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Covid: il contagio è quasi impossibile all’aperto

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covid schedatura sanitaria modello

Un contagio da Covid all’aperto è una possibilità remota: lo dimostrano gli studi di CNR e ARPA. Rischio più alto se si è chiusi in casa.

Il contagio da Covid è quasi impossibile all’aperto. A dimostrarlo un recente studio da parte di CNR e ARPA. Il contagio sarebbe una possibilità remota anche se ci si trova in luoghi più malsani con un’elevata presenza di smog.

Bisogna stare attenti, invece, se si è nel chiuso della propria casa. Un’affermazione in fondo già ovvia, ma è anche giusto ricordare queste regole basilari per prevenire l’infezione. La recente scoperta è totalmente italiana. Gli studi sono iniziati partendo proprio dai reparti Covid delle strutture sanitarie.

Covid: rischio contagio bassissimo all’aperto

Il rischio di contagio da Covid-19 è quasi del tutto impossibile all’aria aperta, a dimostrarlo il recente studio di CNR e ARPA.

Dopo le opportune ricerche all’interno dei reparti ospedalieri si è scoperto come il coronavirus sia più presente nel chiuso delle case, piuttosto che nelle strutture sanitarie. All’aria aperta, invece, il virus sostanzialmente risulta non esserci.

Ovviamente i ricercatori non invitano a uscite di massa senza mascherina, questo è meglio ricordarlo, ma dobbiamo anche ricordare come NEI NUMERI, il provvedimento di mascherine sempre, anche all’aperto, si sia dimostrato totalmente inutile. Non appena introdotta, i contagi sono in ogni caso saliti a dismisura!

I rilievi fatti al chiuso e all’aperto

I rilievi scientifici che hanno confermato i risultati della ricerca sono stati svolti sia in strada sia nelle abitazioni di alcuni soggetti positivi al coronavirus.

Proprio nel chiuso delle case di queste persone contagiate le concentrazioni del virus risultano essere presenti in maniera più consistente. Nell’aria della casa di un infetto è possibile trovare, infatti, fino a 40:50 copie genomiche del virus su metro cubo.

Anche sulle mascherine la Svezia va controcorrente: non si devono portare!

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Nessun obbligo, nemmeno sui mezzi pubblici o nei luoghi chiusi. E a differenza che nel resto d’Europa il numero dei contagi è in diminuzione

Dall’inizio della pandemia di coronavirus sta facendo discutere in tutto il mondo la risposta della Svezia. La strategia soft di Stoccolma è demonizzata da alcuni e presa ad esempio da altri, con i primi che la ritengono troppo rischiosa e spregiudicata, e gli altri che la considerano più razionale.
 
E adesso anche sulle mascherine, che in diversi Stati vengono quasi ritenute il rimedio per eccellenza alla diffusione della malattia, il Paese Scandinavo continua ad andare controcorrente decidendo di non imporle per legge nemmeno nei luoghi chiusi o affollati, e continuando a insistere solo sul distanziamento fisico e sul lavaggio delle mani.
 
Certo le mascherine sono consigliate, ma l’esperto del governo, l’ormai celebre  Anders Tegnell, insiste sul fatto che gli studi scientifici non abbiano dimostrato che siano davvero efficaci nel limitare la diffusione del Covid-19, suggerendo addirittura che potrebbero fare più male che bene se usate in modo sbagliato.

Le mascherine sono utili? Prove scientifiche deboli

“Ci sono almeno tre rapporti di pesi massimi – dall’Organizzazione mondiale della sanità, dall’Ecdc (agenzia sanitaria dell’Ue) e un report di The Lancet citato dall’Oms – che affermano tutti che le prove scientifiche sono deboli”, riguardo alla loro utilità, ha detto tempo fa ai giornalisti. Due settimane fa al Financial Times disse che è “pericoloso” far credere che siano la panacea per il problema.

“Le maschere per il viso possono essere un complemento ad altri interventi. Ma richiedere di indossare le mascherine e poi pensare di poter affollare i autobus o centri commerciali è sicuramente un errore “, ha spiegato, sottolineando come nonostante la mascherine anche all’aperto, in paesi come il Belgio e la Spagna i casi fossero in aumento.

I numeri dalla parte della Svezia

È Tegnell la mente che ha spinto per la strategia dell’immunità di gregge, quella che sostiene che una diffusione il più possibile controllata del contagio possa essere utile per proteggere la società, piuttosto che danneggiarla. Una strategia facilitata certamente dal fatto che parliamo di un Paese di poco più di 10 milioni di abitanti, distribuiti su un territorio che è 1,5 volte quello dell’Italia, di cui però un milione è concentrato nella capitale.

E così anche durante il picco dei contagi le misure di quarantena sono state minime: sono state vietate le riunioni pubbliche di oltre 50 persone e le persone anziane, fragili o con sintomi sono state invitate a rimanere a casa ma il governo ha lasciato aperte scuole, negozi e ristoranti, puntando solo su distanziamento sociale e senso di responsabilità dei cittadini.

All’inizio nel Paese il numero dei contagiati, e purtroppo dei morti, è stato molto più altro degli altri vicini scandinavi, a causa soprattutto del fallimento del tentativo di proteggere gli anziani nelle case di cura. Ma adesso le cose vanno molto meglio (e l’economia è tra le meno colpite dalla crisi).

 
E Stoccolma è talmente sicura di sé che la scorsa settimana il numero massimo di persone che possono riunirsi insieme è stato innalzato da 50 a 500. E senza mascherina obbligatoria.

La testimonianza dello scienziato italiano

È per questo motivo che secondo il Professore, che vive e lavora in Svezia da anni, misure italiane come l’utilizzo della mascherina, la chiusura totale del paese e le continue restrizioni sono “discutibili”.

A testimoniarlo, proprio i risultati della Svezia: pur non avendo adottato la nostra stessa linea, infatti, i dati di mortalità contagi sono migliori rispetto a quelli italiani.

In diretta a ‘Un giorno speciale’, il Prof. Leopardi ha raccontato la sua esperienza diretta sul campo. Ecco l’intervista di Francesco Vergovich e Fabio Duranti.

“Il dato di fatto era che questo virus è nella stessa fascia di pericolosità del virus influenzale, non certo nella fascia di pericolosità dell’Ebola o del Sars. I quadri clinici sono lievemente più gravi di quelli dell’influenza stagionale solo perché l’influenza stagionale è molto simile a quella di 5 anni fa. Se oggi impattasse un’influenza vera e propria come la Spagnola, noi ci troveremmo nello stesso problema nel quale ci stiamo trovando con il Covid. Quindi la pandemia è di tipo influenzale. Le strategie che sono state implementate sono quelle che l’OMS ha preparato da anni per l’influenza. Il Covid è molto contagioso, è più contagioso di quanto si creda. Ed è per questo che le mascherine non funzionano. Le mascherine funzionerebbero abbastanza bene su alcuni virus, ma sul Covid non stanno funzionando. La letteratura ci dimostra che non funzionano ed è per questo che in Svezia non sono usate”.

In pensione a 57 anni con solo 5 di contributi: ecco a chi spetta

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casalinghe in pensione 57 anni

In questo articolo vogliamo approfondire un diritto spesso dimenticato: la pensione per le casalinghe. La Legge, infatti, tutela le persone che svolgono lavori non retribuiti di responsabilità familiare. Vediamo insieme come ottenere la pensione per le casalinghe. Scopriremo che questo fondo consente un pensionamento già dopo 5 anni di contributi.

Come iscriversi al fondo e pagare i contributi

Il fondo di previdenza per le casalinghe esiste dal 1997. Il fondo accetta iscrizioni da parte di cittadini di ambo i sessi di età compresa tra 16 e 65 anni. Questi devono svolgere in via esclusiva un lavoro non retribuito in famiglia. Gli interessati possono presentare domanda all’INPS utilizzando il sito Internet dell’Istituto.

Il lavoratore domestico riceverà una conferma scritta di avvenuta iscrizione al Fondo e potrà iniziare a versare i relativi contributi. L’importo minimo da corrispondere mensilmente è di 25,82 euro. All’avvenuto pagamento, l’INPS provvederà ad accreditare un mese di contribuzione.

Il contribuente potrà utilizzare per i versamenti i bollettini di conto corrente postale che l’istituto previdenziale invierà a casa. Il fondo di previdenza per le casalinghe prevede sia un trattamento pensionistico in caso di Invalidità sia la pensione di vecchiaia.

In pensione a 57 anni con 5 di contributi: ecco a chi spetta

La pensione di invalidità matura con almeno 5 anni di contributi, purchè sia intervenuta l’assoluta e permanente impossibilità a svolgere qualsiasi attività lavorativa. La pensione di vecchiaia per le casalinghe parte dai 57 anni di età con almeno 5 anni di contributi.

L’INPS provvederà al pagamento solo se l’importo maturato risulta pari all’ammontare dell’assegno sociale maggiorato del 20%. Chi ha iniziato a lavorare molto presto riceverà il pagamento delle pensioni a partire dal 57° anno. La pensione di vecchiaia verrà pagata, indipendentemente dall’importo a partire dal 65° anno di età.

Ricordiamo che per queste pensioni non è prevista la reversibilità. Le pensioni non sono integrabili al trattamento minimo ed il calcolo dell’importo considera i contributi effettivamente versati. Il fondo pagherà dei trattamenti a semplice integrazione del reddito familiare. Al contempo, renderà merito ad un’attività professionale spesso non adeguatamente riconosciuta.

Cosenza, si suicida medico responsabile delle vaccinazioni anti Covid

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lucio marrocco cosenza suicidio

Muore suicida il responsabile della campagna di vaccinazioni negli ospedali di Cosenza e Rogliano. Ieri in Calabria è montata la polemica sulla lentezza con scambio di accuse tra Commissario Longo e Federazioni dei medici calabri.

Si è suicidato gettandosi dalla propria abitazione dove viveva con la famiglia il dottore Lucio Marrocco, responsabile della prevenzione e protezione ambientale dell’Azienda ospedaliera di Cosenza.

56 anni e sposato con un medico, a lui era stata affidata anche la responsabilità della campagna vaccinale contro il Covid-19 negli ospedali di Cosenza e di Rogliano, ed aveva organizzato anche il V-day del 27 dicembre scorso presso l’ospedale Annunziata.

Il medico si è occupato della sicurezza sanitaria dei medici, infermieri e operatori sanitari sin dall’inizio della pandemia. Sin dall’inizio, riporta il quotidiano locale LaC News 24, il dottor Marrocco si è occupato di fornire loro i dispositivi di protezione individuale per evitare il rischio di contagio.

Il medico era noto per il suo incessante impegno nella lotta alla pandemia, riporta Il Giornale di Sicilia.

Le polemiche sulla lentezza vaccinazioni in Calabria

Negli ultimi giorni era montata la polemica sulla lentezza della campagna vaccinale in Calabria, tanto che ieri era intervenuto anche il neo Commissario alla sanità calabra Longo sollecitato dalle domande dei giornalisti.

Ancora da chiarire le vere cause di questo gesto estremo che fa cadere tutta la comunità in un’atmosfera di enorme tristezza.

Fonte: Sputnik.italia

Depositi di scorie nucleari: pubblicata la Carta delle aree potenzialmente idonee

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deposito scorie nucleari rifiuti radioattivi

Una mappa tutt’altro che ambita: quella delle aree individuate dai ministeri dello Sviluppo e dell’Ambiente, per la raccolta e stoccaggio dei rifiuti radioattivi chiamati “deposito nucleare”.

E’ arrivato il via libera, con il nulla osta del ministero dello Sviluppo e del ministero dell’Ambiente, alla Sogin per la pubblicazione della Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee (Cnapi), del progetto preliminare e dei documenti correlati per la costruzione del deposito nazionale dei rifiuti radioattivi che permetterà di conservare in via definitiva i rifiuti radioattivi italiani di bassa e media attività.

La Sogin è la società statale responsabile dello smantellamento degli impianti nucleari italiani e della gestione e messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi.

Sono 67 i luoghi potenzialmente idonei (non sono tutti equivalenti tra di essi ma presentano differenti gradi di priorità a seconda delle caratteristiche) a ospitare il deposito nazionale di rifiuti radioattivi individuati in sette regioni.

Le regioni e le zone interessate

  • Piemonte
  • Toscana
  • Lazio
  • Puglia
  • Basilicata
  • Sardegna
  • Sicilia

Nella Tavola generale allegata alla Cnapi sono indicati anche i Comuni interessati nelle sette regioni.


Con il via libera alla Carta, “parte la fase di consultazione dei documenti per la durata di due mesi, all’esito della quale si terrà, nell’arco dei quattro mesi successivi il seminario nazionale”.

Sarà questo “l’avvio del dibattito pubblico vero e proprio – spiega il ministero dell’Ambiente – che vedrà la partecipazione di enti locali, associazioni di categoria, sindacati, università ed enti di ricerca, durante il quale saranno approfonditi tutti gli aspetti, inclusi i possibili benefici economici e di sviluppo territoriale connessi alla realizzazione delle opere”.

Il deposito nazionale e il Parco tecnologico saranno costruiti in un’area di circa 150 ettari, di cui 110 dedicati al deposito e 40 al Parco, come spiega il ministero dell’Ambiente. Il deposito avrà “una struttura a matrioska“; all’interno ci saranno “90 costruzioni in calcestruzzo armato, dette celle”, in cui “verranno collocati grandi contenitori in calcestruzzo speciale, i moduli, che racchiuderanno a loro volta i contenitori metallici con all’interno i rifiuti radioattivi già condizionati”.

In totale saranno “circa 78mila metri cubi di rifiuti a bassa e media attività” a essere ospitati. L’investimento complessivo è di circa 900 milioni di euro e si stima che genererà oltre 4.000 posti di lavoro l’anno per 4 anni di cantiere, diretti (2.000 fra interni ed esterni), indiretti (1.200) e indotti (1.000). 

Leggi anche: Scoperto il più vecchio reattore nucleare del mondo.

Fonte: ANSA

Vaccino Pfizer: infermiera portoghese muore due giorni dopo averlo fatto. Non aveva problemi, assicura il padre

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Sonia Acevedo, un’infermiera portoghese, è morta improvvisamente 48 ore dopo aver ricevuto il vaccino Pfizer: attesi gli esiti dell’autopsia.

Lavorava nell’Istituto di oncologia di Porto e aveva ricevuto il vaccino Pfizer come previsto dalla campagna di vaccinazione anti Covid, facendo parte delle categorie prioritarie. Due giorni dopo però, il 1 gennaio 2021, l’infermiera portoghese Sonia Acevedo si è sentita male all’improvviso nella sua abitazione ed è morta. A riportare la notizia è il Daily Mail.

L’operatrice sanitaria aveva 41 anni ed era madre di due figli. Viveva insieme alla sua famiglia a Maia, vicino a Porto. La struttura ospedaliera in cui prestava servizio da circa 10 anni è una delle istituzioni sanitarie di riferimento nazionale nel trattamento e nella ricerca del cancro. Poco prima di morire, la donna aveva annunciato con soddisfazione sui social di essersi vaccinata.

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Infermiera portoghese muore dopo il vaccino: attesa l’autopsia

Il padre di Sonia Acevedo, contattato dal quotidiano portoghese Correio da Manha, ha spiegato che l’infermiera stava bene prima di ricevere il vaccino e non aveva problemi di salute. “Voglio sapere cosa ha portato alla morte di mia figlia – ha detto – Lei aveva il Covid-19 ma non aveva alcun sintomo. Voglio delle risposte”.

Come riferito dai colleghi dell’operatrice sanitaria, dopo la somministrazione del vaccino non era emerso alcun effetto indesiderato. L’istituto di oncologia dove la donna lavorava ha espresso tramite un comunicato il proprio cordoglio ai familiari.

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Inoltre nella nota pubblicata dall’ospedale viene sottolineato che le cause della morte saranno accertate dopo le procedure previste in queste circostanze. Per capire dunque l’origine del malore fatale dell’infermiera portoghese, si attendono gli esiti degli esami autoptici.

Cos’è la zona bianca che il governo vuole introdurre dal 15 gennaio 2021

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Il ministro Franceschini e il governo la vogliono introdurre a partire dal 15 gennaio nelle regioni in cui la circolazione del virus è minima. Niente coprifuoco e apertura di piscine, palestre, musei, teatri e cinema. Ecco i parametri per rientrarvi

La chiamano zona bianca oppure verde. E il governo la vuole introdurre a partire dal 15 gennaio per consentire in alcune aree d’Italia la ripartenza di ristoranti, bar, cinema, teatri, palestre e piscine. Se la proposta si concretizzerà, verrà formalizzata nel nuovo Dpcm in arrivo o in un decreto legge a ridosso di quella data.

Una proposta per far ripartire il paese

Secondo il Corriere della Sera, che la chiama “zona bianca”, la proposta arriva dal ministro della Cultura Dario Franceschini “per dare una nuova speranza ai cittadini” e ha ricevuto subito l’appoggio del responsabile della Giustizia Alfonso Bonafede: i due sono rispettivamente capidelegazione del Partito Democratico e del MoVimento 5 Stelle, ovvero le due forze maggiori (per numero di parlamentari) che appoggiano il governo di Giuseppe Conte.

Nelle intenzioni dei due leader la zona bianca servirà a “guardare alle ripartenze almeno dove è possibile” e non è un caso che siano due esponenti dell’ala “rigorista” dell’esecutivo ad aver dato l’idea. Che avrebbe ricevuto anche l’ok di alcuni scienziati, anche se non è stata ancora portata al vaglio né del Comitato Tecnico Scientifico né della Cabina di Regia Benessere Italia che avranno evidentemente l’ultima parola sulla fattibilità della decisione.

Secondo la proposta di Franceschini nella zona bianca rientrerebbero le regioni, le fasce o le zona con gli indicatori migliori, e in queste aree si potrebbero riaprire i luoghi della cultura, come musei, teatri, sale da concerto e cinema. In questa zona bar e i ristoranti lavorerebbero senza limiti di orario e anche piscine e palestre tornerebbero a funzionare a pieno ritmo. Sempre però mantenendo le regole base di contenimento, come mascherina obbligatoria, distanziamento e divieto di assembramento.

Speranza, Boccia e Conte con i rispettivi DDP – Restrizioni DCPM 15 gennaio

Il capo delegazione del Pd ha parlato di «ultimo gradino prima del ritorno alla normalità» e l’ha spiegata così: «Poiché la zona gialla ha limiti enormi, a cominciare dal coprifuoco, facciamo una zona bianca, nella quale si accede sotto un certo indice Rt di trasmissione dei contagi». La proposta ha convinto Conte e i ministri e dovrebbe essere tradotta in norma di legge già nel prossimo Dpcm, a cui gli uffici legislativi di Palazzo Chigi dovranno lavorare prima del 15 gennaio.

Cos’è la zona bianca che il governo vuole introdurre dal 15 gennaio

Anche Repubblica parla di una zona con minori restrizioni ma la definisce “zona verde” e non zona bianca. Secondo il quotidiano il parametro per accedervi è quello di 50 casi ogni 100mila abitanti e non l’indice di contagio inferiore a un certo numero. Secondo il poco che si sa fino ad oggi quindi nella zona bianca:

  • non dovrebbe essere in vigore il coprifuoco dalle 22 alle 5 (altrimenti non avrebbe senso tenere aperti bar e ristoranti);
  • non dovrebbero esserci limitazioni all’apertura e al servizio di bar, ristoranti, pub, locali pubblici in generale;
  • dovrebbero riaprire, con regole e limitazioni simili a quelle introdotte durante il primo lockdown, palestre e piscine attraverso un protocollo da stilare tra gli operatori e il ministero della Salute e dello Sport;
  • dovrebbero riaprire, con regole e limitazioni simili a quelle introdotte durante il primo lockdown, musei, mostre, teatri, cinema e sale da concerto attraverso un protocolla da stilare tra gli operatori e il ministero della Salute e della Cultura.

Come funzionerà la zona bianca: il problema dei parametri

Per quanto riguarda i parametri per rientrare in zona bianca, sono in ballo due indicatori: l’indice di contagio Rt, che il governo ha già in mente di modificare per l’accesso in zona arancione o rossa portandolo rispettivamente a maggiore di 1 e maggiore di 1,25, oppure l’incidenza dei casi ogni centomila abitanti. Possiamo immaginare un Rt inferiore a 0,50 per far scattare la zona bianca. La tabella che riporta gli indicatori dell’Rt puntuale relativi alla 21-27 dicembre aggiornati al 29 riportava questi numeri.

  • Abruzzo:0,65
  • Basilicata: 1.09
  • Calabria: 1.09
  • Campania:0.78
  • Emilia-Romagna: 0.98
  • Friuli-Venezia Giulia:0.96
  • Lazio:0.84
  • Liguria:1.07
  • Lombardia:1
  • Marche:0.99
  • Molise:0.89
  • Piemonte:0.71
  • PA Bolzano:0.76
  • PA Trento:0.71
  • Puglia:1
  • Sardegna:0.78 (non valutabile)
  • Sicilia:0.93
  • Toscana:0.79
  • Umbria 0.8
  • Valle d’Aosta:0.83
  • Veneto:1.07

Come si vede, attualmente l’unica regione che ci si avvicina (ma è ancora sopra i limiti) è l’Abruzzo. Per quanto riguarda l’incidenza dei casi ogni centomila abitanti, il report dell’Istituto Superiore di Sanità e del ministero della Salute riportava nella settimana tra il 21 e il 27 dicembre un’incidenza media in Italia di 305 casi ogni centomila abitanti. E precisamente, nei dati regione per regione, questo è il numero di casi ogni centomila abitanti:

  • Abruzzo: 169
  • Basilicata: 158
  • Calabria: 131
  • Campania: 180
  • Emilia-Romagna: 413
  • Friuli-Venezia Giulia: 334
  • Lazio: 285
  • Liguria: 217
  • Lombardia: 251
  • Marche: 293
  • Molise: 232
  • PA Bolzano: 316
  • Piemonte: 235
  • PA Trento: 347
  • Puglia: 316
  • Sardegna: 171
  • Sicilia: 211
  • Toscana: 153
  • Umbria: 196
  • Valle d’Aosta: 225
  • Veneto: 969

Qui il dato più basso è quello della Calabria che, ironia della sorte, rischia invece di finire in zona rossa a causa della situazione della sua sanità. Insomma, anche se l’introduzione arriverà con i decreti e i dpcm del 15 gennaio, la strada per arrivare in zona bianca è ancora molto lunga.

Attenzione alla Schedatura Sanitaria: se non la negate è automatica. L’allarme di European Consumers

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covid schedatura sanitaria modello

Nel totale silenzio dei media un nuovo attacco è in corso alla privacy dei cittadini contribuendo alla creazione di un mondo sempre più orwelliano. L’11 gennaio il governo ha fissato la data per il consenso automatico di tutti coloro che tacciono al fascicolo sanitario elettronico.

L’articolo 11 del decreto legge «Rilancio» (n. 34/2020, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 19/5/2020), nel disporre misure urgenti in materia, appunto, di Fascicolo sanitario elettronico (Fse).

La norma in questione dispone una serie di modifiche all’articolo 12 del dl 179/2012, tra le quali l’abrogazione del comma 3-bis. In base a questo comma, il Fse poteva essere alimentato esclusivamente sulla base del consenso libero e informato da parte dell’assistito, il quale poteva decidere se e quali dati relativi alla propria salute dovevano essere inseriti nel fascicolo medesimo. C’era un diritto alla non raccolta di dati, all’oscuramento (totale o parziale) dei dati e anche un diritto all’oscuramento dell’oscuramento (non far sapere di avere chiesto la cancellazione di alcune informazioni).

L’abrogazione del comma 3-bis comporta la possibilità di alimentazione del fascicolo anche in assenza del consenso. Nel Fse sono contenuti dati su ricoveri di pronto soccorso, referti, profili sanitari, informazioni su diagnosi, allergie, terapie, cartelle cliniche, vaccinazioni, certificati, ecc.

Non è un caso che questa nuova forma di schedatura di massa si sviluppi durante un tragico periodo storico caratterizzato dalla sottrazione di diritti civili individuali e collettivi, con la scusa di un’epidemia enormemente amplificata tramite falsificazione dei dati medici e bombardamento terroristico della popolazione mediante evidenti psico-programmazioni di massa.

Pericolo schedatura sanitaria: allarme di European Consumers

European Consumers ritiene questa azione un grave abuso commesso dal governo verso la privacy individuale e uno strumento coercitivo verso la vaccinazione obbligatoria.

Non è stata data una corretta e ampia informazione e il servizio digitale regionale per apporre il proprio diniego è disattivato causa COVID! Il procedimento è inoltre farraginoso e non alla portata di tutti, con particolare riferimento agli anziani, spesso poco avvezzi alle nuove tecnologie.

È importante negare il proprio consenso. Lo Stato non è in grado di proteggere i dati personali in quanto li invierà ad altri stati e società private che operano a fine di lucro. Il mancato consenso non pregiudica il diritto all’erogazione della prestazione sanitaria.

tamponi covid

Ad es. si legge sul portale della salute della regione Lazio (https://www.salutelazio.it/fascicolo-sanitario-elettronico1):

“Se sei in possesso di una Tessera Sanitaria con chip (TS-CNS)abilitata, di una carta d’identità elettronica italiana (CIE) o di un’utenza SPID, puoi accedere tramite il link al servizio del portale www.salutelazio.it ed esprimere i tuoi consensi all’apertura del tuo fascicolo direttamente on-line. Se non hai una Tessera Sanitaria con chip (TS-CNS) abilitata, puoi recarti presso uno dei Punti Territoriali di Accesso (PTA) presso il tuo distretto sanitario ed abilitare la carta. Nel momento dell’attivazione puoi anche richiedere l’attivazione del tuo fascicolo. Se non hai un’utenza SPID, puoi rivolgerti ai Provider oggi abilitati”.

Invitiamo comunque tutti i cittadini a negare il proprio assenso a questa schedatura elettronica che mira, in modo evidente, a classificare la popolazione anche in base alla propria storia vaccinale.

Gli interessati che ritengono opportuno negare il trattamento dei dati personali a loro riferiti effettuati attraverso il Portale Regionale della Salute hanno il diritto di proporre reclamo al garante per la protezione dei dati personali come previsto dall’art. 77 del RGPD seguendo procedure e indicazioni pubblicate su www.garanteprivacy.it

Il consenso si può negare anche scrivendo una email apposita utilizzando il modulo scaricabile all’indirizzo https://www.garanteprivacy.it/web/guest/home/docweb/-/docweb-display/docweb/9038275?fbclid=IwAR2uXpNEQl6yrM1iKAWUO_QxyElH8PXhjJb8eJHOVwAnVFfnCC4KLnx7wJg

Da inviare per la Regione Lazio ai seguenti indirizzi:

dpo@regione.lazio.it

dpo@regione.lazio.legalmail.it

Per la Regione Liguria:

esercizidirittifse@regione.liguria.it

Per la Regione Emilia Romagna

dpo@regione.emilia-romagna.it

Per le altre regioni utilizzando le corrispondenti pagine.

Se la possibilità di negare il proprio assenso non verrà assicurata European Consumers ricorrerà presso tutte le sedi legali competenti.

Riferimenti normativi

DECRETO-LEGGE 19 maggio 2020, n. 34  Misure urgenti in materia di salute, sostegno al lavoro e all’economia, nonche’ di politiche sociali connesse all’emergenza epidemiologica da COVID-19. (20G00052)

https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2020/05/19/20G00052/sg

GU Serie Generale n.128 del 19-05-2020 – Suppl. Ordinario n. 21  DECRETO-LEGGE 18 ottobre 2012, n. 179 Ulteriori misure urgenti per la crescita del Paese. (12G0201). chrome-https://www.gazzettaufficiale.it/moduli/DL_181012_179.pdfFascicolo Sanitario Elettronico. Gestione del consenso e della privacy – https://www.fascicolosanitario.gov.it/2.Gestione-del-consenso-e-della-privacy?bclid=IwAR1XigoafrUR7q6AQwT8NT5OrPsVc03dxM7vjXVKe0yzQHFN_lXcvZ-Redo

Allegati

Esercizio di diritti in materia di protezione dei dati personali

Il governo in mano alle lobby: via libera in vista a 84 nuove trivelle in tutta Italia

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no trivelle

Dall’Adriatico al Canale di Sicilia, dall’entroterra emiliano a quello della Basilicata, riprendono le ricerche di gas e petrolio in terra e mare. Il governo Conte nel decreto milleproroghe non ha prolungato la moratoria a nuove autorizzazioni: moratoria voluta due anni fa proprio dal Movimento 5 stelle che aveva imposto uno stop per almeno 24 mesi. Una dimenticanza, un cambio di politica energetica dopo la fortissima pressione di colossi come Eni e aziende europee, dalla North Petroleum alla Rockhopper che hanno richieste pendenti di nuove ricerche che valgono miliardi di euro?

«Di sicuro un pasticcio gravissimo», dice Angelo Bonelli dei Verdi. In questo momento sono 84 le domande di nuove trivelle presentate al Ministero dello sviluppo economico. Molte delle quali in fase avanzata: in soldoni manca solo l’ultima firma. E senza moratoria a breve saranno autorizzate, anche per evitare contenziosi milionari, visto che in alcuni casi è stata ottenuta anche la valutazione di impatto ambientale: il colosso inglese Rockhopper ha già minacciato una richiesta di risarcimento danni da 350 milioni di sterline. 

In mare le richieste pendenti sono 24 e tutte concentrate tra l’Adriatico e il Canale di Sicilia: davanti alla costa tra Gela e Licata ha presentato una richiesta di trivellazione la società inglese Northern Petroleum per una superficie di 279 chilometri quadrati e due richieste le hanno presentate Eni ed Edison in società, la prima per 60 chilometri quadrati la seconda per ben 450 chilometri quadrati. Accanto Pantelleria è la società piemontese Audax Energy ad aver chiesto un permesso di ricerca per 345 chilometri quadrati. Davanti alle coste pugliesi e calabresi sono tre le domande di ricerca in mare: due presentate dalla società Aleanna Italia (gruppo americano in società con l’emiliana Gas plus) e una dall’Eni.  Salendo verso l’Adriatico a chiedere il permesso di ricerca davanti alle coste pugliesi e della Basilicata sono la Global petroleum,  la Northern Petroleum, e davanti alle coste dell’Abruzzo è il gruppo Aleanna petroleum a chiedere di trivellare. Salendo ancora verso l’Adriatico le domande sono concentrate davanti alle coste emiliane: a chiedere permessi di ricerca sono lì’Eni, l’Agip e la Adriatic Oil.

 Altre 54 richieste riguardano invece ricerche in terraferma. Solo per citarne alcune, le più grandi per estensione, l’inglese  Rockhopper chiede di trivellare tra Isernia, Campobasso e Chieti; l’Eni nella zona di Potenza; Aleanna Italia nella zona del bolognese, ma anche in Molise tra Campobasso e Isernia; la Delta Energy tra  Avellino e Benevento; la Mac Oil tra Como e Varese; l’Eni tra Pescara e Teramo. In Sicilia l’Eni chiede di fare ricerche tra Modica e Ragusa, ma anche nella piana di Vittoria, nella zona tra Caltagirone, Gela e Mazzarrone e sulle Madonie nell’area di Petralia Soprana; la Mac Oil ha presentato domanda di ricerca tra Enna, Caltanissetta e Agrigento; il gruppo alcanna Italia nella zona del Belice. 

Il governo “dimentica” la moratoria: via libera in vista a 84 nuove trivelle in tutta Italia

Gli ambientalisti sono adesso molto preoccupati. «Dal decreto legge mille proroghe è scomparsa la norma che prorogava la moratoria per le autorizzazioni a nuove ricerche di petrolio in terraferma e a mare e in virtù di ciò potranno essere autorizzate nuove domande di ricerca a trivellare perché la legge prevedeva che la moratoria di 24 mesi sulle nuove autorizzazioni alla ricerca di idrocarburi dovesse essere finalizzata alla redazione del piano delle aree idonee da realizzare entro 18 mesi dalla pubblicazione in GU della legge, in assenza di questo piano sempre secondo l’articolo 11 ter del decreto legge del 2019 i procedimenti e le istanze di permesso riprendono efficacia entro 24 mesi: la scadenza dell’adozione del piano è febbraio 2021», dice Bonelli.  

«Questo piano – continua l’esponente dei Verdi- non è stato redatto per cui nelle prossime settimane permessi di ricerca e autorizzazioni a trivellare potranno essere concessi a partite a regioni come l’Emilia Romagna, Basilicata dove si concentrano le maggiori istanze di ricerca di idrocarburi, nel mar Adriatico, Ionio e nel canale di Sicilia. I responsabili di questo pasticcio sono i ministri dell’Ambiente Sergio Costa e dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli che non hanno redatto il piano che loro stessi avevamo proposto, due ministri del M5S si sono resi responsabili di questo pasticcio ovvero far decadere la moratoria sulle trivellazioni perché non hanno redatto e adottato il piano che la legge da loro voluta e scritta prevedeva».

fonte: espresso.repubblica.it

Ambiente, addio 2020: 5 buone notizie che fanno ben sperare

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Ambiente 2021

E’ stato un anno di cattive notizie, anche per l’ambiente. Il 2020 è iniziato con i roghi australiani, conseguenza del riscaldamento globale e causa di ulteriori emissioni di CO2. E’ continuato con eventi meteo estremi che hanno fatto migliaia di vittime e miliardi di danni. Ma potrebbe anche essere l’anno della svolta nella lotta ai cambiamenti climatici, forse proprio grazie alla pandemia da Covid-19 che ha colpito tutti i continenti: l’emergenza coronavirus ha indotto politici e opinione pubblica a un ripensamento su stili di vita e rapporto con la Natura. Vedremo quanto duraturo. E tuttavia ci sono state anche delle vere buone notizie per il pianeta. Ecco quali.

Green Deal europeo

Il Green New Deal europeo. Annunciato dalla presidente della Commissione europea Ursula von Der Leyen alla fine del 2019, l’ambizioso progetto Ue ha mosso i suoi primi passi nel 2020, complice proprio la pandemia. Lo strumento finanziario individuato dall’Europa per aiutare i Paesi membri più duramente colpiti dal coronavirus, il Next Generation Eu, prevede che il 70% dei fondi erogati da Bruxelles siano spesi per la conversione delle economie da un modello basato sui combustibili fossili a uno basato sulle energie rinnovabili. Vale anche per i 209 miliardi destinati all’Italia.

E alla fine dell’anno, era ormai inizio dicembre, i capi di Stato e di governo europei, hanno accettato di fare uno sforzo in più, impegnandosi a tagliare del 55% le emissioni entro il 2050.

La pandemia

 Il lockdown imposti in tutto il mondo a partire da gennaio hanno prodotto un crollo delle emissioni di CO2 del 7% rispetto al 2019. Ma non è questa la buona notizia: finita l’emergenza si tornerà a produrre, a viaggiare, dunque a emettere gas serra. Il coronavirus però ci ha insegnato quanto le nostre società siano vulnerabili a certe emergenze “naturali”. Ci ha insegnato che dobbiamo riprogettare le economie perché siano resilienti (non a caso il piano europeo accanto al termine recovery, che tanto piace alla politica italiana, affianca il da noi ignorato resilience).

Ma la vera lezione è un’altra: di fronte a una crisi planetaria si è stati capaci di convogliare risorse economiche, capacità tecnologiche e competenze scientifiche verso un obiettivo preciso: realizzare nel minor tempo possibile un vaccino contro il Covid-19. Ci si è riusciti in meno di un anno. Un record. Se si applicasse la stessa determinazione alla crisi climatica si troverebbero certamente soluzioni per facilitare la transizione dai fossili alle rinnovabili. Il problema è che ancora oggi tra i cittadini, e soprattutto tra i politici, il global warming non è percepito per l’emergenza che è, capace non di funestare un anno come ha fatto il virus, ma di cambiare il volto del Pianeta per millenni.

Il tramonto del petrolio, l’alba del solare. 

Nell’agosto scorso, Exxon Mobil è scomparsa dal Dow Jones Industrial Average, il più noto indice azionario della borsa di New York. Ne faceva parte dal 1928, quando si chiamava ancora Standard Oil del New Jersey. E sempre ad agosto, il comparto energia, cioè le compagnie petrolifere e del gas, si sono ridotte fino a diventare la componente con la ponderazione più bassa dell’indice S&P 500. E pensare che nel 2008 rappresentava il secondo settore più grande, subito dopo le compagnie dell’hi-tech. Un declino ormai inarrestabile, sancito dai mercati finanziari. Parallelamente, NextEra Energy, un’azienda della Florida che vende elettricità eolica e solare ai servizi pubblici, è diventata una delle società energetiche più quotate degli Stati Uniti e il suo valore compete con quello di Exxon e Chevron.

Un passaggio di testimone ratificato persino dall’Agenzia internazionale per l’energia (Iea), nata negli anni dello shock petrolifero per garantire ai paesi membri gli approvvigionamenti di greggio. Lo scorso ottobre il suo direttore esecutivo Fatih Birol ha dichiarato: “Il futuro è dell’energia solare”.

La lunga marcia Cinese per la carbon neutrality

La notizia migliore del 2020 è arrivata da Pechino il 22 settembre scorso, quando il leader cinese Xi Jinping ha annunciato che il suo paese sarà a emissioni zero entro il 2060. In Occidente ci si domanda come sarà possibile, considerando le dimensioni del Paese e il ruolo che gioca ancora il carbone nella produzione energetica cinese. Ma alla leadership comunista non si applicano le stesse categorie delle democrazie occidentali: può decidere e agire, anche calpestando i diritti dei cittadini, pur di raggiungere l’obiettivo. Basti pensare alla gestione della pandemia. UN PAESE AL MICROSCOPIO

Resta il fatto che con la scesa in campo della Cina, l’Unione europea non è più l’unica potenza a dover trainare la comunità internazionale verso il traguardo del rispetto degli Accordi di Parigi. Una solitudine che era stata all’origine del fallimento della conferenza Onu sul clima Cop26 del novembre 2019 a Madrid.

Il ritorno degli USA?

A inizio novembre gli Stati Uniti sono usciti formalmente dagli Accordi di Parigi: un atto dovuto, conseguenza della decisione presa anni prima dal presidente Donald Trump. Fortunatamente qualche giorno prima lo stesso Trump era stato bocciato da oltre ottanta milioni di americani che hanno votato per Joe Biden. E il presidente eletto ha subito precisato: il mio primo atto da inquilino della Casa Bianca sarà chiedere che gli Stati Uniti vengano riammessi negli Accordi di Parigi sul clima.

Quello ambientale è forse il campo dove l’avvicendamento nello studio ovale produrrà gli effetti maggiori e più immediati. Si è passati dal Trump che negava il riscaldamento globale portando come prova le tempeste di neve nel Midwest e autorizzava nuove trivellazioni nell’Artico, al Biden che ha nominato un dream team per l’emergenza climatica: da John Kerry, che da Segretario di Stato nell’amministrazione Obama firmò gli Accordi di Parigi, a Michael Regan, primo uomo di colore a dirigere l’Environmental protection agency (Epa), a Jennifer Granholm scelta per il ministero dell’Energia.STATI UNITi

Si metteranno al lavoro dal 20 gennaio prossimo, quando formalmente Joe Biden assumerà i pieni poteri di presidente degli Stati Uniti. E probabilmente si coordineranno con europei e cinesi per elaborare una strategia comune che salvi le future generazioni dall’innalzamento delle temperature.