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Autismo non incluso nei Lea. Le Associazioni: “Impugneremo l’atto di intesa”

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autismo bimbi

I disturbi dello spettro autistico escono dai Lea, non sarà più garantito dal Fondo del Servizio Sanitario Nazionale.

E’ successo ieri in Conferenza Unificata , con l’approvazione dell’atto di intesa che aggiorna le nuove Linee di indirizzo in relazione ad autismo e spettro autistico.

Solo un anno fa, vi era stato un timido plauso a quello che sembrava un passo avanti nel riconoscimento dell’autismo, ovvero l’entrata della patologia nei Lea, e la garanzia che ai pazienti fosse garantita dal SSN, l’erogazione di cure e servizi.

Rifacendosi alla legge 134 del 2015, all’articolo 60 si leggeva:

Il servizio sanitario nazionale garantisce alle persone affette dai disturbi dello spettro autistico, prestazioni di diagnosi precoce, cura e trattamento individualizzato”

Oggi la doccia fredda, perché ieri l’atto di intesa che è scaturito dalla Conferenza Unificata del 10 maggio, ha squalificato il documento precedente, cancellando di fatto la legge 134 del 2015 e l’articolo 60.

Nella revisione della linee di indirizzo è stata inserita la clausola:

tali linee di indirizzo saranno realizzate compatibilmente con le risorse disponibili a livello territoriale”.

I servizi e le cure previste per le persone affette da autismo, saranno garantiti dalle Asl e solo in relazione alle risorse finanziare disponibili.

Le associazioni minacciano di impugnare l’atto di intesa.Gli autistici rimarranno privi di cura e di assistenza, rilegandoli allo stato di abbandono.Le famiglie al solito dovranno farsi completamente carico dell’assistenza al proprio caro.

Ricordiamo che negli ultimi 20 anni l’autismo nei bimbi è passato da 1:10.000 a 1:90. E il SSN non è in grado di fornire diagnosi nè precoci nè puntuali, nè servizi o indicazioni realmente utili

Manca la volontà politica di affrontare realmente la peggiore “epidemia” degli ultimi decenni. Il sostegno e l’assistenza scolastica e/o domiciliare sono assolutamente insufficienti, e l’INPS spesso si comporta in maniera illogica e illegittima.

Molte strutture, diurne e non, non sono altro che carrozzoni create ad arte per foraggiare il solito meccanismo delle cooperative che hanno già di default servizi appaltati dagli enti pubblici. E cioè alimentare il vero cancro del tessuto sociale italiano!

Mentre la famiglie sono lasciate sistematicamente sole con i loro problemi; negli ultimi anni la spesa sanitaria è stata tagliata per tutto,tranne che per i vaccini per i quali sono più che triplicati!

Ancora un volta quello che sembrava un passo avanti, indietreggia irrimediabilmente.

da: il sole 24 h – Roberto Mastalia

In Slovenia apre la prima fontana di birra in Europa, ed è gratis

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birra

Nella città slovena di Zalec, la birra scorre a fiumi grazie ad una fontana che la elargisce. Turismo alcolico assicurato

Le fontane sono dei bellissimi monumenti decorativi che spruzzano acqua.E se da questa zampillasse anche della fresca birra?

Che abbiano strane architetture, puttini svestiti con vasi in mano o che siano sculture moderne le fontane allietano sempre la giornata dei cittadini, soprattutto nelle calde giornate di estate. Ce ne sono in tutte le maggiori piazze europee e mondiali. Anche i piccoli paesini ne hanno almeno una per dare un tono di eleganza e bellezza al proprio panorama cittadino.

Ma le fontane non sono solo questo. Insomma se spruzzassero solo acqua sarebbe banale, e sappiamo benissimo che in questo vario mondo non esistono solo cose normali. Chi non conosce ad esempio o non ha mai provato una fontana di cioccolato? Intingere dolce frutta fresca nello scorrere del cioccolato di una fontana sempre in movimento è una bellissima e deliziosa esperienza a cui i più golosi non possono resistere.

La fontana di birra

Ma le dolci fontane di cioccolato caldo e fuso, che scorre incessante non sono l’unica stranezza inventata dagli ingegneri. Gli sloveni hanno una delle maggiori fortune, almeno per gli amanti della bevanda al malto più bevuta nel mondo. Si perché in questo paese dell’Europa dell’est, in cui si consuma un sacco di birra è stata installata la prima fontana che spilla solamente la bevanda dorata.

Se avete mai avuto sogni su strutture che vi permettessero il continuo accesso alla vostra bevanda alcolica preferita, oggi è realizzato. Sembra il sogno di un sommelier, ma in Slovenia la birra scorre a fiumi, o meglio a zampilli. Quindi se volete usufruire di questo particolare privilegio dirigetevi direttamente in Slovenia la prima volta che ne avete la possibilità.

La città

Il comune che ha avuto questa brillante idea è Zalec, nella Slovenia centrale. La cittadina è in realtà un piccolo paesino che conta nel suo territorio poco più di 20 mila abitanti. L’idea era stata annunciata da mesi prima dell’effettiva installazione della fontana. Era stata proposta alla giunta comunale ma dai consiglieri sia per l’ampio amore dei cittadini per la birra, sia per attirare i turisti più golosi.

Come per l’Oktober fest questa fontana muove i greggi di visitatori in cera della bevanda gasata a base di luppolo. Si è creato quindi anche in Slovenia un vero e proprio turismo alcolico. La fontana sembra in realtà uno di quei distributori dell’acqua che si trovano in giro, più che un monumento. Ha 5 spillatori ed è attiva ormai da mesi per tutti gli abitanti e i visitatori. La birra che offre è addirittura di diverse qualità.

 

La lettera di Di Maio per la Terza Repubblica Italiana

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di maio lettera terza repubblica

Luigi Di Maio

Voglio leggervi una lettera. Una lettera che parla della mia generazione, tutte quelle persone che sono nate tra la metà degli anni ’70 e la fine degli anni ’90, quelli che oggi hanno grossomodo tra i 20 e i 40 anni, ed è indirizzata a tutti quelli che ci guardano perchè noi siamo il futuro del Paese, ma che ancora non si fidano del tutto di noi.
Noi siamo stati chiamati in tanti modi. Generazione y, millennials, tanti nomi perchè in fondo chi ci guardava da fuori non ci ha mai capito. La realtà è che siamo la generazione del “nonostante tutto”.

Perché noi siamo quelli che nonostante tutto ce la stanno facendo.
All’inizio sembrava tutto perfetto. I nostri genitori avevano un lavoro e il futuro sembrava assicurato. Poi mentre crescevamo tutto è cambiato all’improvviso e lì per lì non ce ne accorgemmo. Il muro di Berlino che cadeva in diretta Tv. Tangentopoli e Mani Pulite. Il rumore del modem 56k che si diffondeva in casa. L’11 settembre del 2001. Un ordine che era lo stesso da 50 anni si stava sgretolando.

Poi siamo cresciuti e abbiamo fatto l’università perchè ci avevano raccontato che bastava prendere una laurea per avere un posto fisso, guadagnare dei soldi, fare un mutuo e mettere su famiglia. Invece no, non è stato così. Ci siamo trovati ad affrontare un mondo che non eravamo stati preparati ad affrontare. Non è stato facile, anche perchè mentre ci attrezzavamo per prendergli le misure dovevamo sorbirci pure quelli che ci dicevano che era colpa nostra se non riuscivamo ad avere “successo”, se non compravamo la casa, se non ci sposavamo. Ci davano dei bamboccioni.

Non ci siamo abbattuti. Ci siamo evoluti. Abbiamo cambiato mentalità. Ci avevano detto che dovevamo seguire dei binari prestabiliti, ma poi ci siamo accorti che era un binario morto. E allora abbiamo spiccato il volo. Abbiamo mollato i vecchi metodi e abbiamo cominciato a cercare nuove informazioni su internet e le abbiamo trovate. Abbiamo fatto i camerieri per pagarci gli studi. Abbiamo speso un sacco di soldi in affitto, mezzi pubblici e cellulari. Ci siamo inventati nuove professioni. Abbiamo creato startup. Abbiamo fallito innumerevoli volte. Abbiamo viaggiato come mai nessuna generazione prima di noi. Abbiamo imparato le lingue. Siamo andati all’estero a fare esperienza perchè qui le porte erano aperte solo per i “figli di” o per quelli che avevano il doppio dei nostri anni e non avevano nessuna intenzione di mollare il loro posto.

Il mondo è cambiato e allora noi siamo cambiati assieme al mondo, adattandoci ai nuovi contesti. E ora siamo diventati grandi. E vogliamo rivendicare il diritto a guidare il cambiamento di cui il Paese ha bisogno.
Perchè il mondo è cambiato, noi siamo cambiati, ma l’Italia è sempre la stessa. Quelli che comandano, quelli che si candidano a governare sono sempre gli stessi da 20 anni. La mobilità sociale non esiste, i più ricchi di oggi sono gli stessi del secolo scorso. E questo succede solo in Italia. Questo Paese non cambia e non si adatta al mondo perchè chi comanda non vuole cambiare e ci sta portando sempre più giù. Per una evoluzione della specie devono cedere il passo. Non è una minaccia, è una legge biologica, ed è la storia a dircelo.

Noi abbiamo il dovere di cambiare questo Paese, abbiamo la responsabilità di dotarlo delle nostre competenze per farlo entrare dalla porta principale nel mondo che è cambiato. Perché così com’è non si va da nessuna parte. Chiedete a un burocrate di scrivere una poesia. Non ci riuscirà mai.

Il mondo di oggi è caratterizzato dall’incertezza, ma quello che lo rovina è l’assenza di solidarietà. L’orologio dell’apocalisse oggi segna 2 minuti. Vuol dire che ci vogliono 2 minuti per distruggere tutto il mondo. Noi viviamo in quest’epoca di precarietà estrema. Ci siamo adattati, sappiamo cavalcare questa tigre e vogliamo farlo con due obiettivi fondamentali: la massima qualità della vita e il massimo senso della comunità. Vogliamo un lavoro, vogliamo una famiglia, vogliamo una casa. Ma con il Sistema che c’è adesso non lo avremo mai. Bisogna cambiare e adattare al mondo che è cambiato. Noi sappiamo come farlo. La nostra parola d’ordine è una: solidarietà.

Ricordo una famiglia, giovane, una coppia con una bambina che ha una malattia rara. Li ho incontrati mesi fa, in un paese in Lombardia. Per andare al lavoro usavano ogni giorno un ponte sul Po, un ponte a cui una classe politica indegna non si è nemmeno mai curata di fare manutenzione. Quel ponte è stato chiuso e ha peggiorato la vita di decine di migliaia di persone. Devono fare i salti mortali per recarsi al lavoro, per andare a prendere la bambina, hanno costruito una rete di solidarietà tra amici e famigliari, perché è questo che succede in un Paese dove non è mai lo Stato a essere solidale. Questo lo vogliamo e lo dobbiamo cambiare.

Abbiamo lo spirito degli imprenditori, dei commercianti, dei grandi inventori! Che sono quelli che hanno reso grande questo Paese. Gli Olivetti, i Marco Polo, gli Enrico Fermi! Sappiamo che il mondo non è stabile, ma sappiamo anche che è ricco di opportunità che possono essere colte. Guardare il futuro non ci spaventa, ma ci esalta! Gli altri guardano il futuro e vedono il buio, noi vediamo la luce. Siamo noi che dobbiamo aprire l’Italia al mondo. Dimenticheremo la retorica della crescita dello zerovirgola. La stabilità del più zero virgola è una truffa.

E’ una media tra l’1% ricchissimo che diventa sempre più oscenamente ricco senza prendersi nessun rischio e il 99% che rischia ogni giorno ma che diventa meno ricco, o rimane povero o diventa ancora più povero.

Basta tagli e politiche di austerità che ci hanno distrutto la vita. Rovesciamo il paradigma. Noi vogliamo crescere, vogliamo raddoppiare, triplicare, decuplicare, giungere a livelli mai visti prima, non solo nei parametri economici ma nella qualità della nostra vita. Dicono che non lo possiamo fare, ma siamo noi a fissare l’asticella dove vogliamo. L’indicatore non sarà più il PIL, che ormai non è preso più in considerazione nemmeno dagli economisti, ma solo dai vecchi politici che lo usano per giustificare i loro fallimenti. Per loro se il PIL sale dobbiamo essere tutti felici. Questo è il loro ragionamento. Io non capisco questo pensiero, non lo voglio capire. Lo voglio ribaltare. Vogliamo prendere come indicatore la felicità e la qualità della vita. La politica economica che per noi è naturale è quella espansiva, che non significa solo mettere soldi pubblici nell’economia, ma è un modo per rischiare e iniziare finalmente a scommettere sul futuro. Il nostro futuro.

In questi mesi io ho girato tutta l’Italia, in un pulmino, da Nord a Sud. Ho incontrato tantissime persone, studenti, imprenditori, giovani che ce l’hanno fatta, nonostante tutto. Sono persone che mi hanno guardato negli occhi e mi hanno detto che non vogliono demordere, per niente al mondo!

Pretendiamo un ricambio veloce e vogliamo che sia mantenuto costante. La flessibilità deve essere massima per chi prende le decisioni. Io ho il diritto di sapere cosa fa chi ha un incarico. Trasparenza! Se uno non è in grado se ne va. Competenza! Se uno è bravo va avanti. Meritocrazia! Questo è quello che pretendiamo!

Noi vogliamo volare, ma con la tranquillità di sapere che puoi osare perché c’è lo Stato che ti protegge se cadi. Mai più soli e sempre liberi di volare e di rischiare. Uno Stato solidale, ma liberale. Uno Stato a misura di chi vuole il massimo dalla vita. Di chi è disposto a rischiare per dare il massimo alla sua famiglia. Perché sappiamo bene e lo abbiamo vissuto sulla nostra pelle quando siamo andati all’estero, quando abbiamo fatto i camerieri per pagarci gli studi, quando siamo stati accolti da una università straniera perché in Italia non trovavamo spazio, quando ci siamo inventati un lavoro, quando abbiamo fatto una startup, quando abbiamo portato all’estero una idea perché qui non era possibile realizzarla, quando abbiamo aperto la partita iva, che se non rischi non vai da nessuna parte. L’apatia vogliamo combatterla con l’entusiasmo. L’immobilità l’annienteremo con il dinamismo. La precarietà sarà vinta dalla solidarietà!

Non vogliamo più sentire promesse di falsa stabilità da elettrocardiogramma piatto, non vogliamo più sentirci dire che “andrà tutto bene ma fa come ti dico io”. Adesso le promesse vogliamo farle noi perché sappiamo che possiamo mantenerle. Non vi possiamo promettere che andrà sempre tutto bene, anzi ve lo assicuriamo che non sarà così. Il nostro sforzo sarà per ottenere il massimo possibile, per consentire a tutti di avere il massimo di quello che questo Paese offre a ognuno. Ci saranno dei momenti belli e dei momenti difficili. Ma vi prometto che nessuno sarà mai lasciato solo dallo Stato.

La connessione fa la forza è il nostro motto. L’intelligenza collettiva è il nostro conforto. La partecipazione è il nostro stimolo. Noi siamo quelli che nonostante tutto ce la stanno facendo. E, nonostante tutto, questa volta possiamo farcela davvero. Se tutti partecipiamo e scegliamo, allora davvero cambiamo l’Italia. Grazie a tutti!

Ora per la Ue è legittimo licenziare le donne in gravidanza

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legittimo licenziare donne in gravidanza

Una legge nazionale che consente di licenziare la lavoratrice in stato di gravidanza nell’ambito di una procedura di licenziamento collettivo non è contraria al diritto comunitario; ciascuno Stato membro resta, tuttavia, libero di prevedere forme di tutele più forti per le dipendenti madri e gestanti. Con queste motivazioni la sentenza della Corte di giustizia pubblicata ieri (Causa C 103/2016), ha rimosso ogni dubbio sulla legittimità della normativa vigente in Spagna.

La controversia è nata a seguito del licenziamento di una lavoratrice in stato di gravidanza nell’ambito di una procedura di riduzione collettiva del personale avviata da una banca. Tale recesso è stato intimato nel rispetto delle norme spagnole, che vietano il licenziamento delle lavoratrici gestanti salvo il caso in cui il recesso sia dovuto a motivi non riguardanti la gravidanza o l’esercizio del diritto ai permessi e all’aspettativa conseguenti alla maternità.

Il giudice locale ha sollevato la questione del possibile contrasto con le norme della direttiva 92/85, con la quale sono definite misure volte a promuovere il miglioramento della sicurezza e della salute sul lavoro delle donne gestanti, puerpere o in periodo di allattamento.

La Corte di giustizia ritiene infondato questo dubbio, rilevando che il divieto di licenziamento posto dalla direttiva mira a prevenire gli effetti dannosi sullo stato fisico e psichico delle lavoratrici gestanti, puerpere o in periodo di allattamento, che può generare un rischio di licenziamento per motivi connessi al loro stato. Per prevenire questo rischio, sono previste pesanti sanzioni per tutti i provvedimenti che abbiano come presupposto lo stato personale della lavoratrice. Al contrario, osserva la Corte, la direttiva non vieta il licenziamento durante il periodo dall’inizio della gravidanza fino al termine del congedo di maternità, qualora l’atto sia fondato su motivi non connessi allo stato di gravidanza della lavoratrice.

Tali motivi possono essere, precisa la Corte, economici, tecnici o relativi all’organizzazione o alla produzione dell’impresa, e devono essere indicati per iscritto dal datore di lavoro, il quale deve comunicare alla lavoratrice gestante i criteri oggettivi adottati per designare il personale da licenziare.

La Corte prende posizione anche sul regime sanzionatorio applicabile alla fattispecie, precisando che la tutela risarcitoria in favore delle donne gestanti puerpere e in allattamento deve essere accompagnata dall’espresso divieto di recesso per motivi fondati sulla condizione personale della lavoratrice.

La sentenza – nella parte relativa alla possibilità di licenziare le lavoratrici madri nell’ambito di una procedura di riduzione del personale – potrebbe (in linea teorica) legittimare un ripensamento sulla materia, ma non avrà alcun impatto immediato sulle norme vigenti in Italia, che impediscono, anche in caso di procedura collettiva, il licenziamento della lavoratrice madre, a meno che non ci sia una chiusura dell’intera azienda.

Le bollette elettriche non pagate saranno (in parte) a carico degli altri utenti

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Si stima attorno al miliardo di euro l’insoluto totale delle bollette elettriche non pagate dai morosi, non i morosi che oggi s’inteneriscono per San Valentino ma quelli di ben altra specie che evadono la fattura della corrente. Al posto loro ne pagheranno una parte tutti gli altri consumatori elettrici, quelli che saldano con regolarità il conto della luce.
L’hanno stabilito ricorsi e sentenze del Tar e del Consiglio di Stato, e l’Autorità dell’energia ha formalizzato: sarà distribuita fra tutti i consumatori una prima fetta di “oneri generali” elettrici pari a circa 200 milioni arretrati.
Diverse aziende elettriche erano entrate in crisi, e qualcuna aveva addirittura dovuto chiudere i battenti, quando si è trattato di saldare ai fornitori alcune voci parafiscali della bolletta che erano state fatturate ai consumatori ma non erano state incassate. Altre aziende erano state colpite da politiche commerciali poco indovinate.

In sostanza, sulle bollette della corrente già cariche di risarcimenti, di oneri, di voci e di incentivi si aggiunge un nuovo capitolo, ovvero saremo noi consumatori a rimborsare alle società elettriche di distribuzione della luce una parte del buco creato negli oneri parafiscali delle aziende in crisi da chi evade la bolletta della corrente.
Una delibera dell’Autorità dell’energia, appena ribattezzata Arera da quando ha rilevato oltre agli acquedotti anche l’area rifiuti, ha stabilito come ripartire fra tutti gli oneri generali di sistema, una parte parafiscale della fattura elettrica, non pagati dai consumatori morosi. Insomma, una socializzazione di una fetta degli insoluti.

Aziende elettriche in crisi
Diverse società del mercato libero avevano traballato e qualcuna esposta alla drammatica crescita delle bollette non pagate aveva addirittura dovuto chiudere, a cominciare, anni fa, dall’Esperia creata dall’imprenditore Filippo Giusto. Ma il mancato pagamento delle bollette e in alcuni casi anche politiche commerciali poco indovinate nei mesi scorsi avevano buttato fuori dal mercato un plotone di altre società fra le quali un nome forte come Gala, l’azienda di vendita di energia più esposta al fenomeno dei mancati pagamenti.

Morosità miliardaria
Quant’è il valore da saldare? Per ora è impossibile dare una cifra esatta: le morosità complessive rivendicate dalle società elettriche ammontano a cifre superiori al miliardo di euro, ma per ora questa delibera sfilerà dalle nostre tasche una prima fetta di circa 200 milioni.
Altre delibere ancora allo studio dovrebbero essere messe a punto nei prossimi mesi per completare le procedure con cui noi consumatori rimborseremo ciò che non è stato pagato dai furbetti della bolletta.

Alcuni dati però sono sicuri. Nel 2016 il controvalore complessivo del mercato finale dell’elettricità si aggirava sui 61 miliardi di euro (fonte: «Electricity Market Report», Politecnico di Milano, ottobre 2017).

Per quello stesso anno l’Autorità dell’energia, delle reti e dell’ambiente aveva censito richieste di distacchi per morosità per il 2,8% dei consumatori del segmento “maggior tutela” (quello con le tariffe regolate dallo Stato). Sul mercato libero nel 2016 il numero di contatori sigillati per mancato pagamento era arrivato addirittura al 4,7%, il 5,8% di richieste di distacco per i consumatori non domestici come i negozi e gli uffici. (fonte: «Monitoraggio retail», autorità Arera, 2017).

Il canone Rai
Gli oneri generali in bolletta, tra i quali gli incentivi alle fonti rinnovabili e agli “energìvori”, sono pagati dai consumatori ai venditori di corrente, i quali poi devono rigirarli alle società di distribuzione elettrica che consegnano i chilowattora ai consumatori tramite i fili elettrici.

Il problema dei morosi e delle aziende di vendita in crisi si era presentato con l’imposta radio tv (il cosiddetto canone Rai). Il canone dei consumatori morosi non poteva essere pagato dalle società di vendita che fatturavano le bollette non incassate. È stato necessario intervenire con un atto normativo.

Lo stesso si è ripetuto con gli oneri. I fornitori di energia si accollavano gli oneri non riscossi dai clienti finali. Dovevano cioè versarli ai distributori anche se non incassati.

Ci sono stati ricorsi e sentenze finché il Consiglio di Stato ha deciso: l’obbligato al versamento degli oneri di sistema è il cliente finale.

Il turismo delle bollette
Il fenomeno delle morosità è più ricorrente nel Mezzogiorno ed è più forte sul mercato libero, dove si può cambiare fornitore di corrente con un clic del mouse. Viene chiamato “turismo dell’elettricità”, e si basa sul fatto che prima di poter portare a conclusione la sigillatura del contatore ci vogliono carriolate di bollette non pagate. Il “furbetto della bolletta” straccia un po’ di bollette bimestrali e prima che si attivi la procedura di recupero credito cambia vittima, cioè cambia società di fornitura elettrica, con la quale ricomincia.

Il fenomeno sarà frenato quando saranno disponibili i dati su noi consumatori raccolti nella banca dati del Sii, il Sistema informativo integrato, nel quale le società elettriche potranno consultare se il nuovo cliente è corretto oppure se è un fuggitivo delle bollette non saldate .

Un fenomeno simile accade per esempio con i telefonini, con la differenza che nel segmento elettrico non ci sono ancora i contratti prepagati e soprattutto che alla base della fornitura ci sono i costi orgogliosi dell’energia realmente prodotta da una centrale elettrica alimentata con un combustibile costoso.

Alcuni commenti
Ecco Massimo Bello, presidente dell’Aiget, l’associazione dei grossisti e rivenditori di energia: «Il nuovo assetto dovrà evitare che chi svolge un puro servizio di incasso per il sistema (ovvero i fornitori di energia) si ritrovino a sostenere un costo improprio. Qualsiasi iniziativa in tal senso, come i recenti provvedimenti dell’Arera, va nella direzione giusta». Aggiunge Marco Bernardi, presidente di Illumia, una delle aziende del mercato libero: «Il principio secondo il quale le aziende che vendono energia elettrica non saranno più chiamate a riscuotere parti della bolletta, su cui tra l’altro non hanno mai avuto né controllo né vantaggi, è un primo importante passo verso una modalità che rispecchi appieno le responsabilità dei soggetti della filiera: venditori e distributori».

Protestano alcune associazioni dei consumatori. «Quando ci sono da socializzare i profitti si chiamano in causa le aziende, quando invece si devono spalmare i debiti si chiama il consumatore», afferma Luigi Gabriele dell’assocazione Codici; «questa delibera sarebbe solo un incentivo per non perseguire i furbetti del quartierino», aggiunge Marco Vignola dell’Unione nazionale dei consumatori.

I dettagli secondo l’Autorità dell’energia
L’Autorità dell’energia, delle reti e dell’ambiente (Arera) specifica che «il provvedimento citato (deliberazione 50/2018) riguarda solo una particolare casistica, limitata numericamente, e solo una parte degli oneri generali di sistema previsti per legge. In particolare, il riconoscimento individuato dall’Autorità per i soli distributori è parziale e attiene ai soli oneri generali di sistema già da loro versati ma non incassati da quei venditori con cui, a fronte della inadempienza di questi ultimi, i distributori hanno interrotto il relativo contratto di trasporto di energia, di fatto sospendendo così a tali soggetti la possibilità di operare nel mercato dell’energia». Il meccanismo, parziale e circoscritto finalizzato a garantire il gettito degli oneri di sistema da assicurare per legge, «che l’Autorità ha strutturato in tal modo per adempiere ad una serie di sentenze della giustizia amministrativa che hanno annullato le precedenti disposizioni dell’Autorità in tema. La regolazione precedente imponeva ai venditori la prestazione di garanzie finanziarie in favore delle imprese distributrici anche a copertura degli oneri generali di sistema. Le pronunce della giustizia amministrativa sostengono che la legge pone in capo esclusivamente ai clienti finali, e non alle imprese di vendita, ne ai percettori degli incentivi, gli oneri generali di sistema, con la conseguenza che l’Autorità non avrebbe il potere di imporre il citato sistema di garanzie alle imprese di vendita negando che il rischio di mancato incasso degli oneri generali di sistema da parte dei clienti finali sia dei venditori».

 

IlSole24ore.com

Vaccini, Lorenzin: no alla proroga oltre il 10 marzo, sì alle multe

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come non vaccinare i propri figli

Non ci saranno proroghe alla scadenza del 10 marzo per l’obbligo di vaccinazione per l’iscrizione a scuola. Lo ha assicurato la ministra della Salute, Beatrice Lorenzin, sottolineando che «i genitori con figli iscritti alle scuole dell’obbligo che hanno deciso di non vaccinare i propri figli pagheranno la sanzione» prevista dalla legge. «Spero – ha aggiunto la ministra parlando a margine di un incontro elettorale a Trieste – che siano veramente pochi, perché mettono a rischio in modo serio la salute dei loro figli e degli altri».

Lorenzin: per i bimbi sufficiente la prenotazione
«Per quanto riguarda i bambini da zero a sei anni – ha ricordato Lorenzini – rimane la pena dell’inammissibilità a scuola per i non vaccinati. La legge tuttavia prevede che se i bambini sono stati prenotati per fare la vaccinazione dopo il 10 marzo, basterà che i genitori presentino copia della prenotazione».

Lo scontro con Raggi
La dichiarazione della ministra arriva a qualche settimana dallo scontro con la sindaca di Roma, Virginia Raggi, che aveva rivendicato la possibilità, anche per i bambini non vaccinati, di restare a scuola. «Il sindaco Raggi se aveva bisogno di chiarimenti, come accade sempre nei rapporti di leale collaborazione tra le istituzioni, poteva benissimo fare una telefonata» ha detto poi ieri Lorenzin, rispondendo alla sindaca che in un’intervista aveva dichiarato: «La ministra ha di fatto detto sì alla nostra richiesta». «Con una nota scritta all’Anci – ha detto Raggi – la stessa Lorenzin ha accettato quello che noi le chiedevamo, ovvero consentire di finire l’anno scolastico a quei bambini che avevano avviato le pratiche della vaccinazione ma che per evidenti ritardi all’interno di Asl e o spedali non sono riusciti a completare l’iter vaccinale».

Cosa prevede la legge
Ai genitori che entro il prossimo 10 marzo non consegneranno il certificato di avvenuta vaccinazione dei propri figli iscritti alla scuola primaria sarà comminata una sanzione amministrativa pecuniaria da 100 a 500 euro, non prima una convocazione da parte della Asl per un colloquio informativo finalizzato a sollecitare l’adempimento. Per i minori da zero a 6 anni che frequentano asili nido o materne, invece, la mancanza di vaccinazione costituisce motivo di «esclusione dal servizio educativo».

Vaccini obbligatori e raccomandati
Per i minori tra zero e 16 anni le vaccinazioni obbligatorie sono dieci: anti- poliomielitica, anti-difterica, anti-tetanica, anti-epatite B, anti-pertosse, anti-Haemophilus influenzae tipo b, anti-morbillo, anti-rosolia, anti-parotite, anti-varicella. Quest’ultima in realtà è obbligatoria solo per i nati dal 2017. Le vaccinazioni che sono invece raccomandate e gratuite per i minori di età compresa tra zero e sedici anni, sono: anti-meningococcica B, anti meningococcica C, anti-pneumococcica, anti-rotavirus.

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Come vivere senza supermercato

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vivere senza suoermercato

Mi è sempre piaciuto raccontare storie. Storie di chi molla tutto, prende e parte. Di chi stravolge le proprie abitudini, di chi cambia strada e va controcorrente. Di giovani che tornano alla terra. Di adulti che si mettono in discussione. Ma mai e poi mai avrei pensato di divenire a mia volta una storia.

E soprattutto non mi sarei mai immaginata che succedesse a causa di una scelta che un tempo avrei reputato insignificante: cambiare modo di fare la spesa.

Non sono mai stata una consumatrice consapevole, un’attivista, un’ecologista. Al contrario! Per una vita sono stata assidua frequentatrice di centri commerciali, attratta dal superfluo, con l’acquisto facile e impulsivo. Una fumatrice compulsiva, come se non bastasse. Insomma, non mi sono mai fatta troppe domande. Non ho mai riflettuto sulle conseguenze delle mie scelte. Fino al giorno in cui, per favorevole congiuntura (lo dico ora, all’epoca non lo sapevo) mi sono trovata disoccupata: senza un impiego, senza un’identità, senza una lira. In quel momento, mentre mi disperavo per aver perso qualsiasi forma di controllo sulla mia vita, ho realizzato che non era così: potevo controllare le mie azioni e ripartire da me. Per esempio, viste le ridottissime possibilità economiche, potevo smettere di buttare soldi per avvelenarmi. Così, dopo 15 anni di onoratissima carriera – a ritmi di un pacchetto di sigarette al giorno, per 365 giorni all’anno e per un costo totale di 20mila euro più o meno – da un momento all’altro ho detto basta.

Grazie a quella decisione ho percepito forse per la prima volta, il potere enorme che avevo nelle mie mani: il potere di scegliere. È stata un’illuminazione! Avete presente il criceto che corre sulla ruota? Talmente affannato nel correre da non accorgersi di non andare avanti. Ecco, smettendo di fumare è come se mi fossi accorta di essere su quella ruota. E di poter scendere, semplicemente fermandomi.

Così ho avuto il tempo di pormi delle domande e di iniziare a informarmi. Ho cominciato a leggere tantissimo: Pollan, Berrino, Moss, Mercalli, Marie-Monique Robin, Pallante e tanti altri autori che mi hanno aperto gli occhi sulle conseguenze dei miei consumi. Dopo il fumo è stata la volta del cibo, poi dei prodotti per l’igiene personale e per la pulizia della casa. Più mi informavo più comprare diventava difficile, fino al punto in cui, ho iniziato a sentirmi a disagio nei supermercati. Non vedevo più i prezzi, le marche, i colori, gli slogan sulle confezioni, ma l’impatto ambientale, sociale e sanitario di quelle merci, l’impronta ecologica, gli imballaggi e i chilometri percorsi. Sapevo leggere le etichette e conoscevo il significato di quelle paroline prima incomprensibili. Mi immaginavo le facce di chi aveva prodotto quelle cose: persone sfruttate, sottopagate o prive di diritti. Vedevo tutto ciò e non volevo più essere complice.

Con quel pensiero è iniziata la mia sfida: era il 2 gennaio del 2015 quando uscendo da un supermercato mi sono ripromessa di non entrarci più. Per un anno. All’epoca non sapevo che quel buon proposito mi avrebbe cambiato la vita. Come non immaginavo che al di fuori dai centri commerciali vi fosse un mondo tanto ricco di opportunità: persone informate e consapevoli, produttori responsabili, veri e propri eroi che ogni giorno faticano per sopravvivere a un sistema che troppo spesso premia la grande distribuzione organizzata (e scellerata) a discapito dei più piccoli e coscienziosi. Grazie a tutti loro la mia spesa è stata rivoluzionata.

Sono partita con un Gruppo d’Acquisto Solidale (GAS), poi ho scoperto mercati contadini, botteghe di quartiere, negozi in cui si compra sfuso e diverse piattaforme online che mettono in contatto diretto produttori e consumatori. Oggi conosco chi produce ciò che acquisto e so dove vanno a finire i miei soldi.

Compro perlopiù a chilometro zero e biologico, che non significa necessariamente certificato bio, quello, per intenderci, che al supermercato ha un reparto apposito, una confezione ultra chic e che di solito costa il triplo. Grazie alla filiera corta e al GAS, il biologico vero è alla portata di chiunque: venduto ancora sporco di terra e dentro una cassetta riciclata. Buono, sano e con un prezzo congruo, in grado di restituire dignità al lavoro di chi lo produce.

Scelgo cibo genuino, per lo più vegetale e integrale, di certo non industriale o raffinato; frutta e verdura di stagione, magari esteticamente non perfetta e non omologata nelle dimensioni, ma con un gusto fantastico. Alla varietà preferisco la biodiversità.

Evito quasi del tutto i derivati animali e soprattutto non compro nulla che provenga da allevamenti intensivi, una delle piaghe ambientali, sanitarie ed etiche più grandi dei nostri tempi.

Autoproduco, ma non tutto, solo le cose facili! Quelle che al massimo richiedono pochi minuti e un paio di ingredienti. Per esempio il deodorante: basta miscelare 2 cucchiai di bicarbonato, 1 di amido di mais e 10 gocce di tea tree oil per farne un barattolo. Tempo 30 secondi, costo pochi centesimi. Al posto di brillantante, anticalcare e ammorbidente uso acido citrico e acqua. E per sostituire disinfettante, smacchiatore, sbiancante e detergente uso il percarbonato di sodio, una sorta di candeggina naturale che, a differenza di quella industriale, non inquina e non fa danni alla salute di chi la utilizza.

Lo sapevate che l’inquinamento domestico fa più danni di quello esterno? Proprio così. Tantissimi prodotti che si adoperano quotidianamente per pulire casa sono in realtà veleno, per noi e per l’ambiente. Perché utilizzarli quindi se le alternative ecologiche sono anche alla portata di tutti?

Ovviamente quel che posso lo compro sfuso, riutilizzando gli stessi contenitori. Così come compro sfuso il sapone vegetale con cui sostituisco shampoo e bagnoschiuma; l’olio di mandorle, che utilizzo come struccante e idratante; il detergente per lavatrice e lavastoviglie totalmente ecologici.

Insomma faccio una spesa a bassissimo impatto ambientale e con un altissimo valore umano, che non ultimo, mi permette di risparmiare tempo e soldi.

Le code alla cassa, la ricerca del parcheggio, il percorso a ostacoli tra le corsie, i sabati pomeriggio passati al centro commerciale per me non sono che lontani ricordi. Ora gran parte della mia spesa la faccio tramite il gruppo d’acquisto: ordino comodamente online, in pochi minuti e dal mio divano e poi vado a ritirare la mia cassetta nella sede del GAS. Lì ci scappano sempre quattro chiacchiere con i compagni del gruppo o qualche produttore e così la spesa è diventata uno dei momenti più gradevoli della settimana.

Anche il mio portafoglio sorride. Molti prodotti che compro, seppur di maggior qualità rispetto a quelli della grande distribuzione, mi costano meno. Per esempio i generi di ortofrutta del mio listino del GAS sono quasi tutti più convenienti di quelli di un noto supermercato: la cicoria la pago 2 euro al chilo, al supermercato costa 2,29; le mele 2.10 euro al chilo, invece di 2,59; le carote 1.60 euro al chilo contro 2,64.

Com’è possibile? Semplice! Niente costi di intermediari, packaging, trasporti, stoccaggio e marketing… tutti aggravi che, nella grande distribuzione, pesano sul prezzo finale di un prodotto fino al 35 per cento o anche di più.

Ovviamente alcuni prodotti li pago un po’ più. Ma va bene così. Se risparmiare significa bassa qualità, tanto inquinamento, produttori strozzati dalle dinamiche della GDO e dal sistema malato delle doppie aste online, io dico: “No, grazie”.

Penso per esempio alle arance: nei supermercati un chilo si aggira su 1.10 euro, mentre i produttori vengono pagati non più di 15 centesimi al chilo. Una miseria dietro cui molto spesso si cela lavoro nero e caporalato. Io le compro a 1,26 euro al chilo, con la certezza però che quei soldi vanno quasi tutti al produttore (biologico) e ai lavoratori, in questo caso contrattualizzati e pagati dignitosamente. Insomma, nel mio piccolo sostengo un’economia diversa: più solidale, etica e giusta.

Ma se tutti facessimo come te quanti posti di lavoro si perderebbero? Lo so che lo state pensando. È una domanda che mi viene fatta spesso. Forse perché sfugge quanti posti di lavoro si perdono – e sono stati persi – a causa della grande distribuzione. Basti pensare a tutti i negozi costretti a chiudere per l’apertura dell’ennesimo centro commerciale; ai paesi in cui le saracinesche sono ormai tutte abbassate; a tutti quei contadini che si trovano sul lastrico per colpa degli standard imposti dalla GDO.

Secondo Coldiretti, in Italia dal 2007 al 2015, oltre 150mila aziende agricole hanno chiuso perché non avevano i volumi di produzione adatti alla grande distribuzione o perché avevano costi più alti dell’agricoltura industriale. Un’assurdità se si pensa che il ricarico dei prezzi sui prodotti agricoli può arrivare fino al 300 per cento a fine filiera: tradotto significa che mentre i produttori sono sottopagati, il consumatore finale deve spendere il triplo del valore di ciò che compra.

Per fortuna oggi molte persone coraggiose hanno deciso di mettersi in gioco, riscoprendo antichi mestieri e inventandosi nuove professionalità in grado di realizzare, oltre a vantaggi personali, benefici per tutti e per il pianeta. Grazie a loro tantissime realtà sostenibili, ecologiche e innovative stanno prendendo piede. Lavori legati all’agro-ecologia, alla custodia di sementi antiche, alla tutela della biodiversità e alla riqualificazione del territorio. Ma anche alle reti alimentari alternative, all’autosufficienza e alla sovranità alimentare.

Realtà da cui dipende il nostro presente e il nostro futuro e che per questo andrebbero sostenute e incentivate. Come? Anche e soprattutto attraverso i nostri acquisti. Quando si fa la spesa si influisce sull’andazzo di questo pianeta più di quanto si possa immaginare. Ogni volta che mettiamo qualcosa nel carrello stiamo decidendo chi favorire e chi boicottare. Ogni acquisto è un voto attraverso cui scegliamo in che mondo e in che modo vogliamo vivere.

Grazie a questa nuova consapevolezza oggi sono una persona totalmente diversa. Tolte le vesti della consumatrice incallita ho scoperto il piacere di scegliere responsabilmente e di conoscere le conseguenze delle mie scelte. È un piacere nuovo, che non conoscevo. Così come non conoscevo il piacere di fare a meno. Che non significa rinunciare. Significa stare meglio senza. È bellissimo! Com’è bellissimo partecipare a una comunità in cui produttori e consumatori sono dalla stessa parte e in cui le relazioni si basano sulla fiducia e sul rispetto.

Ultimo, ma non ultimo, ho assaporato il piacere di tornare a fare. Di saper fare. Che soddisfazione! L’indipendenza è rivoluzionaria. Ti fa sentire libera. Una libertà che mi ha portato a cambiare abitudini, aspirazioni e a riappropriarmi del mio tempo. Dopo aver vissuto per una vita con quel fare un po’ indifferente per cui un problema non è un problema se non è un mio problema, ho deciso di smettere di girarmi dall’altra parte. Anzi! Di impegnarmi per lottare per ciò in cui credo. Non solo per altruismo o per idealismo, ma perché ho scoperto che vivere bene mi fa star bene.

L’AUTORE

Elena Tioli, classe 1982, nata a Mirandola (Mo), romana di adozione. Dopo molti anni passati in redazioni televisive, ora si occupa di ufficio stampa e comunicazione trattando soprattutto temi legati alla politica, alla decrescita e all’ambiente. Freelance per scelta, collabora con diverse realtà ecologiche e solidali. Per passione si interessa di alimentazione consapevole e stili di vita sostenibili. È autrice del blog www.vivicomemangi.it e www.viveresenzasupermercato.it. A febbraio 2017 ha pubblicato il libro Vivere senza supermercato (ed. Terra Nuova) in cui racconta la sua avventura fuori dalla grande distribuzione organizzata.

dal sito: www.beppegrillo.it

Una pianta in casa che funziona come un magnete per la ricchezza e l’energia positiva. Ecco come

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pianta di giada

Questo arbusto sembra offrire benefici straorinari se tenuto in casa o se coltivato.

Le piante d’appartamento, oltre a dare ossigeno, purificare l’aria da polvere ed altri elementi tossici, proteggono dai campi elettromagnetici emessi dalle apparecchiature elettroniche, introducono la bellezza ed energia positiva nelle nostre case e conferiscono un contatto con la natura.

Sono molti gli esperti di Feng Shui in tutto il mondo che affermano che le piante sempreverdi emettono energia positiva, influenzando positivamente tutti i settori della vita, in particolare il business.

Questa pianta porterà fortuna, splendide amicizie e ricchezza materiale nelle vostre case! E’ quindi molto importante averne una!

Nome scientifico: Crassula ovata.

Nomi popolari: Pianta di giada, albero dell’ amicizia, balsamo di giardino, pianta dei soldi, rosa allegra e pianta del dollaro.

Famiglia: Crassulaceae.

Categoria: arbusti, ArbustosTropicais, cactus e succulente, fogliame.

Piante e fiori sono molto importanti per attirare energia. Le piante ci danno ossigeno, puliscono l’aria da polvere e altri materiali tossici e ci proteggono dai campi elettromagnetici nocivi delle nostre apparecchiature elettroniche. Portano bellezza ed energia positiva nelle nostre case e un piccolo contatto con la natura.

 Molti esperti di Feng Shui in tutto il mondo, dicono che ci sono diverse piante che irradiano energia positiva e che quindi influenzano positivamente tutti i settori della vita, in particolare quello degli affari. E, l’affermazione unanime, è che una delle piante più famose per portare buona fortuna, splendide amicizie e ricchezza materiale, è la Crassula, nota anche come pianta di giada.

Molte persone in tutto il mondo sanno che questa pianta è un simbolo di buona fortuna, prosperità generale, fortuna e ricchezza.

Se si desidera congratularsi con qualcuno per un buon affare concluso o un matrimonio, la pianta di giada è una scelta eccellente. La giada è una pietra preziosa, il suo nome significa qualcosa di grande valore. Le sue foglie hanno un bel colore, verde giada, che è sinonimo di crescita e di rinnovamento, mentre la forma delle foglie assomiglia a piccole monete, che attraggono ricchezza materiale e prosperità.

Questa pianta quando viene utilizzata per portare una benedizione finanziaria, deve essere collocata in un angolo a sud-est della vostra casa e si ritiene che ogni nuova foglia, aumenterà la vostra ricchezza.

La pianta di giada propizia anche profonde amicizie, soprattutto quando fiorisce.

Fonte: Farlo Facile

Morto il fondatore di Ikea: viveva da “poveraccio”e ha reso tutti noi più poveri

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Ikea è parte della Globalizzazione che sta desertificando il tessuto economico, sociale e morale

È morto Ingvar Kamprad, fondatore di Ikea. L’imprenditore 91enne era uno degli uomini più ricchi del mondo, ma era famoso per il suo stile di vita frugale. Proprio la vocazione al risparmio, secondo lui, è stato ciò che ha permesso all’azienda di raggiungere il successo a livello mondiale. Kamprad aveva iniziato la sua carriera da ragazzo, vendendo fiammiferi ai vicini di casa, passando poi alla vendita di pesce, decorazioni natalizie, sementi da giardino, penne a sfera e matite.

A 17 anni, per premiarlo dei risultati a scuola, suo padre gli donò dei soldi, che Kamprad utilizzò per costruire il primo stabilimento Ikea, acronimo composto dalle iniziali del suo nome più Elmtaryd, la fattoria di famiglia dove è cresciuto. Nonostante il suo impero da 65 miliardi di euro, era solito comprare vestiti di seconda mano «per dare il buon esempio. È nella natura di Småland essere parsimoniosi».

Peccato che tutta questa tipica epopea ‘idenitaria’ si sia trasformata nel mostro senza confini che è oggi Ikea.

La società come la conosciamo non sopravviverà al ‘governo delle multinazionali’, una plutocrazia estremamente più pericolosa di quelle passate. Sia per la concentrazione di denaro che per l’elefantiasi di queste corporazioni. Oggi la minaccia alla libertà degli individui non arriva dagli Stati, arriva dalle multinazionali: devono essere approvate norme antitrust che le spezzino. Non è concepibile l’esistenza di monopolisti di fatto, sia perché strangolano la concorrenza quindi limitando l’innovazione, sia, soprattutto, perché fanno il deserto del tessuto produttivo e sociale locale.

https://voxnews.info

Niente errore umano. In Italia si muore in treno per strutture fatiscenti ( e guasti segnalati )

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incidente trenord milano

Per la Procura le responsabilità vanno ricercate nel gestore della rete, cioè Rfi. Un operaio aveva avvisato ma si è deciso per un intervento provvisorio

Il guasto c’era eccome. Non al carrello ma alla rete ferroviaria. Tradotto: le rotaie. Non solo, era stato segnalato. Di più: un intervento tampone era stato fatto. Ma il rattoppo con un banale pezzo di legno disgraziatamente non ha retto.

Per comprendere le cause che giovedì mattina hanno provocato il deragliamento del treno di Trenord un chilometro dopo la stazione di Limito di Pioltello nel Milanese provocando la morte di tre donne, oltre a 47 feriti (di cui cinque ancora gravi), bisogna tornare al cosiddetto punto zero, ovvero dove sta il giunto al quale mancano 23 centimetri di acciaio.

Primo dato: gli inquirenti escludono in via quasi definitiva un mal funzionamento del carrello del treno. Gli accertamenti si concentrano sul danno alla rotaia. E le responsabilità si spostano, secondo la Procura, su Rfi e non su Trenord. Il giunto è composto da due barre di acciaio tenute assieme da quattro grossi bulloni, e poi saldate con il segmento di rotaia. Le due barre tra loro non sono unite.

Il dato risulta normale. Cosa succede a questo punto?

Qualche operaio nei giorni precedenti o forse anche settimane fa (la tempistica va accertata) segnala che vi è un disallineamento delle due barre. Dovuto all’assenza di un dado che doveva tenere il bullone. La cosa dunque viene comunicata a Rfi, questa è l’ipotesi investigativa. A quel punto cosa succede?

Viene dato l’ordine di intervenire. L’intervento è però solo provvisorio. E questo, secondo la Procura, con buona probabilità produrrà l’incidente. La scientifica infatti ha trovato sotto al giunto un pezzo di legno messo appositamente per tenere allineate le barre. Quando è stato messo è ancora da accertare.

Il dato è che però quel legno, forse per uno svuotamento della massicciata, si abbassa non reggendo più il giunto e disallineando le barre.

E torniamo all’alba di giovedì, quando il treno passa.

Secondo la ricostruzione, le ruote delle prime carrozze passando sopra al giunto che ha, evidentemente, una barra più alta dell’altra, strappano il pezzo di metallo. A quel punto la terza vettura o forse la quarta (non la quinta e la sesta che resteranno sui binari) sobbalzano sull’avvallamento. Le ruote del carrello però non cadono subito.

In particolare quelle esterne per qualche minuto continuano a correre sullo spigolo delle rotaie. Poi scendono, ma poi tornano sopra, dando la sensazione di un sobbalzo. Quindi le ruote scendono definitivamente. E questo è provato dai segni sulla massicciata e sulle traversine. Il treno, va ricordato, corre a 140 chilometri orari.

Oltre la stazione di Limito di Pioltello le ruote si allargano sempre più verso l’esterno colpendo due pali. Alla fine il deragliamento è provocato dal gancio tra un vagone e un altro che non regge più la pressione e si stacca. A quel punto una delle carrozze, la terza, si gira a novanta gradi piegandosi attorno a un palo dell’alta tensione.

A quanto risulta poi il macchinista originario di Cremona non si accorge dei sobbalzi iniziali. Almeno questo ha messo a verbale due giorni fa dopo l’incidente. Anzi, ed è un’ipotesi credibile, potrebbe aver accelerato un po’ dopo aver sentito la mancanza di trazione provocata dalla discesa delle ruote. E che non si accorga di nulla lo dimostra il fatto che non è stato tirato il freno di emergenza.

Se il dispositivo fosse stato azionato il treno si sarebbe fermato nello spazio di 800 metri ancora prima di entrare nella stazione. Invece il convoglio attraversa le banchine sbandando e provocando le scintille. L’indagine, dunque, prosegue in una direzione ben precisa. Anche per questo non ci sono iscritti nel registro degli indagati con l’ipotesi di disastro ferroviario colposo.

L’obiettivo adesso è capire se, come filtrato ieri, la riparazione doveva essere fatta a giorni, oppure se quel rattoppo era considerato sufficiente. E che possa essere così viene confermato dal fatto che un tale modo di agire non è per nulla raro sulla rete ferroviaria nazionale.

Gli interrogatori chiariranno il quadro. Ma non vi è dubbio su una cosa, almeno questo sostengono gli investigatori: la segnalazione del guasto e l’ordine di ripararlo non partono da una decisione autonoma della ditta che ha in appalto la manutenzione, ma direttamente da Rfi. Questo in via generale e non solo per il caso di Segrate. Certo esiste anche la componente della casualità. Sul quel tratto prima del treno deragliato erano passati altri convogli e non solo quel giorno stesso.

Ancora da capire, infine, quale fosse il danno reale al giunto, un dado mancante oppure una crepa. Il fatto certo è che per tenere allineate le due barre è stato utilizzato un semplicissimo pezzo di legno.

Caro sindaco, il silenzio è d’oro

Incredibile la leggerezza nel commentare la tragedia del sindaco di Milano Sala

Questione di delicatezza. Quella che ti fa andare sul luogo di una tragedia ferroviaria devastante, che ha causato tre morti e decine di feriti alle porta della tua città, e ti fa dire che tutto sommato “poteva andare anche peggio”. Un concetto scandito in faccia ai familiari delle vittime e ai sopravvissuti dal sindaco di Milano Giuseppe Sala, che ieri mattina, appena arrivato nei pressi della stazione di Pioltello, parlava così ai cronisti: “Qui c’erano 250 persone, e vedendo i vagoni purtroppo è brutto dire che è andata quasi bene. Le immagini sono tragiche e fanno capire che i morti potevano essere molti di più”.

Di tatto in tatto, di finezza in finezza, Sala si è ripetuto anche in serata.
Ospite da Bruno Vespa a Porta a Porta, il sindaco ci ha tenuto a far notare che ieri mattina era in casa al momento dell’incidente e stava “aspettando che arrivasse l’autista”, che nel frattempo si trovava a bordo proprio del treno coinvolto dell’incidente.

Eppure una volta c’era un proverbio. Diceva qualcosa sul silenzio e sull’oro, o qualcosa del genere. Mica si ricorda come fa, caro sindaco? Potrebbe tornare utile.

www.ilfattoquotidiano.it