Home Blog

Le bollette elettriche non pagate saranno (in parte) a carico degli altri utenti

0

Si stima attorno al miliardo di euro l’insoluto totale delle bollette elettriche non pagate dai morosi, non i morosi che oggi s’inteneriscono per San Valentino ma quelli di ben altra specie che evadono la fattura della corrente. Al posto loro ne pagheranno una parte tutti gli altri consumatori elettrici, quelli che saldano con regolarità il conto della luce.
L’hanno stabilito ricorsi e sentenze del Tar e del Consiglio di Stato, e l’Autorità dell’energia ha formalizzato: sarà distribuita fra tutti i consumatori una prima fetta di “oneri generali” elettrici pari a circa 200 milioni arretrati.
Diverse aziende elettriche erano entrate in crisi, e qualcuna aveva addirittura dovuto chiudere i battenti, quando si è trattato di saldare ai fornitori alcune voci parafiscali della bolletta che erano state fatturate ai consumatori ma non erano state incassate. Altre aziende erano state colpite da politiche commerciali poco indovinate.

In sostanza, sulle bollette della corrente già cariche di risarcimenti, di oneri, di voci e di incentivi si aggiunge un nuovo capitolo, ovvero saremo noi consumatori a rimborsare alle società elettriche di distribuzione della luce una parte del buco creato negli oneri parafiscali delle aziende in crisi da chi evade la bolletta della corrente.
Una delibera dell’Autorità dell’energia, appena ribattezzata Arera da quando ha rilevato oltre agli acquedotti anche l’area rifiuti, ha stabilito come ripartire fra tutti gli oneri generali di sistema, una parte parafiscale della fattura elettrica, non pagati dai consumatori morosi. Insomma, una socializzazione di una fetta degli insoluti.

Aziende elettriche in crisi
Diverse società del mercato libero avevano traballato e qualcuna esposta alla drammatica crescita delle bollette non pagate aveva addirittura dovuto chiudere, a cominciare, anni fa, dall’Esperia creata dall’imprenditore Filippo Giusto. Ma il mancato pagamento delle bollette e in alcuni casi anche politiche commerciali poco indovinate nei mesi scorsi avevano buttato fuori dal mercato un plotone di altre società fra le quali un nome forte come Gala, l’azienda di vendita di energia più esposta al fenomeno dei mancati pagamenti.

Morosità miliardaria
Quant’è il valore da saldare? Per ora è impossibile dare una cifra esatta: le morosità complessive rivendicate dalle società elettriche ammontano a cifre superiori al miliardo di euro, ma per ora questa delibera sfilerà dalle nostre tasche una prima fetta di circa 200 milioni.
Altre delibere ancora allo studio dovrebbero essere messe a punto nei prossimi mesi per completare le procedure con cui noi consumatori rimborseremo ciò che non è stato pagato dai furbetti della bolletta.

Alcuni dati però sono sicuri. Nel 2016 il controvalore complessivo del mercato finale dell’elettricità si aggirava sui 61 miliardi di euro (fonte: «Electricity Market Report», Politecnico di Milano, ottobre 2017).

Per quello stesso anno l’Autorità dell’energia, delle reti e dell’ambiente aveva censito richieste di distacchi per morosità per il 2,8% dei consumatori del segmento “maggior tutela” (quello con le tariffe regolate dallo Stato). Sul mercato libero nel 2016 il numero di contatori sigillati per mancato pagamento era arrivato addirittura al 4,7%, il 5,8% di richieste di distacco per i consumatori non domestici come i negozi e gli uffici. (fonte: «Monitoraggio retail», autorità Arera, 2017).

Il canone Rai
Gli oneri generali in bolletta, tra i quali gli incentivi alle fonti rinnovabili e agli “energìvori”, sono pagati dai consumatori ai venditori di corrente, i quali poi devono rigirarli alle società di distribuzione elettrica che consegnano i chilowattora ai consumatori tramite i fili elettrici.

Il problema dei morosi e delle aziende di vendita in crisi si era presentato con l’imposta radio tv (il cosiddetto canone Rai). Il canone dei consumatori morosi non poteva essere pagato dalle società di vendita che fatturavano le bollette non incassate. È stato necessario intervenire con un atto normativo.

Lo stesso si è ripetuto con gli oneri. I fornitori di energia si accollavano gli oneri non riscossi dai clienti finali. Dovevano cioè versarli ai distributori anche se non incassati.

Ci sono stati ricorsi e sentenze finché il Consiglio di Stato ha deciso: l’obbligato al versamento degli oneri di sistema è il cliente finale.

Il turismo delle bollette
Il fenomeno delle morosità è più ricorrente nel Mezzogiorno ed è più forte sul mercato libero, dove si può cambiare fornitore di corrente con un clic del mouse. Viene chiamato “turismo dell’elettricità”, e si basa sul fatto che prima di poter portare a conclusione la sigillatura del contatore ci vogliono carriolate di bollette non pagate. Il “furbetto della bolletta” straccia un po’ di bollette bimestrali e prima che si attivi la procedura di recupero credito cambia vittima, cioè cambia società di fornitura elettrica, con la quale ricomincia.

Il fenomeno sarà frenato quando saranno disponibili i dati su noi consumatori raccolti nella banca dati del Sii, il Sistema informativo integrato, nel quale le società elettriche potranno consultare se il nuovo cliente è corretto oppure se è un fuggitivo delle bollette non saldate .

Un fenomeno simile accade per esempio con i telefonini, con la differenza che nel segmento elettrico non ci sono ancora i contratti prepagati e soprattutto che alla base della fornitura ci sono i costi orgogliosi dell’energia realmente prodotta da una centrale elettrica alimentata con un combustibile costoso.

Alcuni commenti
Ecco Massimo Bello, presidente dell’Aiget, l’associazione dei grossisti e rivenditori di energia: «Il nuovo assetto dovrà evitare che chi svolge un puro servizio di incasso per il sistema (ovvero i fornitori di energia) si ritrovino a sostenere un costo improprio. Qualsiasi iniziativa in tal senso, come i recenti provvedimenti dell’Arera, va nella direzione giusta». Aggiunge Marco Bernardi, presidente di Illumia, una delle aziende del mercato libero: «Il principio secondo il quale le aziende che vendono energia elettrica non saranno più chiamate a riscuotere parti della bolletta, su cui tra l’altro non hanno mai avuto né controllo né vantaggi, è un primo importante passo verso una modalità che rispecchi appieno le responsabilità dei soggetti della filiera: venditori e distributori».

Protestano alcune associazioni dei consumatori. «Quando ci sono da socializzare i profitti si chiamano in causa le aziende, quando invece si devono spalmare i debiti si chiama il consumatore», afferma Luigi Gabriele dell’assocazione Codici; «questa delibera sarebbe solo un incentivo per non perseguire i furbetti del quartierino», aggiunge Marco Vignola dell’Unione nazionale dei consumatori.

I dettagli secondo l’Autorità dell’energia
L’Autorità dell’energia, delle reti e dell’ambiente (Arera) specifica che «il provvedimento citato (deliberazione 50/2018) riguarda solo una particolare casistica, limitata numericamente, e solo una parte degli oneri generali di sistema previsti per legge. In particolare, il riconoscimento individuato dall’Autorità per i soli distributori è parziale e attiene ai soli oneri generali di sistema già da loro versati ma non incassati da quei venditori con cui, a fronte della inadempienza di questi ultimi, i distributori hanno interrotto il relativo contratto di trasporto di energia, di fatto sospendendo così a tali soggetti la possibilità di operare nel mercato dell’energia». Il meccanismo, parziale e circoscritto finalizzato a garantire il gettito degli oneri di sistema da assicurare per legge, «che l’Autorità ha strutturato in tal modo per adempiere ad una serie di sentenze della giustizia amministrativa che hanno annullato le precedenti disposizioni dell’Autorità in tema. La regolazione precedente imponeva ai venditori la prestazione di garanzie finanziarie in favore delle imprese distributrici anche a copertura degli oneri generali di sistema. Le pronunce della giustizia amministrativa sostengono che la legge pone in capo esclusivamente ai clienti finali, e non alle imprese di vendita, ne ai percettori degli incentivi, gli oneri generali di sistema, con la conseguenza che l’Autorità non avrebbe il potere di imporre il citato sistema di garanzie alle imprese di vendita negando che il rischio di mancato incasso degli oneri generali di sistema da parte dei clienti finali sia dei venditori».

 

IlSole24ore.com

Vaccini, Lorenzin: no alla proroga oltre il 10 marzo, sì alle multe

0
come non vaccinare i propri figli

Non ci saranno proroghe alla scadenza del 10 marzo per l’obbligo di vaccinazione per l’iscrizione a scuola. Lo ha assicurato la ministra della Salute, Beatrice Lorenzin, sottolineando che «i genitori con figli iscritti alle scuole dell’obbligo che hanno deciso di non vaccinare i propri figli pagheranno la sanzione» prevista dalla legge. «Spero – ha aggiunto la ministra parlando a margine di un incontro elettorale a Trieste – che siano veramente pochi, perché mettono a rischio in modo serio la salute dei loro figli e degli altri».

Lorenzin: per i bimbi sufficiente la prenotazione
«Per quanto riguarda i bambini da zero a sei anni – ha ricordato Lorenzini – rimane la pena dell’inammissibilità a scuola per i non vaccinati. La legge tuttavia prevede che se i bambini sono stati prenotati per fare la vaccinazione dopo il 10 marzo, basterà che i genitori presentino copia della prenotazione».

Lo scontro con Raggi
La dichiarazione della ministra arriva a qualche settimana dallo scontro con la sindaca di Roma, Virginia Raggi, che aveva rivendicato la possibilità, anche per i bambini non vaccinati, di restare a scuola. «Il sindaco Raggi se aveva bisogno di chiarimenti, come accade sempre nei rapporti di leale collaborazione tra le istituzioni, poteva benissimo fare una telefonata» ha detto poi ieri Lorenzin, rispondendo alla sindaca che in un’intervista aveva dichiarato: «La ministra ha di fatto detto sì alla nostra richiesta». «Con una nota scritta all’Anci – ha detto Raggi – la stessa Lorenzin ha accettato quello che noi le chiedevamo, ovvero consentire di finire l’anno scolastico a quei bambini che avevano avviato le pratiche della vaccinazione ma che per evidenti ritardi all’interno di Asl e o spedali non sono riusciti a completare l’iter vaccinale».

Cosa prevede la legge
Ai genitori che entro il prossimo 10 marzo non consegneranno il certificato di avvenuta vaccinazione dei propri figli iscritti alla scuola primaria sarà comminata una sanzione amministrativa pecuniaria da 100 a 500 euro, non prima una convocazione da parte della Asl per un colloquio informativo finalizzato a sollecitare l’adempimento. Per i minori da zero a 6 anni che frequentano asili nido o materne, invece, la mancanza di vaccinazione costituisce motivo di «esclusione dal servizio educativo».

Vaccini obbligatori e raccomandati
Per i minori tra zero e 16 anni le vaccinazioni obbligatorie sono dieci: anti- poliomielitica, anti-difterica, anti-tetanica, anti-epatite B, anti-pertosse, anti-Haemophilus influenzae tipo b, anti-morbillo, anti-rosolia, anti-parotite, anti-varicella. Quest’ultima in realtà è obbligatoria solo per i nati dal 2017. Le vaccinazioni che sono invece raccomandate e gratuite per i minori di età compresa tra zero e sedici anni, sono: anti-meningococcica B, anti meningococcica C, anti-pneumococcica, anti-rotavirus.

www.ilsole24ore.com

Come vivere senza supermercato

0
vivere senza suoermercato

Mi è sempre piaciuto raccontare storie. Storie di chi molla tutto, prende e parte. Di chi stravolge le proprie abitudini, di chi cambia strada e va controcorrente. Di giovani che tornano alla terra. Di adulti che si mettono in discussione. Ma mai e poi mai avrei pensato di divenire a mia volta una storia.

E soprattutto non mi sarei mai immaginata che succedesse a causa di una scelta che un tempo avrei reputato insignificante: cambiare modo di fare la spesa.

Non sono mai stata una consumatrice consapevole, un’attivista, un’ecologista. Al contrario! Per una vita sono stata assidua frequentatrice di centri commerciali, attratta dal superfluo, con l’acquisto facile e impulsivo. Una fumatrice compulsiva, come se non bastasse. Insomma, non mi sono mai fatta troppe domande. Non ho mai riflettuto sulle conseguenze delle mie scelte. Fino al giorno in cui, per favorevole congiuntura (lo dico ora, all’epoca non lo sapevo) mi sono trovata disoccupata: senza un impiego, senza un’identità, senza una lira. In quel momento, mentre mi disperavo per aver perso qualsiasi forma di controllo sulla mia vita, ho realizzato che non era così: potevo controllare le mie azioni e ripartire da me. Per esempio, viste le ridottissime possibilità economiche, potevo smettere di buttare soldi per avvelenarmi. Così, dopo 15 anni di onoratissima carriera – a ritmi di un pacchetto di sigarette al giorno, per 365 giorni all’anno e per un costo totale di 20mila euro più o meno – da un momento all’altro ho detto basta.

Grazie a quella decisione ho percepito forse per la prima volta, il potere enorme che avevo nelle mie mani: il potere di scegliere. È stata un’illuminazione! Avete presente il criceto che corre sulla ruota? Talmente affannato nel correre da non accorgersi di non andare avanti. Ecco, smettendo di fumare è come se mi fossi accorta di essere su quella ruota. E di poter scendere, semplicemente fermandomi.

Così ho avuto il tempo di pormi delle domande e di iniziare a informarmi. Ho cominciato a leggere tantissimo: Pollan, Berrino, Moss, Mercalli, Marie-Monique Robin, Pallante e tanti altri autori che mi hanno aperto gli occhi sulle conseguenze dei miei consumi. Dopo il fumo è stata la volta del cibo, poi dei prodotti per l’igiene personale e per la pulizia della casa. Più mi informavo più comprare diventava difficile, fino al punto in cui, ho iniziato a sentirmi a disagio nei supermercati. Non vedevo più i prezzi, le marche, i colori, gli slogan sulle confezioni, ma l’impatto ambientale, sociale e sanitario di quelle merci, l’impronta ecologica, gli imballaggi e i chilometri percorsi. Sapevo leggere le etichette e conoscevo il significato di quelle paroline prima incomprensibili. Mi immaginavo le facce di chi aveva prodotto quelle cose: persone sfruttate, sottopagate o prive di diritti. Vedevo tutto ciò e non volevo più essere complice.

Con quel pensiero è iniziata la mia sfida: era il 2 gennaio del 2015 quando uscendo da un supermercato mi sono ripromessa di non entrarci più. Per un anno. All’epoca non sapevo che quel buon proposito mi avrebbe cambiato la vita. Come non immaginavo che al di fuori dai centri commerciali vi fosse un mondo tanto ricco di opportunità: persone informate e consapevoli, produttori responsabili, veri e propri eroi che ogni giorno faticano per sopravvivere a un sistema che troppo spesso premia la grande distribuzione organizzata (e scellerata) a discapito dei più piccoli e coscienziosi. Grazie a tutti loro la mia spesa è stata rivoluzionata.

Sono partita con un Gruppo d’Acquisto Solidale (GAS), poi ho scoperto mercati contadini, botteghe di quartiere, negozi in cui si compra sfuso e diverse piattaforme online che mettono in contatto diretto produttori e consumatori. Oggi conosco chi produce ciò che acquisto e so dove vanno a finire i miei soldi.

Compro perlopiù a chilometro zero e biologico, che non significa necessariamente certificato bio, quello, per intenderci, che al supermercato ha un reparto apposito, una confezione ultra chic e che di solito costa il triplo. Grazie alla filiera corta e al GAS, il biologico vero è alla portata di chiunque: venduto ancora sporco di terra e dentro una cassetta riciclata. Buono, sano e con un prezzo congruo, in grado di restituire dignità al lavoro di chi lo produce.

Scelgo cibo genuino, per lo più vegetale e integrale, di certo non industriale o raffinato; frutta e verdura di stagione, magari esteticamente non perfetta e non omologata nelle dimensioni, ma con un gusto fantastico. Alla varietà preferisco la biodiversità.

Evito quasi del tutto i derivati animali e soprattutto non compro nulla che provenga da allevamenti intensivi, una delle piaghe ambientali, sanitarie ed etiche più grandi dei nostri tempi.

Autoproduco, ma non tutto, solo le cose facili! Quelle che al massimo richiedono pochi minuti e un paio di ingredienti. Per esempio il deodorante: basta miscelare 2 cucchiai di bicarbonato, 1 di amido di mais e 10 gocce di tea tree oil per farne un barattolo. Tempo 30 secondi, costo pochi centesimi. Al posto di brillantante, anticalcare e ammorbidente uso acido citrico e acqua. E per sostituire disinfettante, smacchiatore, sbiancante e detergente uso il percarbonato di sodio, una sorta di candeggina naturale che, a differenza di quella industriale, non inquina e non fa danni alla salute di chi la utilizza.

Lo sapevate che l’inquinamento domestico fa più danni di quello esterno? Proprio così. Tantissimi prodotti che si adoperano quotidianamente per pulire casa sono in realtà veleno, per noi e per l’ambiente. Perché utilizzarli quindi se le alternative ecologiche sono anche alla portata di tutti?

Ovviamente quel che posso lo compro sfuso, riutilizzando gli stessi contenitori. Così come compro sfuso il sapone vegetale con cui sostituisco shampoo e bagnoschiuma; l’olio di mandorle, che utilizzo come struccante e idratante; il detergente per lavatrice e lavastoviglie totalmente ecologici.

Insomma faccio una spesa a bassissimo impatto ambientale e con un altissimo valore umano, che non ultimo, mi permette di risparmiare tempo e soldi.

Le code alla cassa, la ricerca del parcheggio, il percorso a ostacoli tra le corsie, i sabati pomeriggio passati al centro commerciale per me non sono che lontani ricordi. Ora gran parte della mia spesa la faccio tramite il gruppo d’acquisto: ordino comodamente online, in pochi minuti e dal mio divano e poi vado a ritirare la mia cassetta nella sede del GAS. Lì ci scappano sempre quattro chiacchiere con i compagni del gruppo o qualche produttore e così la spesa è diventata uno dei momenti più gradevoli della settimana.

Anche il mio portafoglio sorride. Molti prodotti che compro, seppur di maggior qualità rispetto a quelli della grande distribuzione, mi costano meno. Per esempio i generi di ortofrutta del mio listino del GAS sono quasi tutti più convenienti di quelli di un noto supermercato: la cicoria la pago 2 euro al chilo, al supermercato costa 2,29; le mele 2.10 euro al chilo, invece di 2,59; le carote 1.60 euro al chilo contro 2,64.

Com’è possibile? Semplice! Niente costi di intermediari, packaging, trasporti, stoccaggio e marketing… tutti aggravi che, nella grande distribuzione, pesano sul prezzo finale di un prodotto fino al 35 per cento o anche di più.

Ovviamente alcuni prodotti li pago un po’ più. Ma va bene così. Se risparmiare significa bassa qualità, tanto inquinamento, produttori strozzati dalle dinamiche della GDO e dal sistema malato delle doppie aste online, io dico: “No, grazie”.

Penso per esempio alle arance: nei supermercati un chilo si aggira su 1.10 euro, mentre i produttori vengono pagati non più di 15 centesimi al chilo. Una miseria dietro cui molto spesso si cela lavoro nero e caporalato. Io le compro a 1,26 euro al chilo, con la certezza però che quei soldi vanno quasi tutti al produttore (biologico) e ai lavoratori, in questo caso contrattualizzati e pagati dignitosamente. Insomma, nel mio piccolo sostengo un’economia diversa: più solidale, etica e giusta.

Ma se tutti facessimo come te quanti posti di lavoro si perderebbero? Lo so che lo state pensando. È una domanda che mi viene fatta spesso. Forse perché sfugge quanti posti di lavoro si perdono – e sono stati persi – a causa della grande distribuzione. Basti pensare a tutti i negozi costretti a chiudere per l’apertura dell’ennesimo centro commerciale; ai paesi in cui le saracinesche sono ormai tutte abbassate; a tutti quei contadini che si trovano sul lastrico per colpa degli standard imposti dalla GDO.

Secondo Coldiretti, in Italia dal 2007 al 2015, oltre 150mila aziende agricole hanno chiuso perché non avevano i volumi di produzione adatti alla grande distribuzione o perché avevano costi più alti dell’agricoltura industriale. Un’assurdità se si pensa che il ricarico dei prezzi sui prodotti agricoli può arrivare fino al 300 per cento a fine filiera: tradotto significa che mentre i produttori sono sottopagati, il consumatore finale deve spendere il triplo del valore di ciò che compra.

Per fortuna oggi molte persone coraggiose hanno deciso di mettersi in gioco, riscoprendo antichi mestieri e inventandosi nuove professionalità in grado di realizzare, oltre a vantaggi personali, benefici per tutti e per il pianeta. Grazie a loro tantissime realtà sostenibili, ecologiche e innovative stanno prendendo piede. Lavori legati all’agro-ecologia, alla custodia di sementi antiche, alla tutela della biodiversità e alla riqualificazione del territorio. Ma anche alle reti alimentari alternative, all’autosufficienza e alla sovranità alimentare.

Realtà da cui dipende il nostro presente e il nostro futuro e che per questo andrebbero sostenute e incentivate. Come? Anche e soprattutto attraverso i nostri acquisti. Quando si fa la spesa si influisce sull’andazzo di questo pianeta più di quanto si possa immaginare. Ogni volta che mettiamo qualcosa nel carrello stiamo decidendo chi favorire e chi boicottare. Ogni acquisto è un voto attraverso cui scegliamo in che mondo e in che modo vogliamo vivere.

Grazie a questa nuova consapevolezza oggi sono una persona totalmente diversa. Tolte le vesti della consumatrice incallita ho scoperto il piacere di scegliere responsabilmente e di conoscere le conseguenze delle mie scelte. È un piacere nuovo, che non conoscevo. Così come non conoscevo il piacere di fare a meno. Che non significa rinunciare. Significa stare meglio senza. È bellissimo! Com’è bellissimo partecipare a una comunità in cui produttori e consumatori sono dalla stessa parte e in cui le relazioni si basano sulla fiducia e sul rispetto.

Ultimo, ma non ultimo, ho assaporato il piacere di tornare a fare. Di saper fare. Che soddisfazione! L’indipendenza è rivoluzionaria. Ti fa sentire libera. Una libertà che mi ha portato a cambiare abitudini, aspirazioni e a riappropriarmi del mio tempo. Dopo aver vissuto per una vita con quel fare un po’ indifferente per cui un problema non è un problema se non è un mio problema, ho deciso di smettere di girarmi dall’altra parte. Anzi! Di impegnarmi per lottare per ciò in cui credo. Non solo per altruismo o per idealismo, ma perché ho scoperto che vivere bene mi fa star bene.

L’AUTORE

Elena Tioli, classe 1982, nata a Mirandola (Mo), romana di adozione. Dopo molti anni passati in redazioni televisive, ora si occupa di ufficio stampa e comunicazione trattando soprattutto temi legati alla politica, alla decrescita e all’ambiente. Freelance per scelta, collabora con diverse realtà ecologiche e solidali. Per passione si interessa di alimentazione consapevole e stili di vita sostenibili. È autrice del blog www.vivicomemangi.it e www.viveresenzasupermercato.it. A febbraio 2017 ha pubblicato il libro Vivere senza supermercato (ed. Terra Nuova) in cui racconta la sua avventura fuori dalla grande distribuzione organizzata.

dal sito: www.beppegrillo.it

Una pianta in casa che funziona come un magnete per la ricchezza e l’energia positiva. Ecco come

0
pianta di giada

Questo arbusto sembra offrire benefici straorinari se tenuto in casa o se coltivato.

Le piante d’appartamento, oltre a dare ossigeno, purificare l’aria da polvere ed altri elementi tossici, proteggono dai campi elettromagnetici emessi dalle apparecchiature elettroniche, introducono la bellezza ed energia positiva nelle nostre case e conferiscono un contatto con la natura.

Sono molti gli esperti di Feng Shui in tutto il mondo che affermano che le piante sempreverdi emettono energia positiva, influenzando positivamente tutti i settori della vita, in particolare il business.

Questa pianta porterà fortuna, splendide amicizie e ricchezza materiale nelle vostre case! E’ quindi molto importante averne una!

Nome scientifico: Crassula ovata.

Nomi popolari: Pianta di giada, albero dell’ amicizia, balsamo di giardino, pianta dei soldi, rosa allegra e pianta del dollaro.

Famiglia: Crassulaceae.

Categoria: arbusti, ArbustosTropicais, cactus e succulente, fogliame.

Piante e fiori sono molto importanti per attirare energia. Le piante ci danno ossigeno, puliscono l’aria da polvere e altri materiali tossici e ci proteggono dai campi elettromagnetici nocivi delle nostre apparecchiature elettroniche. Portano bellezza ed energia positiva nelle nostre case e un piccolo contatto con la natura.

 Molti esperti di Feng Shui in tutto il mondo, dicono che ci sono diverse piante che irradiano energia positiva e che quindi influenzano positivamente tutti i settori della vita, in particolare quello degli affari. E, l’affermazione unanime, è che una delle piante più famose per portare buona fortuna, splendide amicizie e ricchezza materiale, è la Crassula, nota anche come pianta di giada.

Molte persone in tutto il mondo sanno che questa pianta è un simbolo di buona fortuna, prosperità generale, fortuna e ricchezza.

Se si desidera congratularsi con qualcuno per un buon affare concluso o un matrimonio, la pianta di giada è una scelta eccellente. La giada è una pietra preziosa, il suo nome significa qualcosa di grande valore. Le sue foglie hanno un bel colore, verde giada, che è sinonimo di crescita e di rinnovamento, mentre la forma delle foglie assomiglia a piccole monete, che attraggono ricchezza materiale e prosperità.

Questa pianta quando viene utilizzata per portare una benedizione finanziaria, deve essere collocata in un angolo a sud-est della vostra casa e si ritiene che ogni nuova foglia, aumenterà la vostra ricchezza.

La pianta di giada propizia anche profonde amicizie, soprattutto quando fiorisce.

Fonte: Farlo Facile

Morto il fondatore di Ikea: viveva da “poveraccio”e ha reso tutti noi più poveri

0

Ikea è parte della Globalizzazione che sta desertificando il tessuto economico, sociale e morale

È morto Ingvar Kamprad, fondatore di Ikea. L’imprenditore 91enne era uno degli uomini più ricchi del mondo, ma era famoso per il suo stile di vita frugale. Proprio la vocazione al risparmio, secondo lui, è stato ciò che ha permesso all’azienda di raggiungere il successo a livello mondiale. Kamprad aveva iniziato la sua carriera da ragazzo, vendendo fiammiferi ai vicini di casa, passando poi alla vendita di pesce, decorazioni natalizie, sementi da giardino, penne a sfera e matite.

A 17 anni, per premiarlo dei risultati a scuola, suo padre gli donò dei soldi, che Kamprad utilizzò per costruire il primo stabilimento Ikea, acronimo composto dalle iniziali del suo nome più Elmtaryd, la fattoria di famiglia dove è cresciuto. Nonostante il suo impero da 65 miliardi di euro, era solito comprare vestiti di seconda mano «per dare il buon esempio. È nella natura di Småland essere parsimoniosi».

Peccato che tutta questa tipica epopea ‘idenitaria’ si sia trasformata nel mostro senza confini che è oggi Ikea.

La società come la conosciamo non sopravviverà al ‘governo delle multinazionali’, una plutocrazia estremamente più pericolosa di quelle passate. Sia per la concentrazione di denaro che per l’elefantiasi di queste corporazioni. Oggi la minaccia alla libertà degli individui non arriva dagli Stati, arriva dalle multinazionali: devono essere approvate norme antitrust che le spezzino. Non è concepibile l’esistenza di monopolisti di fatto, sia perché strangolano la concorrenza quindi limitando l’innovazione, sia, soprattutto, perché fanno il deserto del tessuto produttivo e sociale locale.

https://voxnews.info

Niente errore umano. In Italia si muore in treno per strutture fatiscenti ( e guasti segnalati )

0
incidente trenord milano

Per la Procura le responsabilità vanno ricercate nel gestore della rete, cioè Rfi. Un operaio aveva avvisato ma si è deciso per un intervento provvisorio

Il guasto c’era eccome. Non al carrello ma alla rete ferroviaria. Tradotto: le rotaie. Non solo, era stato segnalato. Di più: un intervento tampone era stato fatto. Ma il rattoppo con un banale pezzo di legno disgraziatamente non ha retto.

Per comprendere le cause che giovedì mattina hanno provocato il deragliamento del treno di Trenord un chilometro dopo la stazione di Limito di Pioltello nel Milanese provocando la morte di tre donne, oltre a 47 feriti (di cui cinque ancora gravi), bisogna tornare al cosiddetto punto zero, ovvero dove sta il giunto al quale mancano 23 centimetri di acciaio.

Primo dato: gli inquirenti escludono in via quasi definitiva un mal funzionamento del carrello del treno. Gli accertamenti si concentrano sul danno alla rotaia. E le responsabilità si spostano, secondo la Procura, su Rfi e non su Trenord. Il giunto è composto da due barre di acciaio tenute assieme da quattro grossi bulloni, e poi saldate con il segmento di rotaia. Le due barre tra loro non sono unite.

Il dato risulta normale. Cosa succede a questo punto?

Qualche operaio nei giorni precedenti o forse anche settimane fa (la tempistica va accertata) segnala che vi è un disallineamento delle due barre. Dovuto all’assenza di un dado che doveva tenere il bullone. La cosa dunque viene comunicata a Rfi, questa è l’ipotesi investigativa. A quel punto cosa succede?

Viene dato l’ordine di intervenire. L’intervento è però solo provvisorio. E questo, secondo la Procura, con buona probabilità produrrà l’incidente. La scientifica infatti ha trovato sotto al giunto un pezzo di legno messo appositamente per tenere allineate le barre. Quando è stato messo è ancora da accertare.

Il dato è che però quel legno, forse per uno svuotamento della massicciata, si abbassa non reggendo più il giunto e disallineando le barre.

E torniamo all’alba di giovedì, quando il treno passa.

Secondo la ricostruzione, le ruote delle prime carrozze passando sopra al giunto che ha, evidentemente, una barra più alta dell’altra, strappano il pezzo di metallo. A quel punto la terza vettura o forse la quarta (non la quinta e la sesta che resteranno sui binari) sobbalzano sull’avvallamento. Le ruote del carrello però non cadono subito.

In particolare quelle esterne per qualche minuto continuano a correre sullo spigolo delle rotaie. Poi scendono, ma poi tornano sopra, dando la sensazione di un sobbalzo. Quindi le ruote scendono definitivamente. E questo è provato dai segni sulla massicciata e sulle traversine. Il treno, va ricordato, corre a 140 chilometri orari.

Oltre la stazione di Limito di Pioltello le ruote si allargano sempre più verso l’esterno colpendo due pali. Alla fine il deragliamento è provocato dal gancio tra un vagone e un altro che non regge più la pressione e si stacca. A quel punto una delle carrozze, la terza, si gira a novanta gradi piegandosi attorno a un palo dell’alta tensione.

A quanto risulta poi il macchinista originario di Cremona non si accorge dei sobbalzi iniziali. Almeno questo ha messo a verbale due giorni fa dopo l’incidente. Anzi, ed è un’ipotesi credibile, potrebbe aver accelerato un po’ dopo aver sentito la mancanza di trazione provocata dalla discesa delle ruote. E che non si accorga di nulla lo dimostra il fatto che non è stato tirato il freno di emergenza.

Se il dispositivo fosse stato azionato il treno si sarebbe fermato nello spazio di 800 metri ancora prima di entrare nella stazione. Invece il convoglio attraversa le banchine sbandando e provocando le scintille. L’indagine, dunque, prosegue in una direzione ben precisa. Anche per questo non ci sono iscritti nel registro degli indagati con l’ipotesi di disastro ferroviario colposo.

L’obiettivo adesso è capire se, come filtrato ieri, la riparazione doveva essere fatta a giorni, oppure se quel rattoppo era considerato sufficiente. E che possa essere così viene confermato dal fatto che un tale modo di agire non è per nulla raro sulla rete ferroviaria nazionale.

Gli interrogatori chiariranno il quadro. Ma non vi è dubbio su una cosa, almeno questo sostengono gli investigatori: la segnalazione del guasto e l’ordine di ripararlo non partono da una decisione autonoma della ditta che ha in appalto la manutenzione, ma direttamente da Rfi. Questo in via generale e non solo per il caso di Segrate. Certo esiste anche la componente della casualità. Sul quel tratto prima del treno deragliato erano passati altri convogli e non solo quel giorno stesso.

Ancora da capire, infine, quale fosse il danno reale al giunto, un dado mancante oppure una crepa. Il fatto certo è che per tenere allineate le due barre è stato utilizzato un semplicissimo pezzo di legno.

Caro sindaco, il silenzio è d’oro

Incredibile la leggerezza nel commentare la tragedia del sindaco di Milano Sala

Questione di delicatezza. Quella che ti fa andare sul luogo di una tragedia ferroviaria devastante, che ha causato tre morti e decine di feriti alle porta della tua città, e ti fa dire che tutto sommato “poteva andare anche peggio”. Un concetto scandito in faccia ai familiari delle vittime e ai sopravvissuti dal sindaco di Milano Giuseppe Sala, che ieri mattina, appena arrivato nei pressi della stazione di Pioltello, parlava così ai cronisti: “Qui c’erano 250 persone, e vedendo i vagoni purtroppo è brutto dire che è andata quasi bene. Le immagini sono tragiche e fanno capire che i morti potevano essere molti di più”.

Di tatto in tatto, di finezza in finezza, Sala si è ripetuto anche in serata.
Ospite da Bruno Vespa a Porta a Porta, il sindaco ci ha tenuto a far notare che ieri mattina era in casa al momento dell’incidente e stava “aspettando che arrivasse l’autista”, che nel frattempo si trovava a bordo proprio del treno coinvolto dell’incidente.

Eppure una volta c’era un proverbio. Diceva qualcosa sul silenzio e sull’oro, o qualcosa del genere. Mica si ricorda come fa, caro sindaco? Potrebbe tornare utile.

www.ilfattoquotidiano.it

Una casa di riposo diventa una fattoria urbana, dove gli anziani producono cibo biologico

0

Si chiama Home Farm, il progetto di fattoria urbana che coinvolge gli ospiti di una casa di riposo, presentato dagli architetti della Sparck al World Architecture Festival.

L’iniziativa è volta a conciliare la creazione di nuovi spazi verdi sul suolo urbano e la natura terapeutica dell’agricoltura, che potrà arricchire la vita quotidiana degli anziani, in termini di attività da svolgere all’aria aperta e di accrescimento del senso comunitario.

Il progetto è stato pensato per la città di Singapore, dove – considerando l’aumento delle persone in età pensionabile e la difficoltà a produrre ortaggi che non siano d’importazione – implementare un sistema in cui gli anziani producano cibo biologico da consumare all’interno della casa di riposo ha un valore economico e sociale.

L’intenzione, inoltre, è quella di stimolare un senso di appartenenza, di comunità naturale tra i membri della struttura, favorendo il lavoro di gruppo e l’organizzazione dei ritmi colturali da parte degli anziani stessi.

Il privilegio di consumare ortaggi coltivati in maniera biologica, inoltre, si farà valore aggiunto nelle vite degli ospiti della casa di riposo, unendosi alla soddisfazione di aver “prodotto” il cibo per sé e per i compagni.

Il progetto architettonico prevede l’installazione di muri vegetali composti da esemplari edibili, l’arricchimento delle pareti curvilinee degli edifici con arbusti, fioriere e vegetazione a cascata. Ma il vero fulcro pulsante della struttura sarà l’orto condiviso che connetterà i palazzi adibiti a casa di riposo.

Qui, tra i filari di vasi e le piccole zolle che gli anziani potranno utilizzare liberamente, si troverà anche una fattoria acquaponica, che concilierà la coltivazione vegetale all’allevamento ittico. Nota di valore all’interno del progetto – che comprenderà anche la creazione di un tetto-giardino come area ricreativa – è il mercato ortofrutticolo in cui lo staff della casa di riposo venderà i prodotti in esubero, utilizzando i ricavi per le spese gestionali della struttura.

Fonte: www.festivaldelverdeedelpaesaggio.it 

Allarme Creme bebè tossiche: Ecco la lista nera dei prodotti poco sicuri

0
allerta creme bebè

Molte creme anti-arrossamento per bebè contengono un conservante, il phenoxyethanolo, che ha possibili effetti tossici sulla riproduzione e lo sviluppo.

Cosa c’è dentro le creme protettive usate per il cambio dei bebè? Una domanda più che legittima visto che si tratta di cosmetici dedicati ai piccolissimi, e in quanto tali devono essere ultra-sicuri, e che, per giunta, sono usati in una zona estremamente delicata del corpo dei neonati.

Le paste antiarrossamento agiscono in prossimità degli organi genitali dei bimbi e dunque, ancor più di altri cosmetici, devono essere usate con cautela e prestando la massima attenzione agli ingredienti che contengono.

Lo scorso novembre l’Agenzia nazionale francese per la sicurezza dei medicinali e dei prodotti sanitari (Ansm) ha invitato a non usare il phenoxyethanolo nei prodotti che vengono applicati sui glutei (le creme protettive appunto o le salviettine profumate) e di ridurre la sua concentrazione dall’attuale 1% allo 0,4% in tutti gli altri cosmetici.

Il phenoxyethanolo è un conservante ampiamente usato nei cosmetici ma da tempo sotto la lente di ingrandimento per i suoi possibili effetti tossici sulla riproduzione e lo sviluppo. Sospetti che sembrano sempre più fondati se l’Ansm è arrivata a raccomandare di non utilizzare il composto nei cosmetici destinati ai bambini sotto i tre anni di età.

In attesa che anche le autorità europee procedano a una rivalutazione del rischio, per precauzione sarebbe meglio evitare, a priori, i marchi che usano questo conservante.

Il settimanale Il Salvagente ha pubblicato il risultato di un ampio test incentrato sulle paste protettive per il cambio dei neonati e ben 6 le creme su 15 sono state colte in fallo per la presenza del “famigerato” conservante:

FISSAN Baby – Protezione e Natura

BABYGELLA – Pasta protettiva

AVÈNE Pediatril – Crema per il cambio

CHICCO – Pasta lenitiva

DERMOGELLA bébé – Baby Paste

FISSAN Baby – Pasta Alta Protezione

Le creme prese in esame in cui il il phenoxyethanolo è risultato assente sono:

WELEDA – Baby crema protettiva alla calendula

PURIS Baby care – Pasta protettiva

PASTA HOFFMAN – Lenitiva antiarrossamento

NIVEA BABY – Pasta protettiva emolliente

MUSTELA

AVEENO Baby – Crema barriera

JOHNSON’S PEDIATRIC – Baby Pasta Protettiva

PENATEN – Pasta protettiva

A-DERMA – Eryase crema

Nel caso delle paste protettive per il cambio dei pannolini, poi, l’invito del Salvagente è di privilegiare prodotti naturali privi non solo di phenoxyethanolo, ma anche di parabeni e petrolati, questi ultimi sostanze di bassissima qualità ottenute dal petrolio e che sono diffusissime in questi cosmetici.

FONTE

Disuguaglianze, Oxfam: “In Italia l’1% più ricco ha 240 volte il 20% più povero. E il divario si allarga”

0
povertà

Il rapporto pubblicato dall’ong britannica Oxfam alla vigilia del World Economic Forum. L’82% dell’incremento di ricchezza netta registrato nel mondo tra marzo 2016 e marzo 2017 è andato in tasca ai “Paperoni”. E nel periodo 2006-2016 la quota di reddito nazionale disponibile lordo del 10% più povero è diminuita del 28%. Lettera ai candidati premier italiani per chiedere interventi su fisco, lavoro, spesa pubblica

“Miseri e disuguali”. E’ la sintesi del nuovo rapporto sulla ricchezza nel mondo pubblicato dall’ong britannica Oxfam alla vigilia del World Economic Forum di Davos, che vedrà riuniti nella cittadina svizzera i maggiori rappresentanti mondiali dell’economia e della politica. Il divario tra ricchissimi e poveri cresce, è la conclusione a cui arriva il report. Non solo infatti l’1% più ricco della popolazione mondiale continua a possedere quando il restante 99%, ma si arricchisce sempre di più: l’82% dell’incremento di ricchezza netta registrato nel mondo tra marzo 2016 e marzo 2017 è andato in tasca ai “Paperoni”. Nemmeno un centesimo invece è finito alla metà più povera del pianeta, che conta 3,7 miliardi di persone.

“Ricompensare il lavoro, non la ricchezza”, è il titolo del report che utilizza i dati elaborati dal Credit Suisse tenendo conto di nuove informazioni che arrivano sui nuovi ricchi di Russia, Cina e India. Un giorno di reddito di un amministratore delegato vale in Usa un anno di salario di un dipendente, calcola tra il resto la ong. Ogni due giorni qualcuno nel mondo diventa miliardario, ma per la presidente di Oxfam Italia, Maurizia Iachino, “non è sintomo di un’economia fiorente se a pagarne il prezzo sono le fasce più povere e vulnerabili dell’umanità”.

La sezione italiana dell’organizzazione, in vista delle elezioni, ha inviato una lettera ai candidati premier: un’indagine realizzata da Demopolis per l’organizzazione indica che il 61% degli italiani percepisce una crescita della disuguaglianza nel Paese. Per questo la lettera propone interventi su fisco, lavoro, spesa pubblica. Anche in Italia infatti la ricchezza è sempre più concentrata in poche mani. A metà 2017 il 20% più ricco degli italiani deteneva oltre il 66% della ricchezza nazionale netta, il successivo 20% ne controllava il 18,8%, lasciando al 60% più povero appena il 14,8% della ricchezza nazionale. La quota di ricchezza dell’1% più ricco degli italiani supera di 240 volte quella detenuta complessivamente dal 20% più povero della popolazione. Il divario, poi, cresce. Nel periodo 2006-2016 la quota di reddito nazionale disponibile lordo del 10% più povero degli italiani è diminuita del 28%, mentre oltre il 40% dell’incremento di reddito complessivo registrato nello stesso periodo è andato al 20% dei percettori di reddito più elevato. Così nel 2016 – gli ultimi dati confrontabili disponibili – l’Italia occupava la ventesima posizione su 28 paesi Ue per la disuguaglianza di reddito disponibile.

L’indice di Oxfam, in quest’ultimo rapporto, è puntato sul lavoro, sempre più mal retribuito e precario, pieno di abusi e rischi. Nel settore dell’abbigliamento gli azionisti dei cinque principali marchi hanno riscosso nel 2016 dividendi per 2,2 miliardi di dollari: basterebbe un terzo di questa cifra per garantire un salario dignitoso a 2,5 milioni di vietnamiti che lavorano nello stesso settore, producendo un capo che magari ora stiamo indossando. Tra le proposte di Oxfam, c’è quella di porre un tetto ai superstipendi dei top manager per impedire che il divario superi il rapporto 20 a 1.

www.ilfattoquotidiano.it

Un’isola eolica fornirà energia a cinque paesi europei

0
isola eolica

Sorgerà a Dogger Bank, un’isola in mezzo al Mare del Nord, il parco eolico progettato dall’olandese Tenne T con l’obiettivo di generare così tanta energia da poterla poi fornire a cinque paesi europei.

Sorgerà a Dogger Bank, un punto in mezzo al Mare del Nord a 125 km dalla costa est dell0 Yorkshire. Un’isola ventosa sulla quale sarà realizzato un vero e proprio parco eolico progettato dall’olandese Tenne T con l’obiettivo di generare così tanta energia da poterla poi fornire a cinque paesi europei: oltre all’Olanda, in lizza per partecipare a questo progetto – e ottenere quindi l’energia prodotta – ci sarebbero già Regno Unito, Belgio, Germania e Danimarca. Un approccio marittimo che, secondo l’azienda, avrebbe un costo minore rispetto alla costruzione di un parco simile sulla terraferma, nonostante si parli sempre di miliardi di euro.

L’isola di Dogger Bank fungerà in realtà da power hub, cioè il punto in cui convergerà tutta l’elettricità prodotta dalle pale eoliche e dal quale partirà per raggiungere la terraferma. Le pale, invece, saranno posizionate totalmente in mare e potranno quindi estendersi per una grande porzione marittima attorno all’isolotto nel Mare del Nord. “Per l’azienda è cruciale continuare a ridurre i costi” ha spiegato Rob van der Hage, direttore dei lavori. La difficoltà principale di questi ultimi risiede nella posa dei cavi in grado di portare la corrente dalle pale all’hub centrale e, in seguito, verso la terraferma. Un lavoro che richiederà l’utilizzo di tecnologie di ultima generazione anche e soprattutto per garantire la sicurezza del trasferimento.

La prossima fase del progetto avrà inizio nel 2018, mentre il termine ultimo per il completamento dell’isola e del parco eolico è previsto per il 2027. L’intero progetto avrà una potenza di 30 gigawatt, oltre il doppio di quella prodotta oggi dagli impianti offshore di tutta l’Europa. Attualmente l’azienda è in fase di ricerca fondi: Tenne T è in grado di finanziare la costruzione del power hub – si parla di circa 1,5 miliardi di euro – ma non del resto del progetto. Per questo si attendono anche investimenti stranieri.

www.fanpage.it