Home clima Ambiente, addio 2020: 5 buone notizie che fanno ben sperare

Ambiente, addio 2020: 5 buone notizie che fanno ben sperare

159
0
Ambiente 2021
Loading...

E’ stato un anno di cattive notizie, anche per l’ambiente. Il 2020 è iniziato con i roghi australiani, conseguenza del riscaldamento globale e causa di ulteriori emissioni di CO2. E’ continuato con eventi meteo estremi che hanno fatto migliaia di vittime e miliardi di danni. Ma potrebbe anche essere l’anno della svolta nella lotta ai cambiamenti climatici, forse proprio grazie alla pandemia da Covid-19 che ha colpito tutti i continenti: l’emergenza coronavirus ha indotto politici e opinione pubblica a un ripensamento su stili di vita e rapporto con la Natura. Vedremo quanto duraturo. E tuttavia ci sono state anche delle vere buone notizie per il pianeta. Ecco quali.

Green Deal europeo

Il Green New Deal europeo. Annunciato dalla presidente della Commissione europea Ursula von Der Leyen alla fine del 2019, l’ambizioso progetto Ue ha mosso i suoi primi passi nel 2020, complice proprio la pandemia. Lo strumento finanziario individuato dall’Europa per aiutare i Paesi membri più duramente colpiti dal coronavirus, il Next Generation Eu, prevede che il 70% dei fondi erogati da Bruxelles siano spesi per la conversione delle economie da un modello basato sui combustibili fossili a uno basato sulle energie rinnovabili. Vale anche per i 209 miliardi destinati all’Italia.

E alla fine dell’anno, era ormai inizio dicembre, i capi di Stato e di governo europei, hanno accettato di fare uno sforzo in più, impegnandosi a tagliare del 55% le emissioni entro il 2050.

La pandemia

 Il lockdown imposti in tutto il mondo a partire da gennaio hanno prodotto un crollo delle emissioni di CO2 del 7% rispetto al 2019. Ma non è questa la buona notizia: finita l’emergenza si tornerà a produrre, a viaggiare, dunque a emettere gas serra. Il coronavirus però ci ha insegnato quanto le nostre società siano vulnerabili a certe emergenze “naturali”. Ci ha insegnato che dobbiamo riprogettare le economie perché siano resilienti (non a caso il piano europeo accanto al termine recovery, che tanto piace alla politica italiana, affianca il da noi ignorato resilience).

Ma la vera lezione è un’altra: di fronte a una crisi planetaria si è stati capaci di convogliare risorse economiche, capacità tecnologiche e competenze scientifiche verso un obiettivo preciso: realizzare nel minor tempo possibile un vaccino contro il Covid-19. Ci si è riusciti in meno di un anno. Un record. Se si applicasse la stessa determinazione alla crisi climatica si troverebbero certamente soluzioni per facilitare la transizione dai fossili alle rinnovabili. Il problema è che ancora oggi tra i cittadini, e soprattutto tra i politici, il global warming non è percepito per l’emergenza che è, capace non di funestare un anno come ha fatto il virus, ma di cambiare il volto del Pianeta per millenni.

Il tramonto del petrolio, l’alba del solare. 

Nell’agosto scorso, Exxon Mobil è scomparsa dal Dow Jones Industrial Average, il più noto indice azionario della borsa di New York. Ne faceva parte dal 1928, quando si chiamava ancora Standard Oil del New Jersey. E sempre ad agosto, il comparto energia, cioè le compagnie petrolifere e del gas, si sono ridotte fino a diventare la componente con la ponderazione più bassa dell’indice S&P 500. E pensare che nel 2008 rappresentava il secondo settore più grande, subito dopo le compagnie dell’hi-tech. Un declino ormai inarrestabile, sancito dai mercati finanziari. Parallelamente, NextEra Energy, un’azienda della Florida che vende elettricità eolica e solare ai servizi pubblici, è diventata una delle società energetiche più quotate degli Stati Uniti e il suo valore compete con quello di Exxon e Chevron.

Un passaggio di testimone ratificato persino dall’Agenzia internazionale per l’energia (Iea), nata negli anni dello shock petrolifero per garantire ai paesi membri gli approvvigionamenti di greggio. Lo scorso ottobre il suo direttore esecutivo Fatih Birol ha dichiarato: “Il futuro è dell’energia solare”.

La lunga marcia Cinese per la carbon neutrality

La notizia migliore del 2020 è arrivata da Pechino il 22 settembre scorso, quando il leader cinese Xi Jinping ha annunciato che il suo paese sarà a emissioni zero entro il 2060. In Occidente ci si domanda come sarà possibile, considerando le dimensioni del Paese e il ruolo che gioca ancora il carbone nella produzione energetica cinese. Ma alla leadership comunista non si applicano le stesse categorie delle democrazie occidentali: può decidere e agire, anche calpestando i diritti dei cittadini, pur di raggiungere l’obiettivo. Basti pensare alla gestione della pandemia. UN PAESE AL MICROSCOPIO

Resta il fatto che con la scesa in campo della Cina, l’Unione europea non è più l’unica potenza a dover trainare la comunità internazionale verso il traguardo del rispetto degli Accordi di Parigi. Una solitudine che era stata all’origine del fallimento della conferenza Onu sul clima Cop26 del novembre 2019 a Madrid.

Il ritorno degli USA?

A inizio novembre gli Stati Uniti sono usciti formalmente dagli Accordi di Parigi: un atto dovuto, conseguenza della decisione presa anni prima dal presidente Donald Trump. Fortunatamente qualche giorno prima lo stesso Trump era stato bocciato da oltre ottanta milioni di americani che hanno votato per Joe Biden. E il presidente eletto ha subito precisato: il mio primo atto da inquilino della Casa Bianca sarà chiedere che gli Stati Uniti vengano riammessi negli Accordi di Parigi sul clima.

Quello ambientale è forse il campo dove l’avvicendamento nello studio ovale produrrà gli effetti maggiori e più immediati. Si è passati dal Trump che negava il riscaldamento globale portando come prova le tempeste di neve nel Midwest e autorizzava nuove trivellazioni nell’Artico, al Biden che ha nominato un dream team per l’emergenza climatica: da John Kerry, che da Segretario di Stato nell’amministrazione Obama firmò gli Accordi di Parigi, a Michael Regan, primo uomo di colore a dirigere l’Environmental protection agency (Epa), a Jennifer Granholm scelta per il ministero dell’Energia.STATI UNITi

Si metteranno al lavoro dal 20 gennaio prossimo, quando formalmente Joe Biden assumerà i pieni poteri di presidente degli Stati Uniti. E probabilmente si coordineranno con europei e cinesi per elaborare una strategia comune che salvi le future generazioni dall’innalzamento delle temperature.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.