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Una casa di riposo diventa una fattoria urbana, dove gli anziani producono cibo biologico

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Si chiama Home Farm, il progetto di fattoria urbana che coinvolge gli ospiti di una casa di riposo, presentato dagli architetti della Sparck al World Architecture Festival.

L’iniziativa è volta a conciliare la creazione di nuovi spazi verdi sul suolo urbano e la natura terapeutica dell’agricoltura, che potrà arricchire la vita quotidiana degli anziani, in termini di attività da svolgere all’aria aperta e di accrescimento del senso comunitario.

Il progetto è stato pensato per la città di Singapore, dove – considerando l’aumento delle persone in età pensionabile e la difficoltà a produrre ortaggi che non siano d’importazione – implementare un sistema in cui gli anziani producano cibo biologico da consumare all’interno della casa di riposo ha un valore economico e sociale.

L’intenzione, inoltre, è quella di stimolare un senso di appartenenza, di comunità naturale tra i membri della struttura, favorendo il lavoro di gruppo e l’organizzazione dei ritmi colturali da parte degli anziani stessi.

Il privilegio di consumare ortaggi coltivati in maniera biologica, inoltre, si farà valore aggiunto nelle vite degli ospiti della casa di riposo, unendosi alla soddisfazione di aver “prodotto” il cibo per sé e per i compagni.

Il progetto architettonico prevede l’installazione di muri vegetali composti da esemplari edibili, l’arricchimento delle pareti curvilinee degli edifici con arbusti, fioriere e vegetazione a cascata. Ma il vero fulcro pulsante della struttura sarà l’orto condiviso che connetterà i palazzi adibiti a casa di riposo.

Qui, tra i filari di vasi e le piccole zolle che gli anziani potranno utilizzare liberamente, si troverà anche una fattoria acquaponica, che concilierà la coltivazione vegetale all’allevamento ittico. Nota di valore all’interno del progetto – che comprenderà anche la creazione di un tetto-giardino come area ricreativa – è il mercato ortofrutticolo in cui lo staff della casa di riposo venderà i prodotti in esubero, utilizzando i ricavi per le spese gestionali della struttura.

Fonte: www.festivaldelverdeedelpaesaggio.it 

Allarme Creme bebè tossiche: Ecco la lista nera dei prodotti poco sicuri

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allerta creme bebè

Molte creme anti-arrossamento per bebè contengono un conservante, il phenoxyethanolo, che ha possibili effetti tossici sulla riproduzione e lo sviluppo.

Cosa c’è dentro le creme protettive usate per il cambio dei bebè? Una domanda più che legittima visto che si tratta di cosmetici dedicati ai piccolissimi, e in quanto tali devono essere ultra-sicuri, e che, per giunta, sono usati in una zona estremamente delicata del corpo dei neonati.

Le paste antiarrossamento agiscono in prossimità degli organi genitali dei bimbi e dunque, ancor più di altri cosmetici, devono essere usate con cautela e prestando la massima attenzione agli ingredienti che contengono.

Lo scorso novembre l’Agenzia nazionale francese per la sicurezza dei medicinali e dei prodotti sanitari (Ansm) ha invitato a non usare il phenoxyethanolo nei prodotti che vengono applicati sui glutei (le creme protettive appunto o le salviettine profumate) e di ridurre la sua concentrazione dall’attuale 1% allo 0,4% in tutti gli altri cosmetici.

Il phenoxyethanolo è un conservante ampiamente usato nei cosmetici ma da tempo sotto la lente di ingrandimento per i suoi possibili effetti tossici sulla riproduzione e lo sviluppo. Sospetti che sembrano sempre più fondati se l’Ansm è arrivata a raccomandare di non utilizzare il composto nei cosmetici destinati ai bambini sotto i tre anni di età.

In attesa che anche le autorità europee procedano a una rivalutazione del rischio, per precauzione sarebbe meglio evitare, a priori, i marchi che usano questo conservante.

Il settimanale Il Salvagente ha pubblicato il risultato di un ampio test incentrato sulle paste protettive per il cambio dei neonati e ben 6 le creme su 15 sono state colte in fallo per la presenza del “famigerato” conservante:

FISSAN Baby – Protezione e Natura

BABYGELLA – Pasta protettiva

AVÈNE Pediatril – Crema per il cambio

CHICCO – Pasta lenitiva

DERMOGELLA bébé – Baby Paste

FISSAN Baby – Pasta Alta Protezione

Le creme prese in esame in cui il il phenoxyethanolo è risultato assente sono:

WELEDA – Baby crema protettiva alla calendula

PURIS Baby care – Pasta protettiva

PASTA HOFFMAN – Lenitiva antiarrossamento

NIVEA BABY – Pasta protettiva emolliente

MUSTELA

AVEENO Baby – Crema barriera

JOHNSON’S PEDIATRIC – Baby Pasta Protettiva

PENATEN – Pasta protettiva

A-DERMA – Eryase crema

Nel caso delle paste protettive per il cambio dei pannolini, poi, l’invito del Salvagente è di privilegiare prodotti naturali privi non solo di phenoxyethanolo, ma anche di parabeni e petrolati, questi ultimi sostanze di bassissima qualità ottenute dal petrolio e che sono diffusissime in questi cosmetici.

FONTE

Disuguaglianze, Oxfam: “In Italia l’1% più ricco ha 240 volte il 20% più povero. E il divario si allarga”

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povertà

Il rapporto pubblicato dall’ong britannica Oxfam alla vigilia del World Economic Forum. L’82% dell’incremento di ricchezza netta registrato nel mondo tra marzo 2016 e marzo 2017 è andato in tasca ai “Paperoni”. E nel periodo 2006-2016 la quota di reddito nazionale disponibile lordo del 10% più povero è diminuita del 28%. Lettera ai candidati premier italiani per chiedere interventi su fisco, lavoro, spesa pubblica

“Miseri e disuguali”. E’ la sintesi del nuovo rapporto sulla ricchezza nel mondo pubblicato dall’ong britannica Oxfam alla vigilia del World Economic Forum di Davos, che vedrà riuniti nella cittadina svizzera i maggiori rappresentanti mondiali dell’economia e della politica. Il divario tra ricchissimi e poveri cresce, è la conclusione a cui arriva il report. Non solo infatti l’1% più ricco della popolazione mondiale continua a possedere quando il restante 99%, ma si arricchisce sempre di più: l’82% dell’incremento di ricchezza netta registrato nel mondo tra marzo 2016 e marzo 2017 è andato in tasca ai “Paperoni”. Nemmeno un centesimo invece è finito alla metà più povera del pianeta, che conta 3,7 miliardi di persone.

“Ricompensare il lavoro, non la ricchezza”, è il titolo del report che utilizza i dati elaborati dal Credit Suisse tenendo conto di nuove informazioni che arrivano sui nuovi ricchi di Russia, Cina e India. Un giorno di reddito di un amministratore delegato vale in Usa un anno di salario di un dipendente, calcola tra il resto la ong. Ogni due giorni qualcuno nel mondo diventa miliardario, ma per la presidente di Oxfam Italia, Maurizia Iachino, “non è sintomo di un’economia fiorente se a pagarne il prezzo sono le fasce più povere e vulnerabili dell’umanità”.

La sezione italiana dell’organizzazione, in vista delle elezioni, ha inviato una lettera ai candidati premier: un’indagine realizzata da Demopolis per l’organizzazione indica che il 61% degli italiani percepisce una crescita della disuguaglianza nel Paese. Per questo la lettera propone interventi su fisco, lavoro, spesa pubblica. Anche in Italia infatti la ricchezza è sempre più concentrata in poche mani. A metà 2017 il 20% più ricco degli italiani deteneva oltre il 66% della ricchezza nazionale netta, il successivo 20% ne controllava il 18,8%, lasciando al 60% più povero appena il 14,8% della ricchezza nazionale. La quota di ricchezza dell’1% più ricco degli italiani supera di 240 volte quella detenuta complessivamente dal 20% più povero della popolazione. Il divario, poi, cresce. Nel periodo 2006-2016 la quota di reddito nazionale disponibile lordo del 10% più povero degli italiani è diminuita del 28%, mentre oltre il 40% dell’incremento di reddito complessivo registrato nello stesso periodo è andato al 20% dei percettori di reddito più elevato. Così nel 2016 – gli ultimi dati confrontabili disponibili – l’Italia occupava la ventesima posizione su 28 paesi Ue per la disuguaglianza di reddito disponibile.

L’indice di Oxfam, in quest’ultimo rapporto, è puntato sul lavoro, sempre più mal retribuito e precario, pieno di abusi e rischi. Nel settore dell’abbigliamento gli azionisti dei cinque principali marchi hanno riscosso nel 2016 dividendi per 2,2 miliardi di dollari: basterebbe un terzo di questa cifra per garantire un salario dignitoso a 2,5 milioni di vietnamiti che lavorano nello stesso settore, producendo un capo che magari ora stiamo indossando. Tra le proposte di Oxfam, c’è quella di porre un tetto ai superstipendi dei top manager per impedire che il divario superi il rapporto 20 a 1.

www.ilfattoquotidiano.it

Un’isola eolica fornirà energia a cinque paesi europei

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isola eolica

Sorgerà a Dogger Bank, un’isola in mezzo al Mare del Nord, il parco eolico progettato dall’olandese Tenne T con l’obiettivo di generare così tanta energia da poterla poi fornire a cinque paesi europei.

Sorgerà a Dogger Bank, un punto in mezzo al Mare del Nord a 125 km dalla costa est dell0 Yorkshire. Un’isola ventosa sulla quale sarà realizzato un vero e proprio parco eolico progettato dall’olandese Tenne T con l’obiettivo di generare così tanta energia da poterla poi fornire a cinque paesi europei: oltre all’Olanda, in lizza per partecipare a questo progetto – e ottenere quindi l’energia prodotta – ci sarebbero già Regno Unito, Belgio, Germania e Danimarca. Un approccio marittimo che, secondo l’azienda, avrebbe un costo minore rispetto alla costruzione di un parco simile sulla terraferma, nonostante si parli sempre di miliardi di euro.

L’isola di Dogger Bank fungerà in realtà da power hub, cioè il punto in cui convergerà tutta l’elettricità prodotta dalle pale eoliche e dal quale partirà per raggiungere la terraferma. Le pale, invece, saranno posizionate totalmente in mare e potranno quindi estendersi per una grande porzione marittima attorno all’isolotto nel Mare del Nord. “Per l’azienda è cruciale continuare a ridurre i costi” ha spiegato Rob van der Hage, direttore dei lavori. La difficoltà principale di questi ultimi risiede nella posa dei cavi in grado di portare la corrente dalle pale all’hub centrale e, in seguito, verso la terraferma. Un lavoro che richiederà l’utilizzo di tecnologie di ultima generazione anche e soprattutto per garantire la sicurezza del trasferimento.

La prossima fase del progetto avrà inizio nel 2018, mentre il termine ultimo per il completamento dell’isola e del parco eolico è previsto per il 2027. L’intero progetto avrà una potenza di 30 gigawatt, oltre il doppio di quella prodotta oggi dagli impianti offshore di tutta l’Europa. Attualmente l’azienda è in fase di ricerca fondi: Tenne T è in grado di finanziare la costruzione del power hub – si parla di circa 1,5 miliardi di euro – ma non del resto del progetto. Per questo si attendono anche investimenti stranieri.

www.fanpage.it

L’ultima follia della Fedeli: sarà abolito il tema di italiano agli esami

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fedeli tema italiano

“COSA CI SI POTEVA ASPETTARE DAL MINISTRO MENO ACCULTURATO DEL GOVERNO MENO QUALIFICATO DELLA STORIA REPUBBLICANA?
HA CERCATO DI MODELLARE (ROVINARE) LA SCUOLA A SUA IMMAGINE , PENSANDO FORSE DI VOLER PRENDERE FINALMENTE LEI LA MATURITÀ CHE LE MANCA; PER QUESTO HA AUTORIZZATO L’USO DEL CELLULARE E VUOL RIMUOVERE IL TEMA DI ITALIANO.
TRATTASI DI PALESE “CONFLITTO D’INTERESSI”, DI “INTERESSE PRIVATO IN ATTI D’UFFICIO!”  R.Mastalia

Niente tema di italiano, letterario, scritto, con traccia e sviluppo. L’ultima “rivoluzione”, ma potremmo definirla anche sciocchezza, del ministero della Pubblica Istruzione retto da Valeria Fedeli, il ministro “senza laurea”, riguarda sia gli esami di terza media che la Maturità. Il tema d’italiano potrebbe essere sostituito a breve da una sintesi ragionata degli elementi essenziali di un testo, o da una narrazione costruita a partire da elementi forniti dal docente o dall’argomentazione di una o più tesi, magari fra loro contrapposte.

Secondo un articolo della Stampa di Torino, il gruppo di lavoro del ministero sarebbe già arrivato alla proposta per mandare in archivio il tema letterario d’italiano, un classico per decenni di generazioni di studenti.

“Il ministero dell’Istruzione ha presentato le nuove linee guida per la prova di italiano nell’esame di terza media; presto seguiranno indicazioni simili per la maturità. Le linee guida, che sono il frutto del lavoro di una commissione guidata da uno dei nostri migliori esperti, Luca Serianni, infrangono uno degli ultimi tabù della nostra scuola: il tema letterario, da sempre principale cimento per tutti gli studenti”, scrive il quotidiano torinese.

Finora non si era mai osato tanto, anche se alla Maturità, già adesso, al classico tema sono stati affiancati testi sintetici o commenti. La linea nuova del ministero è che sia meglio imparare a sintetizzare che esporre, in maniera logica e conseguenziale, l’esposizione di un testo personale. E’ la logica dei social, più faccine, meno parole, pensieri e libertà di espressione…

www.secoloditalia.it

Cina, frode record da 11 miliardi di dollari: “Truffati gli investitori di una piattaforma di servizi finanziari online”

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Recentemente stiamo assistendo ad un moltiplicarsi di società grandi o piccole che promettono miracoli finanziari di vario tipo. Ecco cosa è successo in Cina a 200 milioni di risparmatori!

Zhang Xiaolei, fondatore di Qbao.com, è accusato di essersi intascato 70 miliardi di yuan promettendo ai suoi adepti ritorni annualizzati dell’80%: maggiore era l’investimento, maggiori sarebbero dovuti essere i rendimenti. In realtà, si sarebbe trattato semplicemente di un gigantesco schema Ponzi che ha coinvolto almeno 200 milioni di persone solo nel 2017

Una frode online da 70 miliardi di yuan, ovvero 11 miliardi di dollari. È la più clamorosa mai messa a segno in Cina, persino superiore a quella ordita da Ezubao, il sito di credito peer-to-peer accusato lo scorso anno di aver truffato 900mila investitori per un valore pari a 50 miliardi di yuan. Secondo quanto riportato poco prima di Capodanno dal magazine finanziario CaixinZhang Xiaolei, fondatore della piattaforma online Qbao, si è spontaneamente consegnato alla polizia dopo una caccia durata anni. L’accusa è quella di essersi intascato 70 miliardi di yuanpromettendo agli investitori ritorni annualizzati dell’80%: maggiore era l’investimento, maggiori sarebbero dovuti essere i rendimenti.

In cambio, i nuovi adepti erano tenuti a partecipare alle attività promozionali e di “recruiting” attraverso la condivisione delle informazioni sui prodotti offerti dalla compagnia, che vantava la partecipazione in assets di varie tipologie, dall’e-commerce,agli impianti chimici passando per le aziende vinicole. In realtà, si sarebbe trattato semplicemente di un gigantesco schema Ponzi, in cui i nuovi clienti finivano inconsapevolmente per pagare rendite gonfiate agli investitori consolidati. Tanto per avere un’idea dell’entità della frode, si consideri che nel 2017 erano 200 milioni i “Qbaofen” (i fan di Qbao), con 2 milioni di registrazioni giornaliere negli ultimi mesi dell’anno e 200 milioni di yuan (oltre 31 milioni di dollari) di transazioni ogni giorno.

La fortuna di Qbao – che deve il suo nome ad una crasi evocativa tra le parole cinesi “qian” (soldi) e “bao” (tesoro) – va letta nell’ambito della rapida diffusione dei servizi di microcredito online, che hanno drasticamente semplificato per molti l’accesso ai prestiti. C’è chi, come un 26enne intervistato dalla rivista finanziaria, ammette di aver ricorso a sette carte di credito per ottenere più denaro possibile da investire nella creatura di Zhang Xiaolei.

Fondato nel 2012 a Nanjing, nella provincia costiera del Jiangsu, Qbao era diventato “come un culto” per i suoi adepti, racconta a Caixin un ex dirigente. Tanto che molte delle vittime continuano a riporre totale fiducia nell’artefice della loro rovina, un personaggio noto per i suoi comportamenti sopra le righe e una passione sfrenata per l’alcol. E sì che i precedenti di Zhang non erano per nulla rassicuranti. Prima ancora di divenire il “re della truffa”, nel 2003 l’imprenditore era già finito sotto i riflettori della giustiziaper essersi appropriato di 4,2 milioni di yuan nell’ambito di un progetto di formazione – fittizio – per giovani calciatori, che avrebbe dovuto coinvolgere una squadra sudamericana. Rilasciato su cauzione, è poi stato in grado di restituire tutto il malloppo. Da allora, il fondatore di Qbao ha messo in piedi oltre 80 societàregistrate a suo nome e altre sei intestate alla moglie.

 

Poco convinti dalla rapida redenzione, le autorità ne hanno cominciato a monitorare massicciamente le attività nel 2015: ad un’incursione improvvisa negli uffici sono seguiti prima gli avvertimenti e poi le accuse di raccolta illegale di fondi. Un avviso affisso dalla polizia all’entrata del quartier generale di Qbao avrebbe dovuto tenere lontano gli investitori. Ma la mancata assunzione di misure più drastiche ha continuato ad assicurare libertà di movimento alla più grande macchina mangia soldi del web cinese. Per difendere la propria longevità, Qbao si è spostato da Nanjing a Shanghai e poi ancora da Shanghai a Chengdu, nella provincia sud-occidentale del Sichuan. Nel frattempo, il successo di Zhang ha ispirato la nascita di piccole realtà decise a imitarlo nel mondo della finanza online. Concentrate in un unico edificio a Nanjing, fino a pochi giorni fa erano almeno 50 le aziende specializzate nella fornitura di wealth management product, prodotti finanziari ad alto rischio. Molte hanno già fatto i bagagli da quando si è diffusa la notizia della chiusura di Qbao.

La caduta in disgrazia di Zhang sembra essere stata pianificata durante un meeting dei regolatori finanziari l’11 dicembre, ovvero poco dopo che una direttiva del governo centrale ha ordinato alle autorità locali di limitare le attività creditizie soltanto alle organizzazioni munite di apposita licenza. L’approvazione di quelle nuove era già stata vietata il mese precedente.

La storia di Qbao “dimostra come molti cinesi siano ancora a corto di denaro e vadano pazzi per i canali di investimento ad alto rendimento”, ha commentato ai microfoni del Global Times Li Chao, analista presso la società di consulenza iResearch. Difficile dire se adesso abbiano imparato la lezione. Da quando la società ha chiuso i battenti, milioni di clienti si sono ritrovati con i conti bloccati, mentre tutte le banche della provincia del Jiangsu sono state invitate a indagare sulla possibile erogazione di prestiti in relazione alle losche operazioni di Qbao.com e delle sue varie sussidiarie. Ora, secondo gli esperti, la vera priorità sta nel contenere il pericolo di un effetto domino. Ad oggi la Cina conta per l’85% dei servizi finanziari online a livello mondiale. Un mercato che nel 2020 dovrebbe arrivare a valere 2,3 trilioni di yuan.

di China Files – www.ilfattoquotidiano.it

Trattativa Stato-Mafia, le parole del pm Nino Di Matteo: “Canali di comunicazione tra Berlusconi, Dell’Utri e Riina”

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Secondo la procura di Palermo il boss dei boss, morto lo scorso novembre, non era consapevole di essere intercettato. Il magistrato recita alcune delle frasi intercettate: “Ma noi altri abbiamo bisogno di Giovanni Brusca per cercare Dell’Utri? Questo Dell’Utri è una persona seria…”. E ancora: “…Berlusconi in qualche modo mi cercava… si era messo a cercarmi… mi ha mandato a questo… Gli abbiamo fatto cadere le antenne”

“Erano diversi i canali di comunicazione tra Riina-Dell’Utri-Berlusconi. È lo stesso Riina che lo racconta mentre è intercettato in carcere senza sapere di essere ascoltato”. È uno dei primi passaggi della requisitoria del pm Nino Di Matteo al processo sulla trattativa tra Stato e mafia. Il magistrato recita alcune delle frasi intercettate in carcere al capomafia: “Ma noi altri abbiamo bisogno di Giovanni Brusca per cercare Dell’Utri? Questo Dell’Utri è una persona seria…”, diceva Riina al codetenuto Alberto Lorusso. E ancora: “…Berlusconi in qualche modo mi cercava… si era messo a cercarmi… mi ha mandato a questo… Gli abbiamo fatto cadere le antenne – diceva Riina in un’altra intercettazione del 2013 – e non lo abbiamo fatto più trasmettere”. Le intercettazioni del capomafia di Corleone, morto lo scorso novembre, sono state lette in aula dal pm. “Nei dialoghi intercettati in carcere – dice il magistrato – Riina più volte parla dei canali tramite i quali avrebbe potuto contattare Dell’Utri“, l’ex senatore imputato nel processo per minaccia a corpo politico dello Stato e detenuto perché condannato per concorso in associazione mafiosa. Non solo. Secondo Di Matteo “Riina dimostra di essere consapevole dei rapporti che i fratelli Graviano avevano per i loro canali con l’imprenditore e poi politico Berlusconi. Alterna momenti di sincera confidenza con dei momenti in cui invece assume ufficialmente la parte di chi non sa nulla”. Proprio in una controversa intercettazione, pubblicata in esclusiva da SekretGiuseppe Graviano, parla riguardo alle stragi mafiose di un favore chiesto a Graviano da ‘Berlusca’ secondo l’interpretazione delle parole data dai periti di pm e giudice.

Pm: “Riina non consapevole di essere intercettato”

Secondo la procura di Palermo comunque Riina “non era consapevole di essere intercettato nello spazio esterno del carcere” in cui era detenuto. “Se fosse stato consapevole o avesse avuto un sospetto serio, non avrebbe parlato così a lungo e approfonditamente di quasi tutti gli omicidi di cui si è reso protagonista e non si sarebbe vantato, con profili di autoesaltazione che stridono con la purezza del racconto delle stragi e di omicidi eccellenti. Inoltre, non avrebbe parlato tante volte dei suoi congiunti, della moglie e dei figli” ha proseguito Di Matteo nell’udienza in corso all’aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo. Una replica a distanza a chi sostiene da tempo che il capomafia di Corleone “sapeva di essere intercettato in carcere”. Le intercettazioni a cui fa riferimento il pm della Dna sono quelle del 2013 tra Totò Riina e il codetenuto Alberto Lorusso, che sembrava il depositario degli sfoghi e dei propositi di morte del boss.

L’odio per i magistrati Chinnici, Falcone e Borsellino
In quelle lunghe ore di conversazioni, tutte registrate dalle cimici del carcere, Riina aveva parlato degli anni Ottanta e inizio Novanta, e del suo odio contro i magistrati, da Rocco Chinnici a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, fino allo stesso Nino Di Matteo e gli altri pm antimafia. E quasi si lamentava, Riina, che gli affiliati a Cosa nostra ancora liberi avessero seguito la strategia dell’inabbissamento: “Mi viene una rabbia a me… ma perché questa popolazione non vuole ammazzare a nessun magistrato?”, diceva a Lorusso. “Se avesse saputo di essere intercettato – prosegue il pm Di Matteo – Riina non avrebbe parlato così approfonditamente di suo nipote Giovanni Grizzafi e delle aspettative che nutriva rispetto alla prossima scarcerazione di Grizzafi che gli avrebbe permesso di tessere le fila di tante situazioni. Se avesse avuto un serio sospetto di essere intercettato nello spazio esterno non avrebbe mai parlato di beni patrimoniali riconducibili alla sua famiglia. In alcuni momenti delle conversazioni con Lorusso parla di beni che ha nella disponibilità di cui nessuno aveva sospettato”. “Inoltre – dice ancora il pm Di Matteo – Riina non avrebbe sollecitato l’eliminazione di uno dei pm del processo”, facendo riferimento a lui stesso, nel mirino del capomafia Riina. Parlando del magistrato, Riina aveva detto nelle intercettazioni: “Ti farei diventare il primo tonno, il tonno buono… Ancora ci insisti? Perché, me lo sono tolto il vizio? Inizierei domani mattina… Minchia ho una rabbia… Sono un uomo e so quello che devo fare, pure che ho cento anni”. Il nome del pm venne fuori anche in riferimento alle polemiche seguite alla citazione come testimone dell’ex capo dello Stato Giorgio Napolitano (‘Questo Di Matteo, questo disonorato, questo prende pure il presidente della Repubblicà), a cui Riina immagina di fargli fare la fine del procuratore Scaglione, assassinato nel 1971: “A questo ci finisce lo stesso”. Nelle intercettazioni Riina parlava anche della strage di Capaci in cui morirono Giovanni Falcone, sua moglie Francesca e tre agenti di scorta. Per Riina fu “una mangiata di pasta”.

“Riina disse che fu lo stato a cercarlo”
Nel 1992, secondo la procura, non sarebbe stato il boss mafioso a volere avviare una trattativa con pezzi dello Stato. Ma sarebbero stati esponenti delle Istituzioni a volere dare vita a un accordo per fare cessare le stragi mafiose. Di Matteo, durante la requisitoria, ha letto la relazione fatta nel 2013 da due assistenti penitenziari del carcere di Opera a Milano sulle parole pronunciate dal boss Riina. Riina disse “Non mi hanno arrestato i Carabinieri ma Vito Ciancimino e Bernardo Provenzano – dice il magistrato – E lo stesso Riina ha poi sottolineato, come emerge dalla relazione dei due assistenti penitenziari: ‘Non ero io a cercare loro per trattare con loro ma era loro che cercavano me per trattare, io non cercavo nessuno‘”. Secondo il pm Di Matteo un “riscontro alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Cancemi e Brusca” ma anche del “dichiarante Massimo Ciancimino“, quest’ultimo imputato nel processo per concorso esterno in associazione mafiosa.

www.ilfattoquotidiano.it

Come l’ eccessivo uso di ibuprofene può portare a infertilità maschile. Lo studio

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L’ibuprofene, preso ad alte dosi, può mettere a rischio la fertilità maschile, oltre a provocare altri problemi, come la perdita di tenore muscolare, la disfunzione erettile e affaticamento. Lo riferisce uno studio di cui parla il quotidiano Guardian.

I ricercatori hanno effettuato le loro ricerche su giovani uomini sani che hanno preso l’antinfiammatorio per periodi fino a sei settimane. Il farmaco, secondo quanto osservato, ha interrotto la produzione di ormoni sessuali maschi e ha portato a una condizione normalmente osservata nei maschi più anziani e fumatori.

I pazienti, tutti tra i 18 e 35 anni, hanno sviluppato un “ipogonadismo compensato” nelle due settimane in cui assumevano 600 mg di ibuprofene due volte al giorno. Si tratta di una condizione nella quale il corpo accresce i livelli di testosterone, perché la normale produzione nei testicoli è crollata.

La ricerca condotta in Danimarca ha sottolineato che il problema si è mostrato temporaneo, ma il timore è che possa cronicizzarsi per i consumatori di ibuprofene per lunghi periodi. “La nostra preoccupazione è per la fertilità deglui uomini che usano questi farmaci per un lungo periodo”, ha detto David Moeberg Kristensen dell’Università di Copenaghen. “Sono buoni antidolorifici, ma una certa quantità di perosne nella società li usa senza pensare a loro come vere medicine”.

A marzo di quest’anno Jiri Dvoral, ex capo medico della Fifa, ha avvertito su un “allarmante trend” tra i giocatori di calcio d’élite di un “abuso” di antidolorifici legali come l’ibuprofene.

www.askanews.it

Il governo italiano sta cercando di comprare 100 chili di cannabis dall’estero (pagandola uno sproposito)

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In Italia la cannabis terapeutica è di fatto irreperibile per i malati ormai da mesi, ora il Ministero della Difesa per correre ai ripari ha pubblicato una sorta di bando per le aziende produttrici di cannabis: fornire allo stato italiano 100 chilogrammi di cannabis con un massimale di spesa previsto in 573.770 euro più iva.

La decisione è arrivata dopo le proteste delle associazioni dei pazienti, che da mesi vedono compromessa la continuità delle terapie. La produzione della cannabis di stato, affidata all’Istituto farmaceutico militare di Firenze, si è rivelata profondamente insufficiente, così come la quantità di cannabis da importare prenotata dal ministero della Salute alla casa farmaceutica olandese Bedrocan, che da tempo ha sospeso le forniture all’Italia dopo visto il raggiungimento della quota di 200 chili che era stata riservata al nostro paese (in quanto giudicata erroneamente sufficiente dal ministero).

Al bando pubblicato dal ministero italiano hanno risposto solo due aziende tedesche, una delle quali esclusa per non meglio specificate “irregolarità nella proposta”. Altri 100 chilogrammi di cannabis terapeutica arriveranno quindi a fornire i malati italiani. Una buona notizia che però getta ancora una volta luce sull’incompetenza con la quale tutta l’operazione è stata gestita in questi anni dal governo.

Era il settembre 2014 quando le ministre della Difesa e della Salute Roberta Pinotti e Beatrice Lorenzin stabilirono che la cannabis terapeutica italiana dovesse essere prodotta solo dall’Istituto militare di Firenze, negando la possibilità dell’autocoltivazione per i malati così come la nascita di imprese e consorzi produttori privati. A tre anni di distanza l’intera operazione si è dimostrata fallimentare: la produzione è andata a rilento e solo a dicembre 2016 le prime scorte sono arrivate nelle farmacie, dimostrandosi fin da subito insufficienti ed anche provocando forti dubbi tra i malati circa la qualità del prodotto. Un quadro al quale poi si sono aggiunte anche le proteste delle farmaciecostrette a vendere la cannabis sottocosto.

L’intera faccenda è stata pianificata con un dilettantismo indegno di un paese civile, ovviamente sulla pelle dei malati che da mesi faticano a trovare la cura alla quale hanno diritto. Ora questa nuova “pezza” che porterà sollievo per qualche settimana, a fronte di un esborso notevole per tutti i cittadini, visto che la cannabis verrà pagata 5.737 euro più iva al chilogrammo. Cifra che ha provocato le accuse dei Radicali, che in un comunicato hanno accusato il governo di cercare di riparare ai propri errori facendo pagare a tutti i cittadini la cannabis mancante a “un prezzo analogo del tartufo bianco di Alba”.

www.dolcevitaonline.it

Israele espelle 38mila migranti africani. Con assegno

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israele

Principalmente si tratta di eritrei e sudanesi entrati illegalmente. Dovranno lasciare il Paese entro fine di marzo. Ciascuno riceverà un biglietto aereo e 2.900 euro. Se si rifiuta sarà arrestato

Israele ha iniziato oggi ad attuare un piano per costringere decine di migliaia di migranti africani a uscire dal Paese entro aprile, minacciando di arrestare coloro che rimangono. “Questo piano prenderà il via oggi”, ha detto il primo ministro Benjamin Netanyahu all’inizio di una riunione di gabinetto. Nell’ambito del programma, circa 38.000 migranti che sono entrati illegalmente in Israele, principalmente eritrei e sudanesi, dovranno lasciarlo entro la fine di marzo.

Ciascuno riceverà un biglietto aereo e l’equivalente di 2.900 euro per farlo. Dopo la scadenza, questo importo diminuirà e coloro che continuano a rifiutarsi di andare saranno arrestati. Commentando la decisione, Netanyahu ha difeso il piano: “Ogni Paese deve mantenere i propri confini e proteggerli dall’infiltrazione illegale è sia un dovere basilare sia un diritto per uno Stato sovrano”.

“Vediamo qui l’attuazione della decisione”, ha detto Drori-Avraham dell’Organizzazione di aiuto per rifugiati e richiedenti asilo in Israele (Assaf) con sede a Tel Aviv. Gli africani hanno attualmente visti di soggiorno di breve durata che devono essere rinnovati ogni due mesi. “Da oggi, quando una persona va a chiedere un’estensione del visto, se non ha una domanda di asilo in sospeso, non gli verrà rinnovato il visto e gli verrà dato un ordine di espulsione”, ha aggiunto.
“Al momento – ha concluso – ci sono eccezioni per donne, bambini, genitori di bambini e vittime della tratta di esseri umani, ma le regole procedurali chiariscono che quelle esenzioni sono solo temporanee”.

www.affaritaliani.it