutta fresca nello scorrere del cioccolato di una fontana sempre in movimento è una bellissima e deliziosa esperienza a cui i più golosi non possono resistere.

La fontana di birra

Ma le dolci fontane di cioccolato caldo e fuso, che scorre incessante non sono l’unica stranezza inventata dagli ingegneri. Gli sloveni hanno una delle maggiori fortune, almeno per gli amanti della bevanda al malto più bevuta nel mondo. Si perché in questo paese dell’Europa dell’est, in cui si consuma un sacco di birra è stata installata la prima fontana che spilla solamente la bevanda dorata.

Se avete mai avuto sogni su strutture che vi permettessero il continuo accesso alla vostra bevanda alcolica preferita, oggi è realizzato. Sembra il sogno di un sommelier, ma in Slovenia la birra scorre a fiumi, o meglio a zampilli. Quindi se volete usufruire di questo particolare privilegio dirigetevi direttamente in Slovenia la prima volta che ne avete la possibilità.

La città

Il comune che ha avuto questa brillante idea è Zalec, nella Slovenia centrale. La cittadina è in realtà un piccolo paesino che conta nel suo territorio poco più di 20 mila abitanti. L’idea era stata annunciata da mesi prima dell’effettiva installazione della fontana. Era stata proposta alla giunta comunale ma dai consiglieri sia per l’ampio amore dei cittadini per la birra, sia per attirare i turisti più golosi.

Come per l’Oktober fest questa fontana muove i greggi di visitatori in cera della bevanda gasata a base di luppolo. Si è creato quindi anche in Slovenia un vero e proprio turismo alcolico. La fontana sembra in realtà uno di quei distributori dell’acqua che si trovano in giro, più che un monumento. Ha 5 spillatori ed è attiva ormai da mesi per tutti gli abitanti e i visitatori. La birra che offre è addirittura di diverse qualità.

 

La lettera di Di Maio per la Terza Repubblica Italiana

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di maio lettera terza repubblica

Luigi Di Maio

Voglio leggervi una lettera. Una lettera che parla della mia generazione, tutte quelle persone che sono nate tra la metà degli anni ’70 e la fine degli anni ’90, quelli che oggi hanno grossomodo tra i 20 e i 40 anni, ed è indirizzata a tutti quelli che ci guardano perchè noi siamo il futuro del Paese, ma che ancora non si fidano del tutto di noi.
Noi siamo stati chiamati in tanti modi. Generazione y, millennials, tanti nomi perchè in fondo chi ci guardava da fuori non ci ha mai capito. La realtà è che siamo la generazione del “nonostante tutto”.

Perché noi siamo quelli che nonostante tutto ce la stanno facendo.
All’inizio sembrava tutto perfetto. I nostri genitori avevano un lavoro e il futuro sembrava assicurato. Poi mentre crescevamo tutto è cambiato all’improvviso e lì per lì non ce ne accorgemmo. Il muro di Berlino che cadeva in diretta Tv. Tangentopoli e Mani Pulite. Il rumore del modem 56k che si diffondeva in casa. L’11 settembre del 2001. Un ordine che era lo stesso da 50 anni si stava sgretolando.

Poi siamo cresciuti e abbiamo fatto l’università perchè ci avevano raccontato che bastava prendere una laurea per avere un posto fisso, guadagnare dei soldi, fare un mutuo e mettere su famiglia. Invece no, non è stato così. Ci siamo trovati ad affrontare un mondo che non eravamo stati preparati ad affrontare. Non è stato facile, anche perchè mentre ci attrezzavamo per prendergli le misure dovevamo sorbirci pure quelli che ci dicevano che era colpa nostra se non riuscivamo ad avere “successo”, se non compravamo la casa, se non ci sposavamo. Ci davano dei bamboccioni.

Non ci siamo abbattuti. Ci siamo evoluti. Abbiamo cambiato mentalità. Ci avevano detto che dovevamo seguire dei binari prestabiliti, ma poi ci siamo accorti che era un binario morto. E allora abbiamo spiccato il volo. Abbiamo mollato i vecchi metodi e abbiamo cominciato a cercare nuove informazioni su internet e le abbiamo trovate. Abbiamo fatto i camerieri per pagarci gli studi. Abbiamo speso un sacco di soldi in affitto, mezzi pubblici e cellulari. Ci siamo inventati nuove professioni. Abbiamo creato startup. Abbiamo fallito innumerevoli volte. Abbiamo viaggiato come mai nessuna generazione prima di noi. Abbiamo imparato le lingue. Siamo andati all’estero a fare esperienza perchè qui le porte erano aperte solo per i “figli di” o per quelli che avevano il doppio dei nostri anni e non avevano nessuna intenzione di mollare il loro posto.

Il mondo è cambiato e allora noi siamo cambiati assieme al mondo, adattandoci ai nuovi contesti. E ora siamo diventati grandi. E vogliamo rivendicare il diritto a guidare il cambiamento di cui il Paese ha bisogno.
Perchè il mondo è cambiato, noi siamo cambiati, ma l’Italia è sempre la stessa. Quelli che comandano, quelli che si candidano a governare sono sempre gli stessi da 20 anni. La mobilità sociale non esiste, i più ricchi di oggi sono gli stessi del secolo scorso. E questo succede solo in Italia. Questo Paese non cambia e non si adatta al mondo perchè chi comanda non vuole cambiare e ci sta portando sempre più giù. Per una evoluzione della specie devono cedere il passo. Non è una minaccia, è una legge biologica, ed è la storia a dircelo.

Noi abbiamo il dovere di cambiare questo Paese, abbiamo la responsabilità di dotarlo delle nostre competenze per farlo entrare dalla porta principale nel mondo che è cambiato. Perché così com’è non si va da nessuna parte. Chiedete a un burocrate di scrivere una poesia. Non ci riuscirà mai.

Il mondo di oggi è caratterizzato dall’incertezza, ma quello che lo rovina è l’assenza di solidarietà. L’orologio dell’apocalisse oggi segna 2 minuti. Vuol dire che ci vogliono 2 minuti per distruggere tutto il mondo. Noi viviamo in quest’epoca di precarietà estrema. Ci siamo adattati, sappiamo cavalcare questa tigre e vogliamo farlo con due obiettivi fondamentali: la massima qualità della vita e il massimo senso della comunità. Vogliamo un lavoro, vogliamo una famiglia, vogliamo una casa. Ma con il Sistema che c’è adesso non lo avremo mai. Bisogna cambiare e adattare al mondo che è cambiato. Noi sappiamo come farlo. La nostra parola d’ordine è una: solidarietà.

Ricordo una famiglia, giovane, una coppia con una bambina che ha una malattia rara. Li ho incontrati mesi fa, in un paese in Lombardia. Per andare al lavoro usavano ogni giorno un ponte sul Po, un ponte a cui una classe politica indegna non si è nemmeno mai curata di fare manutenzione. Quel ponte è stato chiuso e ha peggiorato la vita di decine di migliaia di persone. Devono fare i salti mortali per recarsi al lavoro, per andare a prendere la bambina, hanno costruito una rete di solidarietà tra amici e famigliari, perché è questo che succede in un Paese dove non è mai lo Stato a essere solidale. Questo lo vogliamo e lo dobbiamo cambiare.

Abbiamo lo spirito degli imprenditori, dei commercianti, dei grandi inventori! Che sono quelli che hanno reso grande questo Paese. Gli Olivetti, i Marco Polo, gli Enrico Fermi! Sappiamo che il mondo non è stabile, ma sappiamo anche che è ricco di opportunità che possono essere colte. Guardare il futuro non ci spaventa, ma ci esalta! Gli altri guardano il futuro e vedono il buio, noi vediamo la luce. Siamo noi che dobbiamo aprire l’Italia al mondo. Dimenticheremo la retorica della crescita dello zerovirgola. La stabilità del più zero virgola è una truffa.

E’ una media tra l’1% ricchissimo che diventa sempre più oscenamente ricco senza prendersi nessun rischio e il 99% che rischia ogni giorno ma che diventa meno ricco, o rimane povero o diventa ancora più povero.

Basta tagli e politiche di austerità che ci hanno distrutto la vita. Rovesciamo il paradigma. Noi vogliamo crescere, vogliamo raddoppiare, triplicare, decuplicare, giungere a livelli mai visti prima, non solo nei parametri economici ma nella qualità della nostra vita. Dicono che non lo possiamo fare, ma siamo noi a fissare l’asticella dove vogliamo. L’indicatore non sarà più il PIL, che ormai non è preso più in considerazione nemmeno dagli economisti, ma solo dai vecchi politici che lo usano per giustificare i loro fallimenti. Per loro se il PIL sale dobbiamo essere tutti felici. Questo è il loro ragionamento. Io non capisco questo pensiero, non lo voglio capire. Lo voglio ribaltare. Vogliamo prendere come indicatore la felicità e la qualità della vita. La politica economica che per noi è naturale è quella espansiva, che non significa solo mettere soldi pubblici nell’economia, ma è un modo per rischiare e iniziare finalmente a scommettere sul futuro. Il nostro futuro.

In questi mesi io ho girato tutta l’Italia, in un pulmino, da Nord a Sud. Ho incontrato tantissime persone, studenti, imprenditori, giovani che ce l’hanno fatta, nonostante tutto. Sono persone che mi hanno guardato negli occhi e mi hanno detto che non vogliono demordere, per niente al mondo!

Pretendiamo un ricambio veloce e vogliamo che sia mantenuto costante. La flessibilità deve essere massima per chi prende le decisioni. Io ho il diritto di sapere cosa fa chi ha un incarico. Trasparenza! Se uno non è in grado se ne va. Competenza! Se uno è bravo va avanti. Meritocrazia! Questo è quello che pretendiamo!

Noi vogliamo volare, ma con la tranquillità di sapere che puoi osare perché c’è lo Stato che ti protegge se cadi. Mai più soli e sempre liberi di volare e di rischiare. Uno Stato solidale, ma liberale. Uno Stato a misura di chi vuole il massimo dalla vita. Di chi è disposto a rischiare per dare il massimo alla sua famiglia. Perché sappiamo bene e lo abbiamo vissuto sulla nostra pelle quando siamo andati all’estero, quando abbiamo fatto i camerieri per pagarci gli studi, quando siamo stati accolti da una università straniera perché in Italia non trovavamo spazio, quando ci siamo inventati un lavoro, quando abbiamo fatto una startup, quando abbiamo portato all’estero una idea perché qui non era possibile realizzarla, quando abbiamo aperto la partita iva, che se non rischi non vai da nessuna parte. L’apatia vogliamo combatterla con l’entusiasmo. L’immobilità l’annienteremo con il dinamismo. La precarietà sarà vinta dalla solidarietà!

Non vogliamo più sentire promesse di falsa stabilità da elettrocardiogramma piatto, non vogliamo più sentirci dire che “andrà tutto bene ma fa come ti dico io”. Adesso le promesse vogliamo farle noi perché sappiamo che possiamo mantenerle. Non vi possiamo promettere che andrà sempre tutto bene, anzi ve lo assicuriamo che non sarà così. Il nostro sforzo sarà per ottenere il massimo possibile, per consentire a tutti di avere il massimo di quello che questo Paese offre a ognuno. Ci saranno dei momenti belli e dei momenti difficili. Ma vi prometto che nessuno sarà mai lasciato solo dallo Stato.

La connessione fa la forza è il nostro motto. L’intelligenza collettiva è il nostro conforto. La partecipazione è il nostro stimolo. Noi siamo quelli che nonostante tutto ce la stanno facendo. E, nonostante tutto, questa volta possiamo farcela davvero. Se tutti partecipiamo e scegliamo, allora davvero cambiamo l’Italia. Grazie a tutti!

Ora per la Ue è legittimo licenziare le donne in gravidanza

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legittimo licenziare donne in gravidanza

Una legge nazionale che consente di licenziare la lavoratrice in stato di gravidanza nell’ambito di una procedura di licenziamento collettivo non è contraria al diritto comunitario; ciascuno Stato membro resta, tuttavia, libero di prevedere forme di tutele più forti per le dipendenti madri e gestanti. Con queste motivazioni la sentenza della Corte di giustizia pubblicata ieri (Causa C 103/2016), ha rimosso ogni dubbio sulla legittimità della normativa vigente in Spagna.

La controversia è nata a seguito del licenziamento di una lavoratrice in stato di gravidanza nell’ambito di una procedura di riduzione collettiva del personale avviata da una banca. Tale recesso è stato intimato nel rispetto delle norme spagnole, che vietano il licenziamento delle lavoratrici gestanti salvo il caso in cui il recesso sia dovuto a motivi non riguardanti la gravidanza o l’esercizio del diritto ai permessi e all’aspettativa conseguenti alla maternità.

Il giudice locale ha sollevato la questione del possibile contrasto con le norme della direttiva 92/85, con la quale sono definite misure volte a promuovere il miglioramento della sicurezza e della salute sul lavoro delle donne gestanti, puerpere o in periodo di allattamento.

La Corte di giustizia ritiene infondato questo dubbio, rilevando che il divieto di licenziamento posto dalla direttiva mira a prevenire gli effetti dannosi sullo stato fisico e psichico delle lavoratrici gestanti, puerpere o in periodo di allattamento, che può generare un rischio di licenziamento per motivi connessi al loro stato. Per prevenire questo rischio, sono previste pesanti sanzioni per tutti i provvedimenti che abbiano come presupposto lo stato personale della lavoratrice. Al contrario, osserva la Corte, la direttiva non vieta il licenziamento durante il periodo dall’inizio della gravidanza fino al termine del congedo di maternità, qualora l’atto sia fondato su motivi non connessi allo stato di gravidanza della lavoratrice.

Tali motivi possono essere, precisa la Corte, economici, tecnici o relativi all’organizzazione o alla produzione dell’impresa, e devono essere indicati per iscritto dal datore di lavoro, il quale deve comunicare alla lavoratrice gestante i criteri oggettivi adottati per designare il personale da licenziare.

La Corte prende posizione anche sul regime sanzionatorio applicabile alla fattispecie, precisando che la tutela risarcitoria in favore delle donne gestanti puerpere e in allattamento deve essere accompagnata dall’espresso divieto di recesso per motivi fondati sulla condizione personale della lavoratrice.

La sentenza – nella parte relativa alla possibilità di licenziare le lavoratrici madri nell’ambito di una procedura di riduzione del personale – potrebbe (in linea teorica) legittimare un ripensamento sulla materia, ma non avrà alcun impatto immediato sulle norme vigenti in Italia, che impediscono, anche in caso di procedura collettiva, il licenziamento della lavoratrice madre, a meno che non ci sia una chiusura dell’intera azienda.

Le bollette elettriche non pagate saranno (in parte) a carico degli altri utenti

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Si stima attorno al miliardo di euro l’insoluto totale delle bollette elettriche non pagate dai morosi, non i morosi che oggi s’inteneriscono per San Valentino ma quelli di ben altra specie che evadono la fattura della corrente. Al posto loro ne pagheranno una parte tutti gli altri consumatori elettrici, quelli che saldano con regolarità il conto della luce.
L’hanno stabilito ricorsi e sentenze del Tar e del Consiglio di Stato, e l’Autorità dell’energia ha formalizzato: sarà distribuita fra tutti i consumatori una prima fetta di “oneri generali” elettrici pari a circa 200 milioni arretrati.
Diverse aziende elettriche erano entrate in crisi, e qualcuna aveva addirittura dovuto chiudere i battenti, quando si è trattato di saldare ai fornitori alcune voci parafiscali della bolletta che erano state fatturate ai consumatori ma non erano state incassate. Altre aziende erano state colpite da politiche commerciali poco indovinate.

In sostanza, sulle bollette della corrente già cariche di risarcimenti, di oneri, di voci e di incentivi si aggiunge un nuovo capitolo, ovvero saremo noi consumatori a rimborsare alle società elettriche di distribuzione della luce una parte del buco creato negli oneri parafiscali delle aziende in crisi da chi evade la bolletta della corrente.
Una delibera dell’Autorità dell’energia, appena ribattezzata Arera da quando ha rilevato oltre agli acquedotti anche l’area rifiuti, ha stabilito come ripartire fra tutti gli oneri generali di sistema, una parte parafiscale della fattura elettrica, non pagati dai consumatori morosi. Insomma, una socializzazione di una fetta degli insoluti.

Aziende elettriche in crisi
Diverse società del mercato libero avevano traballato e qualcuna esposta alla drammatica crescita delle bollette non pagate aveva addirittura dovuto chiudere, a cominciare, anni fa, dall’Esperia creata dall’imprenditore Filippo Giusto. Ma il mancato pagamento delle bollette e in alcuni casi anche politiche commerciali poco indovinate nei mesi scorsi avevano buttato fuori dal mercato un plotone di altre società fra le quali un nome forte come Gala, l’azienda di vendita di energia più esposta al fenomeno dei mancati pagamenti.

Morosità miliardaria
Quant’è il valore da saldare? Per ora è impossibile dare una cifra esatta: le morosità complessive rivendicate dalle società elettriche ammontano a cifre superiori al miliardo di euro, ma per ora questa delibera sfilerà dalle nostre tasche una prima fetta di circa 200 milioni.
Altre delibere ancora allo studio dovrebbero essere messe a punto nei prossimi mesi per completare le procedure con cui noi consumatori rimborseremo ciò che non è stato pagato dai furbetti della bolletta.

Alcuni dati però sono sicuri. Nel 2016 il controvalore complessivo del mercato finale dell’elettricità si aggirava sui 61 miliardi di euro (fonte: «Electricity Market Report», Politecnico di Milano, ottobre 2017).

Per quello stesso anno l’Autorità dell’energia, delle reti e dell’ambiente aveva censito richieste di distacchi per morosità per il 2,8% dei consumatori del segmento “maggior tutela” (quello con le tariffe regolate dallo Stato). Sul mercato libero nel 2016 il numero di contatori sigillati per mancato pagamento era arrivato addirittura al 4,7%, il 5,8% di richieste di distacco per i consumatori non domestici come i negozi e gli uffici. (fonte: «Monitoraggio retail», autorità Arera, 2017).

Il canone Rai
Gli oneri generali in bolletta, tra i quali gli incentivi alle fonti rinnovabili e agli “energìvori”, sono pagati dai consumatori ai venditori di corrente, i quali poi devono rigirarli alle società di distribuzione elettrica che consegnano i chilowattora ai consumatori tramite i fili elettrici.

Il problema dei morosi e delle aziende di vendita in crisi si era presentato con l’imposta radio tv (il cosiddetto canone Rai). Il canone dei consumatori morosi non poteva essere pagato dalle società di vendita che fatturavano le bollette non incassate. È stato necessario intervenire con un atto normativo.

Lo stesso si è ripetuto con gli oneri. I fornitori di energia si accollavano gli oneri non riscossi dai clienti finali. Dovevano cioè versarli ai distributori anche se non incassati.

Ci sono stati ricorsi e sentenze finché il Consiglio di Stato ha deciso: l’obbligato al versamento degli oneri di sistema è il cliente finale.

Il turismo delle bollette
Il fenomeno delle morosità è più ricorrente nel Mezzogiorno ed è più forte sul mercato libero, dove si può cambiare fornitore di corrente con un clic del mouse. Viene chiamato “turismo dell’elettricità”, e si basa sul fatto che prima di poter portare a conclusione la sigillatura del contatore ci vogliono carriolate di bollette non pagate. Il “furbetto della bolletta” straccia un po’ di bollette bimestrali e prima che si attivi la procedura di recupero credito cambia vittima, cioè cambia società di fornitura elettrica, con la quale ricomincia.

Il fenomeno sarà frenato quando saranno disponibili i dati su noi consumatori raccolti nella banca dati del Sii, il Sistema informativo integrato, nel quale le società elettriche potranno consultare se il nuovo cliente è corretto oppure se è un fuggitivo delle bollette non saldate .

Un fenomeno simile accade per esempio con i telefonini, con la differenza che nel segmento elettrico non ci sono ancora i contratti prepagati e soprattutto che alla base della fornitura ci sono i costi orgogliosi dell’energia realmente prodotta da una centrale elettrica alimentata con un combustibile costoso.

Alcuni commenti
Ecco Massimo Bello, presidente dell’Aiget, l’associazione dei grossisti e rivenditori di energia: «Il nuovo assetto dovrà evitare che chi svolge un puro servizio di incasso per il sistema (ovvero i fornitori di energia) si ritrovino a sostenere un costo improprio. Qualsiasi iniziativa in tal senso, come i recenti provvedimenti dell’Arera, va nella direzione giusta». Aggiunge Marco Bernardi, presidente di Illumia, una delle aziende del mercato libero: «Il principio secondo il quale le aziende che vendono energia elettrica non saranno più chiamate a riscuotere parti della bolletta, su cui tra l’altro non hanno mai avuto né controllo né vantaggi, è un primo importante passo verso una modalità che rispecchi appieno le responsabilità dei soggetti della filiera: venditori e distributori».

Protestano alcune associazioni dei consumatori. «Quando ci sono da socializzare i profitti si chiamano in causa le aziende, quando invece si devono spalmare i debiti si chiama il consumatore», afferma Luigi Gabriele dell’assocazione Codici; «questa delibera sarebbe solo un incentivo per non perseguire i furbetti del quartierino», aggiunge Marco Vignola dell’Unione nazionale dei consumatori.

I dettagli secondo l’Autorità dell’energia
L’Autorità dell’energia, delle reti e dell’ambiente (Arera) specifica che «il provvedimento citato (deliberazione 50/2018) riguarda solo una particolare casistica, limitata numericamente, e solo una parte degli oneri generali di sistema previsti per legge. In particolare, il riconoscimento individuato dall’Autorità per i soli distributori è parziale e attiene ai soli oneri generali di sistema già da loro versati ma non incassati da quei venditori con cui, a fronte della inadempienza di questi ultimi, i distributori hanno interrotto il relativo contratto di trasporto di energia, di fatto sospendendo così a tali soggetti la possibilità di operare nel mercato dell’energia». Il meccanismo, parziale e circoscritto finalizzato a garantire il gettito degli oneri di sistema da assicurare per legge, «che l’Autorità ha strutturato in tal modo per adempiere ad una serie di sentenze della giustizia amministrativa che hanno annullato le precedenti disposizioni dell’Autorità in tema. La regolazione precedente imponeva ai venditori la prestazione di garanzie finanziarie in favore delle imprese distributrici anche a copertura degli oneri generali di sistema. Le pronunce della giustizia amministrativa sostengono che la legge pone in capo esclusivamente ai clienti finali, e non alle imprese di vendita, ne ai percettori degli incentivi, gli oneri generali di sistema, con la conseguenza che l’Autorità non avrebbe il potere di imporre il citato sistema di garanzie alle imprese di vendita negando che il rischio di mancato incasso degli oneri generali di sistema da parte dei clienti finali sia dei venditori».

 

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