Home Blog

Un’isola eolica fornirà energia a cinque paesi europei

0
isola eolica

Sorgerà a Dogger Bank, un’isola in mezzo al Mare del Nord, il parco eolico progettato dall’olandese Tenne T con l’obiettivo di generare così tanta energia da poterla poi fornire a cinque paesi europei.

Sorgerà a Dogger Bank, un punto in mezzo al Mare del Nord a 125 km dalla costa est dell0 Yorkshire. Un’isola ventosa sulla quale sarà realizzato un vero e proprio parco eolico progettato dall’olandese Tenne T con l’obiettivo di generare così tanta energia da poterla poi fornire a cinque paesi europei: oltre all’Olanda, in lizza per partecipare a questo progetto – e ottenere quindi l’energia prodotta – ci sarebbero già Regno Unito, Belgio, Germania e Danimarca. Un approccio marittimo che, secondo l’azienda, avrebbe un costo minore rispetto alla costruzione di un parco simile sulla terraferma, nonostante si parli sempre di miliardi di euro.

L’isola di Dogger Bank fungerà in realtà da power hub, cioè il punto in cui convergerà tutta l’elettricità prodotta dalle pale eoliche e dal quale partirà per raggiungere la terraferma. Le pale, invece, saranno posizionate totalmente in mare e potranno quindi estendersi per una grande porzione marittima attorno all’isolotto nel Mare del Nord. “Per l’azienda è cruciale continuare a ridurre i costi” ha spiegato Rob van der Hage, direttore dei lavori. La difficoltà principale di questi ultimi risiede nella posa dei cavi in grado di portare la corrente dalle pale all’hub centrale e, in seguito, verso la terraferma. Un lavoro che richiederà l’utilizzo di tecnologie di ultima generazione anche e soprattutto per garantire la sicurezza del trasferimento.

La prossima fase del progetto avrà inizio nel 2018, mentre il termine ultimo per il completamento dell’isola e del parco eolico è previsto per il 2027. L’intero progetto avrà una potenza di 30 gigawatt, oltre il doppio di quella prodotta oggi dagli impianti offshore di tutta l’Europa. Attualmente l’azienda è in fase di ricerca fondi: Tenne T è in grado di finanziare la costruzione del power hub – si parla di circa 1,5 miliardi di euro – ma non del resto del progetto. Per questo si attendono anche investimenti stranieri.

www.fanpage.it

L’ultima follia della Fedeli: sarà abolito il tema di italiano agli esami

0
fedeli tema italiano

“COSA CI SI POTEVA ASPETTARE DAL MINISTRO MENO ACCULTURATO DEL GOVERNO MENO QUALIFICATO DELLA STORIA REPUBBLICANA?
HA CERCATO DI MODELLARE (ROVINARE) LA SCUOLA A SUA IMMAGINE , PENSANDO FORSE DI VOLER PRENDERE FINALMENTE LEI LA MATURITÀ CHE LE MANCA; PER QUESTO HA AUTORIZZATO L’USO DEL CELLULARE E VUOL RIMUOVERE IL TEMA DI ITALIANO.
TRATTASI DI PALESE “CONFLITTO D’INTERESSI”, DI “INTERESSE PRIVATO IN ATTI D’UFFICIO!”  R.Mastalia

Niente tema di italiano, letterario, scritto, con traccia e sviluppo. L’ultima “rivoluzione”, ma potremmo definirla anche sciocchezza, del ministero della Pubblica Istruzione retto da Valeria Fedeli, il ministro “senza laurea”, riguarda sia gli esami di terza media che la Maturità. Il tema d’italiano potrebbe essere sostituito a breve da una sintesi ragionata degli elementi essenziali di un testo, o da una narrazione costruita a partire da elementi forniti dal docente o dall’argomentazione di una o più tesi, magari fra loro contrapposte.

Secondo un articolo della Stampa di Torino, il gruppo di lavoro del ministero sarebbe già arrivato alla proposta per mandare in archivio il tema letterario d’italiano, un classico per decenni di generazioni di studenti.

“Il ministero dell’Istruzione ha presentato le nuove linee guida per la prova di italiano nell’esame di terza media; presto seguiranno indicazioni simili per la maturità. Le linee guida, che sono il frutto del lavoro di una commissione guidata da uno dei nostri migliori esperti, Luca Serianni, infrangono uno degli ultimi tabù della nostra scuola: il tema letterario, da sempre principale cimento per tutti gli studenti”, scrive il quotidiano torinese.

Finora non si era mai osato tanto, anche se alla Maturità, già adesso, al classico tema sono stati affiancati testi sintetici o commenti. La linea nuova del ministero è che sia meglio imparare a sintetizzare che esporre, in maniera logica e conseguenziale, l’esposizione di un testo personale. E’ la logica dei social, più faccine, meno parole, pensieri e libertà di espressione…

www.secoloditalia.it

Cina, frode record da 11 miliardi di dollari: “Truffati gli investitori di una piattaforma di servizi finanziari online”

0
truffa cina finanza

Recentemente stiamo assistendo ad un moltiplicarsi di società grandi o piccole che promettono miracoli finanziari di vario tipo. Ecco cosa è successo in Cina a 200 milioni di risparmatori!

Zhang Xiaolei, fondatore di Qbao.com, è accusato di essersi intascato 70 miliardi di yuan promettendo ai suoi adepti ritorni annualizzati dell’80%: maggiore era l’investimento, maggiori sarebbero dovuti essere i rendimenti. In realtà, si sarebbe trattato semplicemente di un gigantesco schema Ponzi che ha coinvolto almeno 200 milioni di persone solo nel 2017

Una frode online da 70 miliardi di yuan, ovvero 11 miliardi di dollari. È la più clamorosa mai messa a segno in Cina, persino superiore a quella ordita da Ezubao, il sito di credito peer-to-peer accusato lo scorso anno di aver truffato 900mila investitori per un valore pari a 50 miliardi di yuan. Secondo quanto riportato poco prima di Capodanno dal magazine finanziario CaixinZhang Xiaolei, fondatore della piattaforma online Qbao, si è spontaneamente consegnato alla polizia dopo una caccia durata anni. L’accusa è quella di essersi intascato 70 miliardi di yuanpromettendo agli investitori ritorni annualizzati dell’80%: maggiore era l’investimento, maggiori sarebbero dovuti essere i rendimenti.

In cambio, i nuovi adepti erano tenuti a partecipare alle attività promozionali e di “recruiting” attraverso la condivisione delle informazioni sui prodotti offerti dalla compagnia, che vantava la partecipazione in assets di varie tipologie, dall’e-commerce,agli impianti chimici passando per le aziende vinicole. In realtà, si sarebbe trattato semplicemente di un gigantesco schema Ponzi, in cui i nuovi clienti finivano inconsapevolmente per pagare rendite gonfiate agli investitori consolidati. Tanto per avere un’idea dell’entità della frode, si consideri che nel 2017 erano 200 milioni i “Qbaofen” (i fan di Qbao), con 2 milioni di registrazioni giornaliere negli ultimi mesi dell’anno e 200 milioni di yuan (oltre 31 milioni di dollari) di transazioni ogni giorno.

La fortuna di Qbao – che deve il suo nome ad una crasi evocativa tra le parole cinesi “qian” (soldi) e “bao” (tesoro) – va letta nell’ambito della rapida diffusione dei servizi di microcredito online, che hanno drasticamente semplificato per molti l’accesso ai prestiti. C’è chi, come un 26enne intervistato dalla rivista finanziaria, ammette di aver ricorso a sette carte di credito per ottenere più denaro possibile da investire nella creatura di Zhang Xiaolei.

Fondato nel 2012 a Nanjing, nella provincia costiera del Jiangsu, Qbao era diventato “come un culto” per i suoi adepti, racconta a Caixin un ex dirigente. Tanto che molte delle vittime continuano a riporre totale fiducia nell’artefice della loro rovina, un personaggio noto per i suoi comportamenti sopra le righe e una passione sfrenata per l’alcol. E sì che i precedenti di Zhang non erano per nulla rassicuranti. Prima ancora di divenire il “re della truffa”, nel 2003 l’imprenditore era già finito sotto i riflettori della giustiziaper essersi appropriato di 4,2 milioni di yuan nell’ambito di un progetto di formazione – fittizio – per giovani calciatori, che avrebbe dovuto coinvolgere una squadra sudamericana. Rilasciato su cauzione, è poi stato in grado di restituire tutto il malloppo. Da allora, il fondatore di Qbao ha messo in piedi oltre 80 societàregistrate a suo nome e altre sei intestate alla moglie.

 

Poco convinti dalla rapida redenzione, le autorità ne hanno cominciato a monitorare massicciamente le attività nel 2015: ad un’incursione improvvisa negli uffici sono seguiti prima gli avvertimenti e poi le accuse di raccolta illegale di fondi. Un avviso affisso dalla polizia all’entrata del quartier generale di Qbao avrebbe dovuto tenere lontano gli investitori. Ma la mancata assunzione di misure più drastiche ha continuato ad assicurare libertà di movimento alla più grande macchina mangia soldi del web cinese. Per difendere la propria longevità, Qbao si è spostato da Nanjing a Shanghai e poi ancora da Shanghai a Chengdu, nella provincia sud-occidentale del Sichuan. Nel frattempo, il successo di Zhang ha ispirato la nascita di piccole realtà decise a imitarlo nel mondo della finanza online. Concentrate in un unico edificio a Nanjing, fino a pochi giorni fa erano almeno 50 le aziende specializzate nella fornitura di wealth management product, prodotti finanziari ad alto rischio. Molte hanno già fatto i bagagli da quando si è diffusa la notizia della chiusura di Qbao.

La caduta in disgrazia di Zhang sembra essere stata pianificata durante un meeting dei regolatori finanziari l’11 dicembre, ovvero poco dopo che una direttiva del governo centrale ha ordinato alle autorità locali di limitare le attività creditizie soltanto alle organizzazioni munite di apposita licenza. L’approvazione di quelle nuove era già stata vietata il mese precedente.

La storia di Qbao “dimostra come molti cinesi siano ancora a corto di denaro e vadano pazzi per i canali di investimento ad alto rendimento”, ha commentato ai microfoni del Global Times Li Chao, analista presso la società di consulenza iResearch. Difficile dire se adesso abbiano imparato la lezione. Da quando la società ha chiuso i battenti, milioni di clienti si sono ritrovati con i conti bloccati, mentre tutte le banche della provincia del Jiangsu sono state invitate a indagare sulla possibile erogazione di prestiti in relazione alle losche operazioni di Qbao.com e delle sue varie sussidiarie. Ora, secondo gli esperti, la vera priorità sta nel contenere il pericolo di un effetto domino. Ad oggi la Cina conta per l’85% dei servizi finanziari online a livello mondiale. Un mercato che nel 2020 dovrebbe arrivare a valere 2,3 trilioni di yuan.

di China Files – www.ilfattoquotidiano.it

Trattativa Stato-Mafia, le parole del pm Nino Di Matteo: “Canali di comunicazione tra Berlusconi, Dell’Utri e Riina”

0

Secondo la procura di Palermo il boss dei boss, morto lo scorso novembre, non era consapevole di essere intercettato. Il magistrato recita alcune delle frasi intercettate: “Ma noi altri abbiamo bisogno di Giovanni Brusca per cercare Dell’Utri? Questo Dell’Utri è una persona seria…”. E ancora: “…Berlusconi in qualche modo mi cercava… si era messo a cercarmi… mi ha mandato a questo… Gli abbiamo fatto cadere le antenne”

“Erano diversi i canali di comunicazione tra Riina-Dell’Utri-Berlusconi. È lo stesso Riina che lo racconta mentre è intercettato in carcere senza sapere di essere ascoltato”. È uno dei primi passaggi della requisitoria del pm Nino Di Matteo al processo sulla trattativa tra Stato e mafia. Il magistrato recita alcune delle frasi intercettate in carcere al capomafia: “Ma noi altri abbiamo bisogno di Giovanni Brusca per cercare Dell’Utri? Questo Dell’Utri è una persona seria…”, diceva Riina al codetenuto Alberto Lorusso. E ancora: “…Berlusconi in qualche modo mi cercava… si era messo a cercarmi… mi ha mandato a questo… Gli abbiamo fatto cadere le antenne – diceva Riina in un’altra intercettazione del 2013 – e non lo abbiamo fatto più trasmettere”. Le intercettazioni del capomafia di Corleone, morto lo scorso novembre, sono state lette in aula dal pm. “Nei dialoghi intercettati in carcere – dice il magistrato – Riina più volte parla dei canali tramite i quali avrebbe potuto contattare Dell’Utri“, l’ex senatore imputato nel processo per minaccia a corpo politico dello Stato e detenuto perché condannato per concorso in associazione mafiosa. Non solo. Secondo Di Matteo “Riina dimostra di essere consapevole dei rapporti che i fratelli Graviano avevano per i loro canali con l’imprenditore e poi politico Berlusconi. Alterna momenti di sincera confidenza con dei momenti in cui invece assume ufficialmente la parte di chi non sa nulla”. Proprio in una controversa intercettazione, pubblicata in esclusiva da SekretGiuseppe Graviano, parla riguardo alle stragi mafiose di un favore chiesto a Graviano da ‘Berlusca’ secondo l’interpretazione delle parole data dai periti di pm e giudice.

Pm: “Riina non consapevole di essere intercettato”

Secondo la procura di Palermo comunque Riina “non era consapevole di essere intercettato nello spazio esterno del carcere” in cui era detenuto. “Se fosse stato consapevole o avesse avuto un sospetto serio, non avrebbe parlato così a lungo e approfonditamente di quasi tutti gli omicidi di cui si è reso protagonista e non si sarebbe vantato, con profili di autoesaltazione che stridono con la purezza del racconto delle stragi e di omicidi eccellenti. Inoltre, non avrebbe parlato tante volte dei suoi congiunti, della moglie e dei figli” ha proseguito Di Matteo nell’udienza in corso all’aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo. Una replica a distanza a chi sostiene da tempo che il capomafia di Corleone “sapeva di essere intercettato in carcere”. Le intercettazioni a cui fa riferimento il pm della Dna sono quelle del 2013 tra Totò Riina e il codetenuto Alberto Lorusso, che sembrava il depositario degli sfoghi e dei propositi di morte del boss.

L’odio per i magistrati Chinnici, Falcone e Borsellino
In quelle lunghe ore di conversazioni, tutte registrate dalle cimici del carcere, Riina aveva parlato degli anni Ottanta e inizio Novanta, e del suo odio contro i magistrati, da Rocco Chinnici a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, fino allo stesso Nino Di Matteo e gli altri pm antimafia. E quasi si lamentava, Riina, che gli affiliati a Cosa nostra ancora liberi avessero seguito la strategia dell’inabbissamento: “Mi viene una rabbia a me… ma perché questa popolazione non vuole ammazzare a nessun magistrato?”, diceva a Lorusso. “Se avesse saputo di essere intercettato – prosegue il pm Di Matteo – Riina non avrebbe parlato così approfonditamente di suo nipote Giovanni Grizzafi e delle aspettative che nutriva rispetto alla prossima scarcerazione di Grizzafi che gli avrebbe permesso di tessere le fila di tante situazioni. Se avesse avuto un serio sospetto di essere intercettato nello spazio esterno non avrebbe mai parlato di beni patrimoniali riconducibili alla sua famiglia. In alcuni momenti delle conversazioni con Lorusso parla di beni che ha nella disponibilità di cui nessuno aveva sospettato”. “Inoltre – dice ancora il pm Di Matteo – Riina non avrebbe sollecitato l’eliminazione di uno dei pm del processo”, facendo riferimento a lui stesso, nel mirino del capomafia Riina. Parlando del magistrato, Riina aveva detto nelle intercettazioni: “Ti farei diventare il primo tonno, il tonno buono… Ancora ci insisti? Perché, me lo sono tolto il vizio? Inizierei domani mattina… Minchia ho una rabbia… Sono un uomo e so quello che devo fare, pure che ho cento anni”. Il nome del pm venne fuori anche in riferimento alle polemiche seguite alla citazione come testimone dell’ex capo dello Stato Giorgio Napolitano (‘Questo Di Matteo, questo disonorato, questo prende pure il presidente della Repubblicà), a cui Riina immagina di fargli fare la fine del procuratore Scaglione, assassinato nel 1971: “A questo ci finisce lo stesso”. Nelle intercettazioni Riina parlava anche della strage di Capaci in cui morirono Giovanni Falcone, sua moglie Francesca e tre agenti di scorta. Per Riina fu “una mangiata di pasta”.

“Riina disse che fu lo stato a cercarlo”
Nel 1992, secondo la procura, non sarebbe stato il boss mafioso a volere avviare una trattativa con pezzi dello Stato. Ma sarebbero stati esponenti delle Istituzioni a volere dare vita a un accordo per fare cessare le stragi mafiose. Di Matteo, durante la requisitoria, ha letto la relazione fatta nel 2013 da due assistenti penitenziari del carcere di Opera a Milano sulle parole pronunciate dal boss Riina. Riina disse “Non mi hanno arrestato i Carabinieri ma Vito Ciancimino e Bernardo Provenzano – dice il magistrato – E lo stesso Riina ha poi sottolineato, come emerge dalla relazione dei due assistenti penitenziari: ‘Non ero io a cercare loro per trattare con loro ma era loro che cercavano me per trattare, io non cercavo nessuno‘”. Secondo il pm Di Matteo un “riscontro alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Cancemi e Brusca” ma anche del “dichiarante Massimo Ciancimino“, quest’ultimo imputato nel processo per concorso esterno in associazione mafiosa.

www.ilfattoquotidiano.it

Come l’ eccessivo uso di ibuprofene può portare a infertilità maschile. Lo studio

0

L’ibuprofene, preso ad alte dosi, può mettere a rischio la fertilità maschile, oltre a provocare altri problemi, come la perdita di tenore muscolare, la disfunzione erettile e affaticamento. Lo riferisce uno studio di cui parla il quotidiano Guardian.

I ricercatori hanno effettuato le loro ricerche su giovani uomini sani che hanno preso l’antinfiammatorio per periodi fino a sei settimane. Il farmaco, secondo quanto osservato, ha interrotto la produzione di ormoni sessuali maschi e ha portato a una condizione normalmente osservata nei maschi più anziani e fumatori.

I pazienti, tutti tra i 18 e 35 anni, hanno sviluppato un “ipogonadismo compensato” nelle due settimane in cui assumevano 600 mg di ibuprofene due volte al giorno. Si tratta di una condizione nella quale il corpo accresce i livelli di testosterone, perché la normale produzione nei testicoli è crollata.

La ricerca condotta in Danimarca ha sottolineato che il problema si è mostrato temporaneo, ma il timore è che possa cronicizzarsi per i consumatori di ibuprofene per lunghi periodi. “La nostra preoccupazione è per la fertilità deglui uomini che usano questi farmaci per un lungo periodo”, ha detto David Moeberg Kristensen dell’Università di Copenaghen. “Sono buoni antidolorifici, ma una certa quantità di perosne nella società li usa senza pensare a loro come vere medicine”.

A marzo di quest’anno Jiri Dvoral, ex capo medico della Fifa, ha avvertito su un “allarmante trend” tra i giocatori di calcio d’élite di un “abuso” di antidolorifici legali come l’ibuprofene.

www.askanews.it

Il governo italiano sta cercando di comprare 100 chili di cannabis dall’estero (pagandola uno sproposito)

0

In Italia la cannabis terapeutica è di fatto irreperibile per i malati ormai da mesi, ora il Ministero della Difesa per correre ai ripari ha pubblicato una sorta di bando per le aziende produttrici di cannabis: fornire allo stato italiano 100 chilogrammi di cannabis con un massimale di spesa previsto in 573.770 euro più iva.

La decisione è arrivata dopo le proteste delle associazioni dei pazienti, che da mesi vedono compromessa la continuità delle terapie. La produzione della cannabis di stato, affidata all’Istituto farmaceutico militare di Firenze, si è rivelata profondamente insufficiente, così come la quantità di cannabis da importare prenotata dal ministero della Salute alla casa farmaceutica olandese Bedrocan, che da tempo ha sospeso le forniture all’Italia dopo visto il raggiungimento della quota di 200 chili che era stata riservata al nostro paese (in quanto giudicata erroneamente sufficiente dal ministero).

Al bando pubblicato dal ministero italiano hanno risposto solo due aziende tedesche, una delle quali esclusa per non meglio specificate “irregolarità nella proposta”. Altri 100 chilogrammi di cannabis terapeutica arriveranno quindi a fornire i malati italiani. Una buona notizia che però getta ancora una volta luce sull’incompetenza con la quale tutta l’operazione è stata gestita in questi anni dal governo.

Era il settembre 2014 quando le ministre della Difesa e della Salute Roberta Pinotti e Beatrice Lorenzin stabilirono che la cannabis terapeutica italiana dovesse essere prodotta solo dall’Istituto militare di Firenze, negando la possibilità dell’autocoltivazione per i malati così come la nascita di imprese e consorzi produttori privati. A tre anni di distanza l’intera operazione si è dimostrata fallimentare: la produzione è andata a rilento e solo a dicembre 2016 le prime scorte sono arrivate nelle farmacie, dimostrandosi fin da subito insufficienti ed anche provocando forti dubbi tra i malati circa la qualità del prodotto. Un quadro al quale poi si sono aggiunte anche le proteste delle farmaciecostrette a vendere la cannabis sottocosto.

L’intera faccenda è stata pianificata con un dilettantismo indegno di un paese civile, ovviamente sulla pelle dei malati che da mesi faticano a trovare la cura alla quale hanno diritto. Ora questa nuova “pezza” che porterà sollievo per qualche settimana, a fronte di un esborso notevole per tutti i cittadini, visto che la cannabis verrà pagata 5.737 euro più iva al chilogrammo. Cifra che ha provocato le accuse dei Radicali, che in un comunicato hanno accusato il governo di cercare di riparare ai propri errori facendo pagare a tutti i cittadini la cannabis mancante a “un prezzo analogo del tartufo bianco di Alba”.

www.dolcevitaonline.it

Israele espelle 38mila migranti africani. Con assegno

0
israele

Principalmente si tratta di eritrei e sudanesi entrati illegalmente. Dovranno lasciare il Paese entro fine di marzo. Ciascuno riceverà un biglietto aereo e 2.900 euro. Se si rifiuta sarà arrestato

Israele ha iniziato oggi ad attuare un piano per costringere decine di migliaia di migranti africani a uscire dal Paese entro aprile, minacciando di arrestare coloro che rimangono. “Questo piano prenderà il via oggi”, ha detto il primo ministro Benjamin Netanyahu all’inizio di una riunione di gabinetto. Nell’ambito del programma, circa 38.000 migranti che sono entrati illegalmente in Israele, principalmente eritrei e sudanesi, dovranno lasciarlo entro la fine di marzo.

Ciascuno riceverà un biglietto aereo e l’equivalente di 2.900 euro per farlo. Dopo la scadenza, questo importo diminuirà e coloro che continuano a rifiutarsi di andare saranno arrestati. Commentando la decisione, Netanyahu ha difeso il piano: “Ogni Paese deve mantenere i propri confini e proteggerli dall’infiltrazione illegale è sia un dovere basilare sia un diritto per uno Stato sovrano”.

“Vediamo qui l’attuazione della decisione”, ha detto Drori-Avraham dell’Organizzazione di aiuto per rifugiati e richiedenti asilo in Israele (Assaf) con sede a Tel Aviv. Gli africani hanno attualmente visti di soggiorno di breve durata che devono essere rinnovati ogni due mesi. “Da oggi, quando una persona va a chiedere un’estensione del visto, se non ha una domanda di asilo in sospeso, non gli verrà rinnovato il visto e gli verrà dato un ordine di espulsione”, ha aggiunto.
“Al momento – ha concluso – ci sono eccezioni per donne, bambini, genitori di bambini e vittime della tratta di esseri umani, ma le regole procedurali chiariscono che quelle esenzioni sono solo temporanee”.

www.affaritaliani.it

Soldi italiani in Niger a proteggere l’uranio dei francesi

0
  1. Soldi e uranio, col rischio di finire in mezzo a una guerra. L’Italia in Niger con 500 soldati, su invito della Francia? Motivo ufficiale: fermare, nel Sahel, la tratta dei migranti e il fondamentalismo islamico. Ma attenzione: il Niger ha appena ottenuto, dalla conferenza parigina dei donatori, un super-finanziamento da 23 miliardi di dollari. Un pacchetto di aiuti, come si dice in gergo, “allo sviluppo e alla sicurezza”, i cui appalti sono destinati a imprese europee. «Di sicuro vedremo quindi imprese italiane su quel campo, per non parlare della fornitura di armi necessaria alla “stabilizzazione”», scrive il blog “Senza Soste”, che mette a fuoco anche l’altra possibile motivazione della strana missione italiana, annunciata da Gentiloni dal ponte di una portaerei. «Il punto è che in Niger, oltre ai 23 miliardi di dollari in aiuti che andranno trasformati in appalti, c’è qualcosa che vale, come sempre, una spedizione militare: qualcosa di serio, come quel tipico prodotto da green economy che è l’uranio». Non è certo una novità: proprio per l’uranio destinato al nucleare fu montato, nel 2002, il caso Nigergate. «In poche parole, si scrive Niger e si legge uranio. Stiamo parlando del quinto produttore di uranio al mondo ma con una popolazione, di venti milioni di persone, stimata tra le dieci più povere del pianeta».

In Niger c’è anche Arlit, una delle capitali mondiali della produzione di uranio impoverito, continua il newsmagazine. E’ proprio il pericolosissimo materiale «che provocò la morte dei soldati italiani al ritorno dalle missioni coloniali in Kosovo, DroneAfghanistan e Jugoslavia (340 morti, 4000 malati, una strage silenziata al massimo dai media, con D’Alema e Mattarella, all’epoca ministro della difesa, che in materia negarono l’impossibile)». Ma in Niger, continua “Senza Soste”, «se si scrive uranio si legge Areva, una multinazionale francese a proprietà pubblica, con un proprio distinto grattacielo al quartiere parigino della Défense». Il campo si fa quindi più chiaro: resta in mano francese lo sfuttamento e l’export dell’uranio del Niger, i cui proventi non vanno certo ad una popolazione ben al di sotto del livello di povertà. «L’export di uranio del Niger, oltre a non fruttare niente per il popolo di quel paese e inquinarne pesantemente le acque, fornisce energia per il 50 per cento della popolazione francese». E’ evidente quindi che «lo sviluppo drammaticamente ineguale in Niger è un affare interno della Francia». Ma anche esterno, «perchè nella fornitura di energia atomica in Ue, che è circa un terzo di quella complessiva, l’uranio permette alla Francia di essere la principale produttrice di energia del continente, con una quota del 17,1% sulla produzione totale Ue e davanti a Germania (15,3%) e Regno Unito (in calo, ma al 13,9%)».

Così è tutto più chiaro, scrive “Senza Soste”: «Gli scafisti di un paese senza sbocco al mare c’entrano poco, se non come fake news all’amatriciana». L’Italia? Forse potrebbe ricavarne, in cambio, anche una quota di energia. Ma, al netto degli eventuali appalti per Roma – una possibile fetta dei 23 miliardi concessi in “aiuti” – il blog segnala che le nostre truppe saranno inserite in un disegno, interamente francese, di ristrutturazione “coloniale” dell’area, dopo la crisi apertasi nel 2011 per Areva, costretta a rivedere una serie di reattori dopo il disastro giapponese di Fukushima. Il 2011, ricorda la “Bbc”, è anche l’anno del cosiddetto “uranium-gate”, che coinvolge l’Areva in fenomeni di corruzione in Niger, con fondi neri finiti in Russia e in Libano, fuori dal controllo di Parigi. Altro obiettivo, per la Francia: contrastare la presenza della Cina sul terreno: «E visto che in Africa i cinesi non esistono, sul piano militare, non c’è niente di meglio che ristrutturare Areva dall’interno e far valere la propria presenza sul campo in termini di truppe, con l’aiuto dell’Italia». Il rischio? La guerriglia: dopo la sollevazione dei GentiloniTuareg che ha minacciato proprio le miniere di uranio, si è già fatta sentire una guerriglia definita “islamista”, che ha già colpito siti francesi nel 2013.

«Secondo fonti africane in lingua inglese, la guerra dell’uranio in Niger sembra essere appena cominciata: una guerra con gli Usa che forniscono i droni, mentre la Francia e l’Italia sono sul campo – la prima a difendere i propri interessi diretti, la seconda a supporto», cercando di rimediare appalti o magari una posizione privilegiata nella produzione di energia. Gruppi islamisti? In un articolo seguito all’uccisione di quattro soldati americani nell’area, il “Guardian” parla di gruppi in grado di colpire ma difficili da identificare, «in una delle più remote e caotiche zone di guerra del pianeta». Ed è in questo tipo di zona che la Francia vuol rimettere ordine, con l’aiuto italiano, anche per fronteggiare la minacciosa concorrenza del Kazakhstan, super-produttore di uranio. «Se ne può stare certi: le mosse legate al Niger vedranno un piano di decisione politico, su più capitali dell’Occidente, e uno legato alla situazione sui mercati finanziari. Poi si potrà raccontare degli scafisti, dei progressi contro la guerriglia islamista», a beneficio dei grandi media e del loro pubblico ignaro. Non a caso, è già partito il ritornello degli “aiuti” per fronteggiare la devastante Parà della Folgore in Libiaemergenza-siccità che sta flagellando l’area. «Per evitare tragedie nel Sahel, legate alla fuga dai territori, basterebbe intervenire sulle crisi idriche, favorendo le naturali economie locali, e non immaginare di creare fortezze da fantascienza».

Se però andiamo a vedere la vastità della crisi idrica che tocca il Niger, aggiunge “Senza Soste”, vediamo che non comprende solo quel paese ma anche tutta la grande fascia sub-sahariana, dalla Mauritania all’Eritrea. E spesso, le zone toccate dalla crisi idrica coincidono con quelle interessate dalla cosiddetta guerriglia islamica: è il caso del Mali, oggetto di intervento francese a inizio 2013. «Parigi interviene, quando la crisi economica e politica precipita, per “stabilizzare” economia e situazione politica del paese e far valere gli interessi francesi. La novità è che, stavolta, interviene anche l’Italia», coinvolta anche nell’intricato dopoguerra in Libia. Riusciranno a pesare sulla crisi, i maxi-appalti in arrivo? «A essere cinici – scrive “Senza Soste” – con 150 milioni annui, e qualche cerimonia militare, l’Italia si dovrebbe garantire un po’ di appalti, per una cifra magari 20 o 30 volte superiore, per le proprie imprese dal settore infrastrutture a quello della fornitura». Secondo Gianandrea Gaiani di “Analisi Difesa”, non è né garantito l’affrancamento dalla subalternità militare a Parigi, già evidenziatosi con la crisi libica del 2011, né il processo di razionalizzazione dei flussi migratori. La politica italiana? Considera “naturale” «l’assenza di qualsiasi visione strategica sull’Africa, continente la cui sinergia tra miseria e boom demografico è ottima candidata ad essere un futuro problema per l’Europa».

Intercettazioni: dal governo un regalo a tangentisti, corrotti e corruttori

0

Il Governo approva l’ennesimo atto osceno di questa scellerata legislatura: il decreto intercettazioni. Un provvedimento fortemente voluto da Berlusconi e Verdini che rappresenta di fatto un regalo a tangentisti, corrotti e corruttori. Nonostante l’allarme di quasi tutti i Procuratori della Repubblica interpellati in Parlamento e nonostante il parere contrario dei relatori in Commissione, il Governo ha approvato il decreto cheimpedirà di fatto il contrasto al fenomeno del malaffare e delle mazzette.

Il principale strumento che hanno oggi i magistrati inquirenti per perseguire i reati di corruzione, e cioè le intercettazioni informatiche (attraverso il cd Trojan), è stato per legge impedito. Vergognoso!

Il Governo, dunque, si è reso gravemente responsabile nel limitare in questo modo l’azione della magistratura e nello stesso tempo complice di coloro che stanno erodendo le risorse di interi settori pubblici.

Il provvedimento, inoltre, restringe notevolmente la trascrizione delle conversazioni intercettate, anche quando le stesse abbiamo rilevanza pubblica e politica di un certo peso. Questo, evidentemente, nasce dall’esigenza dei politici di nascondere ai cittadini la verità sulle loro malefatte. Un favore in pratica per politici corrotti, per funzionari pubblici tangentisti e per finti imprenditori mafiosi.

NanoChip Vaccinali Glaxo-Hitachi e Inquietanti Intrallazzi Renziani

0
intrallazzi renziani
PROGETTI ALLUCINANTI PER IL CONTROLLO UMANO

Ciao Valdo. Gianni Lannes ci spiega come le multinazionali del vaccino stanno mettendo le mani sui nano-chips, a completamento logico del progetto “vaccino più nanochips” per etichettare e sorvegliare la popolazione mondiale. Direi che qualsiasi commento sia superfluo!!! Un caro abbraccio.

ARTICOLO DI GIANNI LANNES   (Titolo e sottotitoli di VV)
VACCINI DOMINIO ASSOLUTO: NON PIÙ UOMINI LIBERI MA AUTOMI TELECOMANDATI

La tecnocrazia ha soppiantato la democrazia. Dall’uomo alla macchina. Nei nuovi vaccini da sperimentare per la prima volta al mondo proprio in Italia ci sono i nanochip, ovvero dei microchip miniaturizzati che stanno dentro l’ago di una siringa ed entrano in circolo nel corpo umano e vanno ad interagire con il DNA. Il rischio e pericolo? Il controllo totale degli esseri umani trasformati in automi telecomandati.

NANOCHIP DA SORVEGLIANZA DI MASSA INSERITI NEI VACCINI

I nano-microchip invisibili all’occhio nudo sono una realtà già utilizzata in un’ampia gamma di applicazioni. Questi nano-microchip sono stati inseriti all’interno dei vaccini per etichettare e sorvegliare la popolazione mondiale.

UN NANOMETRO È 100.000 VOLTE PIÙ SOTTILE DI UN CAPELLO

La nanotecnologia si occupa di strutture più piccole di un micron (meno di 1/30 del diametro di un capello umano), e comporta lo sviluppo di materiali e dispositivi di tale dimensione. Per fare un esempio, un nanometro è 100.000 volte più piccolo della larghezza di un capello umano.

MOLTITUDINE DI UTILIZZAZIONI IN ATTO

Tre lustri fa, tecniche a basso costo hanno migliorato la progettazione e la produzione di nano-microchip. Ciò ha aperto la strada ad una moltitudine di metodologie per la loro fabbricazione ed il loro uso in una vasta gamma di applicazioni, in dispositivi ottici, biologici, ed elettronici. L’uso congiunto della nano-elettronica, della fotolitografia, e di nuovi biomateriali, ha fornito la tecnologia necessaria per la costruzione di nano-robot per le applicazioni mediche comuni: strumenti chirurgici, per la diagnosi e per il rilascio dei farmaci.

IL CHIP CHE PARLA E DIALOGA COI MEDICI

Un microchip cutaneo permetterà di monitorare lo stato fisico di una persona, trasmettendo i dati dell’ospedale mediante un server. Tale microchip è stato ideato da Abderrazek Ben Adballah, ingegnere informatico tunisino che lavora all’università giapponese di Aizu. Alimentato dalla bioenergia e da reazioni chimiche nell’organismo, il microchip fornirà ai medici indicazioni su pressione sangue, temperatura organica, dati cardiologici e altro ancora. Si pensa a prossima sperimentazione su persone anziane.

LA HITACHI È IN POSSESSO DI UN CIRCUITO INTEGRATO MINUSCOLO QUANTO UN GRANELLO DI POLVERE

L’Hitachi giapponese ha infatti affermato di avere sviluppato il microchip più piccolo e più sottile del mondo, che può essere incorporato nella carta per rintracciare i pacchi o per provare l’autenticità di un documento. Il circuito integrato (CI) è minuscolo come un granello di polvere.

DIETRO A QUESTO SINISTRO PROGETTO CI STA LA GLAXO

Provate a indovinare chi sta dietro? Facile: Glaxo Smith Kline. Addirittura all’Ibm il 31 marzo 2016 l’allora primo ministro Matteo Renzi, mediante un accordo segreto ha concesso i dati sanitari sensibili della popolazione italiana, in cambio di un investimento di appena 150 milioni di dollari a Segrate.

PROGETTO WATSON DECOLLATO A OTTOBRE IN LOMBARDIA SULLA PELLE DI UNA POPOLAZIONE DEL TUTTO IGNARA

Boston, 31 marzo 2016: seduti da sinistra: Erich Clementi, SVP, IBM Europa, Ivan Scalfarotto, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio italiano; in piedi da sinistra: Ginni Rometty, Chairman, Presidente e CEO di IBM; Matteo Renzi, primo ministro italiano.

Il progetto Watson è decollato un mese fa in Lombardia sulla pelle di 3 milioni di ignari residenti, grazie al beneplacito di Roberto Maroni. Il 3 luglio scorso ho chiesto pubblicamente a Matteo Renzi di spiegare la provenienza di ben 4 milioni di euro recapitati alla sua fondazione Open. A tutt’oggi non ho avuto alcuna risposta. Chi ha dato a Renzi tutti quei soldi e perché?

RIFERIMENTI

http://www.reuters.com/article/us-novartis-bayer-britain/bayer-novartis-clash-with-uk-doctors-over-use-of-cheap-eye-drug-idUSKBN1D136C

http://www.telegraph.co.uk/business/2016/08/01/glaxosmithkline-and-googles-verily-to-invest-540m-in-join-uk-res/

https://www.youtube.com/watch?v=ytNvg4Vs25w

https://www.theguardian.com/business/2016/aug/01/google-gsk-bioelectronic-medicines-verily-life-sciences-alphabet

https://www.theguardian.com/science/2017/aug/07/nanochip-could-heal-injuries-or-regrow-organs-with-one-touch-say-researchers

http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2017/07/vaccinazione-dittatoriale-domande.html

www.valdovaccaro.com/2017/12/nanochip-vaccinali-glaxo-hitachi-e-inquietanti-intrallazzi-renziani/