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Nuova presidente ‘fai da te’ e ora la Bolivia rischia di esplodere: gli USA richiamano i loro cittadini

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Bolivia, Jeanine Anez presidente anche senza quorum in Parlamento. La nomina della senatrice di Unidad democratica anche se non ha raggiunto i voti necessari per l’assenza dei deputati di Mas. Morales: “E’ un golpe”. Sette morti negli scontri. Gli Usa fanno richiamano in patria i familiari degli addetti all’ambasciata

Jeanine Anez presidente di partito

La senatrice di opposizione Jeanine Anez del partito Unidad democratica, seconda vicepresidente del Senato, è stata dichiarata presidente ad interim della Bolivia dai parlamentari della sua formazione politica, contro la costituzione che impone il consenso di due terzi del parlamento. Il quotidiano El Deber, sottolinea che ciò è avvenuto nonostante le sedute di Camera e Senato non abbiano raggiunto il quorum costituzionale per l’assenza dei parlamentari del partito di maggioranza Movimento al socialismo, di Morales.

Morales e l’autoproclamata

L’ex presidente esule in Messico, ha definito la nomina della senatrice Jeanine Anez una «autoproclamazione», a completamento del «golpe più subdolo e nefasto della storia». «Una senatrice di destra golpista che si autoproclama presidente del Senato e presidente ad interim della Repubblica senza quorum legislativo, circondata da un gruppo di complici e protetta da Forze armate e polizia». Il capo dello Stato dimissionario ha poi citato i molti articoli della Costituzione violati.

La presidente a metà Bolivia

Nel suo discorso dopo la nomina da parte del suo partito, Jeanine Anez, prima promette pacificazione, poi prova a colpevolizzare presidente e vice dimissionari, «abbandono delle loro funzioni», e i parlamentari della maggioranza assenti e non votati, con logica abbastanza audace. Resta il fatto che la Costituzione boliviana, sostengono i giuristi, prevede che affinché la rinuncia delle massime cariche dello Stato diventi effettiva le lettere di dimissioni debbano essere approvate dai due rami del Parlamento.

Ma la Bolivia trema e ribolle

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I primi sette i morti negli scontri che stanno scuotendo il Paese da quando si è aperta la crisi costituzionale. Con i militari dalla parte dei golpisti la protesta nelle strade diventa «orda delinquenziale». E scatta la repressione con i primi accenni di ferocia che fanno temere il peggio. La gravità della situazione è stata sottolineata dall’ordine dell’amministrazione Trump, di far rientrare negli Stati Uniti i familiari dei dipendenti del governo americano che lavorano in Bolivia ed ha chiesto ai cittadini statunitensi di non recarsi nel Paese.

La trama, gli attori e le comparse

Il comandante generale delle Forze armate boliviane Williams Kaliman, lo stesso che ha ‘suggerito’ a Morales di rinunciare, era stato categorico: «Non ci scontreremo mai con il popolo». Quale parte di popolo? «L’ascesa politica di “Macho Camacho” (le formazioni catto-fasciste), che riporta la Bibbia o la resistenza dei “poncho rossi”?», la domanda retorica di Claudia Fanti. Esplicita da subito la ‘seconda vicepresidente del Senato Jeanine Áñez’ (pre autonomina a presidente), sollecitando i militari a fermare «le orde delinquenziali», vale a dire i militanti del  Movimiento al Socialismo di Evo Morales.

Evo Morales in Messico

Tra la quasi metà del paese che ha votato Morales, c’è anche chi è disposto a resistere, «come i migliaia di contadini dell’Altipiano tra cui i ponchos rojos, gruppi di combattenti aymara  che sono scesi in strada a El Alto al grido di ‘ahora sí, guerra civil’». E come la Confederación Sindical de Trabajadores Campesinos, che ha annunciato blocchi stradali in tutto il paese come forma di «resistenza generale al colpo di stato guidato da Carlos Mesa e soprattutto da Luis Fernando Camacho, leader del Comitato civico di Santa Cruz, da sempre bastione della ricca élite bianca di estrema destra».

Il ‘Bolsonaro boliviano’

Luis Fernando Camacho, imprenditore 40enne il cui nome compare nello scandalo dei Panama Papers, condivide politicamente molto il presidente brasiliano. Il soprannome di ‘Macho Camacho’, i costanti richiami a Dio, «con tanto di promessa, ripetuta per tre settimane, che la Bibbia sarebbe tornata al Palazzo di governo. Una promessa mantenuta pochi minuti prima della rinuncia di Morales, quando è entrato nell’antica sede del governo, il Palazzo Quemado, per depositarvi una bibbia insieme a una bandiera boliviana», mentre i suoi davano fuoco alla whipala, la bandiera dei popoli nativi.

Non solo destra fascista

Camacho e ogni altra espressione della destra, non esauriscono tuttavia l’elenco degli oppositori di Morales. Tra questi, anche gruppi di dissidenti del Mas, organizzazioni femministe e movimenti popolari che si sono opposti alla sua ricandidatura dopo il referendum perso nel 2016, una forzatura della Costituzione. Settori che dopo aver contribuito alla sua vittoria nel 2006, erano poi passati a denunciare il modello estrattivista nel Territorio Indigeno e nel Parco Nazionale Isiboro Sécure. Ora, di fronte al rischio di una guerra civile, l’allarme anche da queste forze è che la destra razzista, colonialista e patriarcale riesca a imporsi con un bagno di sangue.

Ancora una volta si dimostra che in America latina le forze preposte alla difesa della democrazia e dello stato di diritto sono invece al servizio di un’oligarchia e dell’impero nordamericano. È un copione già seguito dai golpe contro Arbens in Guatemala, nel Cile di Allende, con l’operazione Condor in Argentina, poi con Chavez in Venezuela. Prima una campagna nazionale e internazionale di accuse mai provate ma diffuse dai media. Poi una seconda fase di agitazione di classi medie che prepara l’intervento finale dei militari. Ci eravamo augurati e illusi che fosse roba del secolo passato. Questo «muro» invece non cade.

 

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