Home coronavirus Pisa, la primaria di pneumologia: “Ora si ammalano di coronavirus anche i...

Pisa, la primaria di pneumologia: “Ora si ammalano di coronavirus anche i giovani”

3183
0
pisa coronavirus

PISA. «Sì, è vero gli anziani con malattie pregresse sono finora i più numerosi. Ma anche i giovani si ammalano senza avere una patologia di base. C’entra la forte carica virale che prevale sulle capacità dell’organismo di reagire dal punto di vista del sistema immunitario».

La professoressa Laura Carrozzi dirige l’unità operativa di pneumologia di Cisanello. Con la terapia intensiva è il reparto più schierato sul fronte della guerra al coronavirus.

«Se non si tocca con mano non si può capire la complessità di quello che stiamo affrontando» è la premessa di questa intervista al Tirreno.

Professoressa, che idea si è fatta di questo virus?

«Di sicuro è una malattia rilevante dal punto di vista clinico. È una patologia che si è rivelata molto più grave di quello che pensavamo quando ne abbiamo sentito parlare. È un qualcosa che dal punto di vista clinico e organizzativo ha caratteristiche particolari e ci arriva addosso davvero come uno tsunami. Serve viverlo dall’interno per capirne la complessità».

Quando sono iniziati i primi ricoveri?

«Nella prima settimana di marzo. Il nostro è un reparto con 19 posti letto. Tutti occupati. C’è un turn over continuo. Abbiamo avuto due decessi, qualche dimissione e altri che sono stati trasferiti in terapia intensiva o, chi stava meglio, nella “bolla” Covid-19. Sono quelli che respirano in modo autonomo».

Prevalenza uomini o donne?

«In questo momento siamo a 15 uomini e 4 donne».

Tutti di età avanzata?

«No. Ci sono pazienti anche di 50 e 60 anni. Perché se è vero che finora i decessi sono arrivati per anziani con patologie pregresse, ci sono stati anche casi di persone più giovani, non pensionate, senza malattie. È il risultato dell’interazione della carica virale con l’organismo debole a livello immunitario».

Quale tipo di trattamento viene riservato ai pazienti?

«Una cura specifica ancora non esiste. Ci sono esperienze di terapie. La strategia adottata con i colleghi di malattie infettive è scegliere nell’ambito delle opzioni terapeutiche considerate migliori. Le cose più importanti sono ossigeno e ventilazione con i “caschi”. E poi la capacità dell’organismo di reagire alla malattia».

Ha notato un tratto comune come sintomatologia tra i pazienti?

«Nelle forme più severe c’è una difficoltà seria nella respirazione. In quelle più lievi è comune il senso di spossatezza dovuto in parte alla febbre e in parte all’infezione. La malattia non ha una durata breve. Siamo abituati all’influenza che con tre giorni di febbre anche alta poi se ne va».

Quanto è la durata?

«In media i pazienti hanno febbre più o meno alta per una settimana».

La novità non è solo per l’assenza di cure, ma anche per la necessità di fronteggiare una malattia con la forza di uno tsunami. Come vi siete preparati?

«Accanto all’impegno clinico rilevante su cui la nostra conoscenza è al momento relativa, il nocciolo del problema è anche la trasmissibilità della malattia. Per questo la sicurezza per gli operatori è ai massimi livelli. E questo vuol dire lavorare in condizioni faticose. Significa indossare strumenti di lavoro impegnativi. Il personale si affatica dovendo spogliarsi e prepararsi in aree riservare, quelle cosiddette pulite. E, nonostante tutto, riusciamo a garantire la copertura degli organici. L’impegno gravoso è dover alternare gli operatori e isolare tutto in un sistema complesso dove anche la procedura che prima era naturale ora deve seguire un percorso dedicato. Chi non ci si trova non può capire».

I pazienti come reagiscono a una malattia nuova per tutti?

«L’idea della solitudine è fortissima. Possono parlare al telefono con i familiari, ma non basta. Nei limiti del possibile anche noi cerchiamo un contatto diretto. Medici e infermieri che prendono la mano e danno conforto. Lo abbiamo sempre fatto. Ma ora si fa con una mano coperta e mediata da tre paia di guanti. Molti pazienti sono come sconcertati dalla situazione in cui si trovano. Un contesto appesantito dal fatto che ora è tutto più complicato».

Il reparto non si svuota.

«No, anzi. Ora stanno arrivando i pazienti degli altri ospedali».

Non ha notato miglioramenti dall’inizio dell’epidemia?

«Al momento no. Ma quando tutto sarà finito avremo imparato tanto»

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.