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Glifosato, così l’amministrazione Trump va in soccorso di Bayer-Monsanto

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glifosato

Dall’Epa, l’Agenzia statunitense per l’ambiente che ha anche competenza sui pesticidi, al dipartimento di Giustizia, l’amministrazione Trump corre in soccorso della BayerMonsanto che è ricorsa in appello contro il maxi risarcimento a cui è stata condannata a versare Edwin Hardeman che si è ammalato di cancro dopo aver utilizzato il Roundup, l’erbicida a base di glifosato più usato al mondo.

Epa e dipartimento di Giustizia sono stati chiamate a esprimersi in merito alla posizione della multinazionale nel processo di appello che si tiene a San Francisco dando sostanzialmente ragione a Bayer-Monsanto come riporta il Wall Street Journal.

Monsanto, sostiene Epa, anche avendo voluto non poteva inserire in etichetta l’avvertenza di pericolo sull’uso del glifosato e l’insorgenza di cancro perché la stessa Agenzia non avrebbe autorizzato l’allert sulla confenzione in quanto da sempre sostiene che non esiste un legame tra glifosato e cancro, come afferma invece la Iarc dell’Oms.

Il  parere dell’Epa – scrive il Wall Street Journal – potrebbe fornire a Bayer ulteriori munizioni. L’argomento centrale di chi ha fatto causa alla multinazionale è che Bayer sapeva che il suo erbicida rappresentava un rischio di contrarre il cancro e poteva avvertire i suoi clienti. Un argomento che ora può essere contestato più facilmente   perché il principale regolatore del prodotto, l’Epa, vietava ai produttori di inserire un tale avvertimento sulle confezioni”.

giudici della corte d’appello tuttavia “potrebbero non essere d’accordo con la posizione espressa dall’amministrazione statunitense”, ha spiegato l’avvocato di Hardeman visto che in passato hanno tenuto conto delle evidenze scientifiche del legame tra glifosato e cancro e non delle posizioni “assolutorie” espresse dall’Epa.

Fonte: www.ilsalvagente.it

Gli indios Mapuche occupano fattoria dei Benetton in Patagonia

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mapuche benetton

Un folto gruppo di indios mapuche sono entrati a forza nella notte fra Natale e ieri nella Patagonia argentina nella fattoria “El Maitén” di proprietà della “Compañía tierras del sur” (Gruppo Benetton) occupandone un ampio appezzamento a rivendicazione di «diritti ancestrali».

In un comunicato diffuso dal gruppo mapuche appartenente al “Lof Kurache” si precisa che con questa operazione «abbiamo iniziato il processo di recupero territoriale del settore El Platero», per «la necessità primaria di continuare ad esistere come mapuche nel nostro territorio».

Da parte sua la “Compañía tierras del sur” ha risposto presentando una denuncia alla polizia locale e pubblicando un comunicato in cui si informa della «nuova occupazione illegale in una sua proprietà» da parte di individui che hanno bloccato l’ingresso alla fattoria con tronchi e pietre.

Fonti locali hanno riferito al quotidiano Clarin che l’operazione è stata realizzata da un gruppo di persone con il volto coperto ed armati di coltelli. «Non è chiaro – aggiunge il giornale – quanti dei 120.000 ettari che fanno parte della fattoria sono stati occupati, ma esiste una stima di 1.000-2.000 ettari» del settore El Platero.

La compagnia Benetton è da molto tempo in conflitto con i mapuche in Patagonia che hanno più volte occupato parti delle sue proprietà. L’ultima volta era stato nel 2017, quando circa 30 membri della comunità indigena hanno occupato un’area di Villa Mascardi, a circa 35 chilometri da Bariloche, reclamandola come loro «antica proprietà».

I precedenti scontri tra Mapuche e Benetton

Ma non è la prima volta che la comunità Mapuche si scontra con la famiglia Benetton. Dal 1991 in poi, infatti, i Mapuche hanno più volte tentato di riappropriarsi del territorio acquistato dai Benetton, non riuscendo mai a trovare un compromesso, arrivando spesso in tribunale.

Tra i casi più discussi vi fu, per esempio, il contenzioso tra i Benetton e la famiglia Mapuche Curiñanco-Nahuelquir che, nell’ottobre 2002, venne cacciata dalle proprie terre per volontà della compagnia italiana e non potè più ritornare nel proprio territorio anche a causa di una sentenza di un tribunale locale che decretò che la terra appartenesse ai Benetton.

Inoltre, più recentemente, tra il 10 e 11 gennaio 2017 circa 30 membri della comunità indigena hanno occupato un’area dei territori dei Benetton, reclamandoli in quanto loro «antica proprietà». Ma lo scontro tra le parti sarebbe sfociato in episodi di violenza, secondo quanto denunciato da Amnesty International.

«Le forze di sicurezza hanno attaccato violentemente la comunità Mapuche di Cushamen, nel sud dell’Argentina, con l’intento di liberare la ferrovia da sbarramenti di protesta – si legge nella denuncia di Amnesty International  – Il treno La Trochita infatti passa su territori che sono oggetto di contestazione tra la comunità indigena e la Compañía de Tierras del Sur Argentino, azienda del Gruppo Benetton».

«I Mapuche – si legge ancora – raccontano di esser stati picchiati, anche con manganelli, e i loro animali rubati e uccisi. Donne e bambini hanno cercato riparo dentro la cosiddetta “casa ruca” (una casa comune tradizionale Mapuche). Almeno 10 persone, tra appartenenti alla comunità e sostenitori, sono state arrestate. Il giorno dopo, è intervenuta anche la polizia. I membri della comunità hanno riferito che gli agenti hanno sparato, ferendo alcune persone».

Le 6 tendenze più popolari dell’ultimo decennio 2010-2019

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danimarca lavorare tendenza ultimi 10 anni

È questo il periodo dell’anno in cui guardiamo indietro e riflettiamo sulle tendenze che hanno dominato gli ultimi 12 mesi, tranne che quest’anno è ancora più speciale perché segna l’inizio di un decennio. Ora possiamo avere un’idea delle cose per cui verranno ricordati gli anni 2010. Non tutti sono positivi o ammirevoli, ma alcuni dimostrano uno spostamento collettivo verso la consapevolezza ambientale.

Anche se non abbiamo cambiato il nostro stile di vita in modo così drastico quanto è necessario per rallentare il riscaldamento globale, ci sono stati molti aspetti che ci rimbalzano per la testa.

1. La crisi della plastica

plastica sulla spiaggia di Trincomalee, Sri Lanka© K Martinko – Plastica sulla spiaggia di Trincomalee, Sri Lanka

Poche persone hanno messo in discussione la plastica monouso fino allo scorso decennio, quando i rifiuti ci hanno sopraffatto e abbiamo iniziato a renderci conto che “non c’è via”. La plastica usa e getta e il mangiare in viaggio sono passati dall’essere “l’altezza dell’eleganza metropolitana”, come diceva il Guardian, a “elementi di vergogna mentre li vediamo tirati da mammiferi marini morti, intasando i fiumi nei paesi in via di sviluppo o sdraiati su spiagge disseminate di detriti.”

Il movimento Rifiuti Zero prese piede in alcuni piccoli angoli della Terra; se le persone non l’hanno adottato, almeno hanno acquisito familiarità con il termine e il concetto. È diventato accettabile trasportare contenitori, tazze e posate riutilizzabili per l’uso negli spazi pubblici. Alcuni negozi tradizionali hanno adottato politiche sui contenitori riutilizzabili e si sono impegnati a eliminare gli imballaggi in plastica.

2. La necessità di una dieta più verde

tempeh in stile shakshuka© Shakshuka-style Tempeh (da “The Reducetarian Cookbook” di Reducetarian Foundation. Ricetta sviluppata da Pat Crocker. Foto di Ashleigh Amoroso.)

The Guardian afferma che il veganismo è passato dagli albori agli inizi del decennio al mainstream, con varie opzioni disponibili nella maggior parte dei supermercati e dei ristoranti. L’accettazione da parte della società di una dieta ridotta per soddisfare le preoccupazioni di salute, etiche e ambientali non è mai stata così forte e questo ha permesso al veganismo, al vegetarianesimo, al flexitarismo e al riduzionismo di prosperare.

3. Energia rinnovabile

L’industria delle rinnovabili ha “ribaltato il sistema energetico negli ultimi 10 anni”. I progetti di energia eolica, solare e idroelettrica sono passati dalla produzione di meno dell’8 percento dell’elettricità del Regno Unito nel 2010 a oltre il 33 percento alla fine del 2019. Il costo delle tecnologie di energia rinnovabile è stato ridotto più rapidamente del previsto, il che fa ben sperare per la sua continua espansione. Forse gli anni ’20 potrebbero essere il decennio in cui abbandoniamo completamente i combustibili fossili?

4. Social media

Greta Thunberg in impermeabileWikimedia / Public Domain

Mentre l’ascesa di smartphone e social media ha introdotto molti aspetti negativi nella nostra vita – pensa a selfie, dipendenza dai social media, ecc. – ha permesso alle persone di prendere coscienza di problemi che non avrebbero saputo altrimenti, vale a dire quelli ambientali . Ciò ha contribuito a informare e galvanizzare il sostegno a crisi quali incendi e fusione del ghiaccio artico. Ha permesso alle folle di rivelarsi per le proteste climatiche e ha reso Greta Thunberg un nome familiare.

5. Minimalismo

cane in una scatola

Gli anni 2010 sono stati il ​​decennio del ripensamento di quante cose possediamo. Fu quando i minimalisti lanciarono il loro podcast di grande successo, quando i libri sul minimalismo e il decluttering proliferarono (ironicamente) al punto di aver bisogno della loro sezione nella libreria. Se gli anni 2000 riguardavano l’acquisizione di materiale, gli anni 2010 riguardavano la sua cura, eliminando i brutti e gli inutili e imparando a fare acquisti (o non fare acquisti) con occhio attento alla qualità e al valore.

6. Strong è il nuovo sexy

Forse la connessione con l’ambientalismo non è forte qui, ma la salute/sanità è una nostra categoria di articoli, quindi penso che questo meriti qualche menzione. Gli anni 2010 sono stati il ​​decennio in cui diventare forti e muscolari è diventato accettabile e normalizzato per le donne. Ciò è stato accompagnato da un rinnovato interesse per un’alimentazione sana a tutto tondo, per la produzione alimentare locale e la cucina casalinga. Ha anche avuto il vantaggio inestimabile di migliorare la salute personale, invertire i problemi di salute e ridurre le spese sanitarie per molti americani.

Lo stramonio comune o erba del diavolo: caratteristiche botaniche e pericoli

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stramonio proprietà

Lo stramonio comune, noto anche come erba del diavolo o erba delle streghe, è una pianta velenosa diffusa in tutto il mondo. La sua origine pare sia nordamericana, ma nel nostro Paese è oggi presente ovunque, dalla pianura alla montagna. Di solito cresce spontanea nei terreni incolti e ai margini delle strade, ma sempre più spesso la troviamo come infestante nei campi coltivati.
Anche se il suo aspetto è gradevole, lo stramonio comune è una pianta molto velenosa in ogni sua parte. Questo per via di un altissimo contenuto di alcaloidi.

I suoi nomi volgari sono dovuti agli usi poco convenzionali che se ne faceva in passato. Lo stramonio ha, infatti, effetti allucinogeni. Purtroppo ancora oggi viene usato in maniera impropria, specie da giovani inconsapevoli, che ricercano proprio i suoi effetti fuori dal comune.

Conosciamo dunque meglio questa pianta e i suoi pericolosi effetti, che possono anche essere letali.

Identificazione dello stramonio comune

Fiore di Stramonio comuneLo stramonio comune (Datura stramonium) è una pianta a ciclo annuale.
Fa parte della famiglia delle Solanaceae, genere Datura.
Si tratta di una famiglia molto grande, della quale fanno parte alcune orticole molto note.
Tra queste abbiamo pomodoromelanzanapeperonepatatapeperoncino.
Purtroppo ce ne sono anche alcune tossiche, alcuni esempi, di cui vi abbiamo parlato in due precedenti articoli, sono la mandragora e l’atropa belladonna.
Sono comunque molte altre le piante velenose che è possibile incontrare sul nostro territorio.

Caratteristiche botaniche dello stramonio

Fiore di Datura stramonium

Fiore di Datura stramonium

L’aspetto dello stramonio è davvero affascinante. L’apparato radicale è formato da un lungo fittone di discreta profondità. Ha un fusto eretto e glabro da cui dipartono diverse biforcazioni. Il colore del fusto è verde, ma con sfumature violacee. In piena crescita può superare il metro di altezza.

Le foglie sono verde scuro, alterne sul fusto, grandi e dotate di picciolo. La lamina fogliare è ovale, mentre il margine è irregolare, con una tipica dentatura.
La base delle foglie è asimmetrica, ossia presenta il lembo più corto da un lato e più lungo dall’altro.

I fiori appaiono nelle biforcazioni del fusto e sono solitari. Lunghi fino a 10 cm, hanno il calice di forma tubolare, rigonfio in basso, che termina con 5 lembi acuti.
La corolla è di bianca con sfumature violacee, anch’essa di forma tubolare e lunga il doppio del calice.
La fioritura dello stramonio comune è prolungata e avviene da luglio a ottobre. I fiori durante il giorno sono chiusi e avvizziti, e si aprono poi nelle ore notturne. Quando questo avviene rilasciano un odore penetrante, sgradevole all’uomo, ma molto apprezzato dalle farfalle notturne. Sono loro che provvedono all’impollinazione entomofila.

Il frutto è una capsula globosa, la sua forma è molto simile a una noce, ma la superficie è ricoperta di spine (da qui il nome di noce spinosa). Al suo interno sono contenuti numerosi semi di colore nero, reniformi con superficie rugosa, lunghi circa 3 mm. In ottobre-novembre la capsula si apre e rilascia questi semi verso l’alto.

Tossicità della Datura stramonium

Semi di stramonio

Semi di stramonio

Tutte le parti della pianta di Datura stramonium sono velenose, ma in particolar modo i semi. Questa sua tossicità è dovuta alla presenza di elevate quantità di alcaloidi tropanici, in particolare iosciamina, atropina e scopolamina. L’atropina non è nella pianta fresca, ma si forma per racemizzazione nell’essiccamento.

Questi alcaloidi vengono impiegati in ambito medico, in quanto classificati come anticolinergici. In oculistica sono ad esempio usati per indurre midriasi o come antispastici o agenti preanestetici.

Si tratta di elementi naturali che si trovano in diverse piante, come l’atropa belladonna, con la quale lo stramonio ha diverse affinità. Anche in medicina però, visto l’elevato grado di tossicità, sono spesso sostituiti da alcaloidi artificiali, più sicuri ed efficaci.
Combinati nello stramonio, questi gli alcaloidi danno luogo a numerosi effetti tossici e allucinogeni. Questi sintomi hanno reso lo stramonio comune una pianta molto celebre.

Rischi d’intossicazione

Un’intossicazione di stramonio comune può dar luogo a gravi conseguenze. Dalle allucinazioni si arriva a deliri, convulsioni, disturbi gravi della vista, coma per anossia cerebrale. Nei casi più gravi si può finanche morire.

Facciamo questa importante premessa in quanto questa pianta è da sempre usata per ricercare gli effetti allucinogeni, ad esempio in riti sciamanici o in pratiche pseudo-religiose.
Sono noti diversi casi di giovani che per cercare di “evadere” si sono ritrovati intossicati in modo grave dopo averne fumato le foglie secche.

Oltre ai rischi di morte per avvelenamento, alla datura stramonium vanno anche ascritti alcuni casi di morte dovuti a un comportamento bizzarro associato all’intossicazione. Ad esempio, si ha notizia di casi di giovani trovati affogati in ruscelli poco profondi nel tentativo di bere. La secchezza che provoca alle fauci si dice che sia irrefrenabile.

Altri giovani si sono suicidati senza saperlo pensando di poter volare, allucinazione molto frequente nelle intossicazione di stramonio.
Non vi sono dubbi che questa pianta, pur non essendo l’allucinogeno più potente in assoluto, sia quello più pericoloso.

Cassazione a sezioni riunite: coltivare minime quantità di cannabis in casa non è più reato

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Pronuncia clamorosa delle sezioni unite penali della Cassazione, che ribalta completamente l’orientamento giurisprudenziale sin qui tenuto. Attesa per le motivazioni della sentenza

Non costituirà più reato coltivare in minime quantità la cannabis in casa: è una pronuncia epocale quella delle sezioni unite penali della Cassazione, ovvero del massimo organo della Corte. È arrivata il 19 dicembre del 2019. Si è – ha ricostruito l’AGI – deliberato per la prima volta che “non costituiscono reato le attività di coltivazione di minime dimensioni svolte in forma domestica”.

Attività di coltivazione che – si sottolinea – “per le rudimentali tecniche utilizzate, lo scarso numero di piante ed il modesto quantitativo di prodotto ricavabile appaiono destinate in via esclusiva all’uso personale del coltivatore”. In sostanza chi coltiva per sé non compie più reato. Viene propugnata così la tesi per cui il bene giuridico della salute pubblica non viene in alcun modo pregiudicato o messo in pericolo dal singolo assuntore di marijuana che decide di coltivarsi per sé qualche piantina.

I kit per la coltivazione dei semi di cannabis sul balcone di casa sono ormai assai diffusi (in alcuni casi si vendono anche su Internet) ma si incorreva in rischi da un punto di vista legale, finora a livello giuridico non c’era mai stata un’apertura vera in questa direzione.

La Corte costituzionale in passato è intervenuta più volte sul tema, sposando una linea rigorosa, e così la giurisprudenza ha assunto – dopo alcune isolate sentenze controverse sul tema – una posizione netta. Stabilendo un semplice principio: la coltivazione di cannabis è sempre reato, a prescindere dal numero di piantine e dal principio attivo ritrovato dalle autorità e anche se la coltivazione avviene per uso personale.

Si affermava che “la condotta di coltivazione di piante da cui sono estraibili i principi attivi di sostanze stupefacenti” potesse “valutarsi come ‘pericolosa’, ossia idonea ad attentare al bene della salute dei singoli per il solo fatto di arricchire la provvista esistente di materia prima e quindi di creare potenzialmente piu’ occasioni di spaccio di droga”.

E così la Cassazione, adattandosi a quanto chiarito dalla Consulta, ha finora sostenuto che la coltivazione di marijuana, anche se per piccolissime dosi (una o due piantine) è sempre reato, a prescindere dallo stato in cui si trovi la pianta al momento dell’arrivo del controllo.

Ora – si attendono le motivazioni della pronuncia del 19 dicembre – c’è stato un ribaltamento del principio fin qui stabilito. Sono le sezioni unite penali ad aver mettere un punto fermo dettando un’unica linea e uniformando il trattamento per i coltivatori di “erba” in casa.

“Il reato di coltivazione di stupefacente – si legge nella massima provvisoria emessa dalla Corte dopo l’udienza del 19 dicembre – è configurabile indipendentemente dalla quantità di principio attivo ricavabile nell’immediatezza, essendo sufficienti la conformità della pianta al tipo botanico previsto e la sua attitudine, anche per le modalità di coltivazione, a giungere a maturazione e a produrre sostanza stupefacente”;

“Devono però ritenersi escluse – ed è qui il punto di svolta -, in quanto non riconducibile all’ambito di applicazione della norma penale, le attività di coltivazione di minime dimensioni, svolte in forma domestica che per le rudimentali tecniche utilizzate, lo scarso numero di piante, il modestissimo quantitativo di prodotto ricavabile, la mancanza di ulteriori indici di un loro inserimento nell’ambito del mercato degli stupefacenti, appaiono destinate i via esclusiva all’uso personale del coltivatore”.

Come fare le bombe di semi da lanciare per salvaguardare la biodiversità

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bombe di semi

Le palline di argilla e terriccio contenenti semi sono una pratica antica ripresa dal botanico e filosofo giapponese Masanobu Fukuoka, maestro dell’agricoltura naturale o del non fare.

Il metodo è particolarmente adatto per le semine aeree con l’obiettivo di rinverdire velocemente grandi aree desertiche. L’idea rivoluzionaria si basa sull’assecondare la natura, ridurre al minimo l’intervento umano e salvaguardare la biodiversità.

Nell’impasto possiamo mettere semi di fiori di campo, alberi da frutto e specie da sovescio, e possono essere seminate in diversi luoghi del nostro orto o giardino, sparse su superfici più grandi anche pubbliche o semplicemente messe in vaso per osservare meglio il processo di geminazione.

La tecnica delle palline è un metodo che consente ai semi di germogliare in maniera lenta e graduale, protetti da uno strato di argilla. Gli antichi vasi di argilla sono famosi per una ottimizzazione della conservazione dei semi. Basti pensare che dei semi di zucca ritrovati in vasi di argilla hanno germogliato ben 800 anni dopo.

 

Non ci sono quantità fisse di ingredienti, l’importante è che l’argilla inglobi terriccio, semi e acqua. I semi adorano l’argilla che li protegge, quando secca, dall’attacco di uccellini o insetti golosoni.

Semi di Girasole, Pisello odoroso e Bella di notte sono adatti alle stagioni calde. Ghiande di Quercia europea e americana, semi di Cerro e Castagne matte hanno alte percentuali di germinabilità in autunno.

Prima di lanciarle, fatele asciugare un paio d’ore così non si disfaranno. Se non è il periodo dell’anno adatto al lancio, fate asciugare le bombe di semi all’aria aperta e poi mettetele in un contenitore asciutto in grado di assorbire i residui di umidità. Quando deciderete di usarle basterà inumidirle leggermente con uno spruzzino d’acqua.

L’elemento distintivo di questa pratica è che le bombe non si debbono interrare, basta lanciarle, perché il mix compositivo garantisce la germinazione dei semi contenuti. Con la pioggia le palline si scioglieranno.

Nelle vaste aree desertiche, dove le condizioni per la germinazione sono assai difficili, si può ottenere la ri-vegetazione semplicemente spargendo le palline di semi, senza preoccuparsi di tempo e luogo. Ottimi risultati sono già stati ottenuti in Africa, Stati Uniti, India, Grecia e Filippine. (Masanobu Fukuoka, L’Agricoltura del non fare).

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La vigna con centinaia di oche al posto dei diserbanti

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oche nella vigna al posto dei diserbanti
Nell’azienda di Roberto e Emma Di Filippo, in Umbria, si seguono i principi dell’agricoltura biodinamica. Grazie alle oche si evita l’utilizzo di diserbanti chimici, si risparmia sul carburante dei trattori e si mantengono elevati i livelli di fertilità del terreno dove crescono le viti.

Mangeresti un prodotto della terra che prima di arrivare sulla tua tavola è stato letteralmente innaffiato con erbicidi, pesticidi e altre sostanze chimiche? Probabilmente preferisti un’alternativa più “naturale”. Noi consumatori siamo diventati (giustamente) più esigenti e il business del biologico in Italia è in crescita. Alla fine del 2018, secondo le stime del Sinab (Sistema d’Informazione Nazionale sull’Agricoltura Biologica), i terreni destinati all’agricoltura biologica sul territorio nazionale erano pari quasi a 2 milioni di ettari. Un numero destinato a salire. È nata così – in realtà il fenomeno è in atto già da parecchi anni – l’esigenza di trovare dei metodi agronomici, sostenibili sia dal punto di vista ambientale sia dal punto di vista economico, che siano in grado di garantire prodotti più sani e genuini.

Roberto ed Emma Di Filippo, fratello e sorella rispettivamente di 53 anni e 50 anni, hanno sperimentato un metodo assai originale per evitare i trattamenti chimici e preservare la fertilità dei terreni della loro azienda agricola a Cannara, in provincia di Perugia, (circa 35 ettari): la Cantina Di Filippo. Il controllo delle erbe infestanti di una parte dei terreni della loro tenuta è infatti affidata a 400 oche. Hai capito bene. I palmipedi sono liberi di girare tra i filari, mangiano l’erba e allo stesso tempo concimano il terreno, migliorando la qualità della sostanza organica e potenziando l’attività microbica del suolo. Si crea quindi una vera e propria sinergia tra la vite e l’oca. Risultato? Niente più trattori e niente più diserbanti chimici.

La sensibilità per le tecniche agronomiche ecosostenibili è iniziata già con la scelta del biologico nel 1994 (venticinque anni fa), quando ancora non si parlava di biologico. E infatti siamo stati una delle aziende pioniere in Umbria in questo senso” – racconta Emma Di Filippo – “avevamo notato che l’utilizzo dei mezzi pesanti, dei trattori per intenderci, con la compressione del terreno ne riduceva la fertilità. Ci siamo allora avvicinati alla filosofia dei trattamenti biodinamici. Ancora prima delle oche abbiamo cominciato a utilizzare i cavalli per la lavorazione dei terreni. Poi l’idea di usare le oche al posto del diserbante è venuta circa sette anni fa, dopo esserci confrontati con un nostro amico agronomo, Adolfo Rosati, che aveva fatto delle ricerche sulla sinergia tra olivo e pollo“.

E così è partito quello che tecnicamente è un progetto di agroforestazione, o agroforestry se preferisci la versione inglese, un modello di agricoltura in cui vegetali e animali convivono perfettamente in armonia. La scelta dell’oca è stata valutata anche insieme al Dipartimento di scienze agrarie, alimentari ed ambientali dell’Università degli Studi di Perugia che ha seguito il progetto e con una serie di ricerche ha verificato l’efficacia di questo sistema e la sua sostenibilità.

In realtà non ci siamo inventati niente. C’è un video risalente agli anni Quaranta, disponibile anche in rete, in cui si vede un agricoltore statunitense che lascia scorrazzare in mezzo alle piantagioni di cotone un gruppo di oche. Si tratta in fondo di una pratica antica, quella di integrare animali e colture“.

I benefici di questa tecnica non sono pochi. Innanzitutto, per quanto riguarda il lato ecosostenibilità, il fatto di non usare trattori consente un notevole risparmio di carburante e si evita quindi di emettere anidride carbonica. I livelli di fertilità dei terreni coltivati con questo sistema risultano più elevati, la qualità delle uve migliore. E perfino le carni delle oche, allevate in mezzo ai vigneti e secondo criteri rigorosamente bio, hanno un sapore migliore, sono più ricche di principi nutritivi e non presentano antibiotico-resistenza. E per quanto riguarda invece il vino? Che cos’ha di speciale rispetto a quello che troviamo di consueto sugli scaffali del supermercato?

La distinzione tra vini naturali, biodinamici e convenzionali riguarda il discorso salubrità, ma anche le caratteristiche organolettiche. I vini da agricoltura biodinamica hanno una personalità un po’ più complessa rispetto a quelli tradizionali. I vini biodinamici di oggi, soprattutto in Italia, devono però ancora superare quella fase in cui dietro alla parola naturale o biologico si giustifica tutta una serie di difetti del vino che ormai siamo abituati a non trovare più. Insomma a volte certi vini naturali non sono proprio gradevoli da bere. Bisogna allora essere bravi a produrre con un metodo naturale ma garantendo anche una qualità di un certo livello“.

E qui entra in gioco un altro aspetto fondamentale, che è quello riguardante la comunicazione, la capacità di saper raccontare il territorio ma anche la filosofia che sta dietro alla lavorazione di un prodotto della terra. Se delle piccole-medie aziende agricole in Italia riescono a sopravvivere è perché si sono costruite una reputazione nel tempo e possono contare su una clientela fidelizzata, anche di provenienza estera, che non ha dubbi sulla loro professionalità e sulla qualità dei prodotti che offrono.

Mi piace dire sempre che noi agricoltori abbiamo una grande responsabilità a livello culturale, che è quella di rendere il consumatore consapevole delle sue scelte di acquisto, permettendogli di riconoscere qual è un prodotto di qualità e più salutare quale no“.

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Sigaretta elettronica, l’acetato di vitamina E causa malattie polmonari: le prove da nuovo studio

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sigaretta elettronica

L’epidemia di malattie polmonari legata all’utilizzo della sigaretta elettronica avrebbe un responsabile ormai pressoché certo: l’acetato di vitamina E.

Dopo i sospetti emersi nei mesi scorsi, un nuovo studio pubblicato dal The New England Journal of Medicine conferma il legame tra questi problemi di salute e la sostanza contenuta nelle ricariche illegali a base di marijuana per le sigarette elettronica, trovata in quasi tutti i campioni di fluidi ottenuti dai polmoni di diversi pazienti.

Acetato di vitamina E alla base dei problemi polmonari

L’acetato di vitamina E era finito sotto la lente d’ingrandimento delle autorità sanitarie statali e federali statunitensi fin da inizio settembre. L’ultimo studio pubblicato si basa sull’analisi di campioni prelevati dai polmoni di 51 pazienti, residenti in 16 stati diversi, che avevano sviluppato problemi respiratori in seguito all’utilizzo dell’e-cig. I risultati ottenuti svelano che nel 94% dei casi analizzati è stata riscontrata la presenza della sostanza, assente nei campioni ottenuti da soggetti che non avevano ‘svapato’ i liquidi alla marijuana.

Fino al 17 dicembre, queste pratiche poco sicure legate all’uso della sigaretta elettronica avevano portato a 2506 ricoveri e 54 morticome riportato dal Centres for Disease and Control (Cdc). Secondo quanto dichiarato al Guardian da Benjamin Blount del Cdc l’aggiunta dell’acetato di vitamina E nei prodotti è diventata una pratica popolare nel 2019, con i casi di problemi polmonari dovuti all’e-cig che hanno fatto registrare un’impennata a partire da giugno di quest’anno.

E-cig tradizionale meno dannosa delle sigarette

Il nuovo studio rappresenta l’ennesimo importante indizio del ruolo nocivo dell’acetato di vitamina E, che è un additivo utilizzato come integratore nutrizionale ma non è approvato per l’inalazione. L’associazione del composto con i problemi polmonari è dunque sempre più evidente ma non esclude secondo gli esperti il fatto che possano esserci altre sostanze responsabili dell’epidemia registrata.

Tutto questo ridimensiona invece il ruolo dell’e-cig, che se utilizzata con i tradizionali liquidi alla nicotina non viene associata agli stessi gravi problemi di salute, come spiega al Guardian il professore dell’Università di Dundee Jacob George: “Il messaggio chiave è che, a confronto, i rischi delle normali sigarette sono ancora significativamente più alti rispetto a quelli dell’e-cig. I non fumatori non dovrebbero darsi alla sigaretta elettronica, ma chi fuma già tabacco potrebbe optare per l’e-cig come misura per ridurre i potenziali danni”.

Il vino uccide i germi responsabili del mal di gola e della placca dentale. Meglio ancora il Vin Brulè

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vino-rosso-fa-bene

Anno dopo anno vengono scoperti sempre più benefici legati al vino. Oggi torniamo a parlare di questa prodigiosa bevanda riportando in auge uno studio effettuato nel 1998, pubblicato sul Journal of Agricultural and Foot Chemistry.

Secondo i ricercatori, il vino può essere anche un ottimo disinfettante per i germi cattivi della bocca e potrebbe  addirittura essere un’efficace protezione dal mal di gola.

Il vino uccide i germi responsabili del mal di gola e della placca dentale, lo dice uno studio

Lo studio ha esaminato le proprietà antibatteriche di diverse bevande, da quelle gassate al vino, birra, latte scremato e in fine l’acqua.
Nel corso dell’esperimento, ogni bevanda è stata poi infusa con dei batteri infettivi come ad esempio la salmonella.

Dopo due giorni, i batteri erano quasi del tutto scomparsi nel recipiente contenente vino.

In altri termini, sembrerebbe che i batteri abbiano molta difficoltà a sopravvivere a contatto con il vino.

Il vino uccide i germi responsabili del mal di gola e della placca dentale, lo dice uno studio

 

Lo studio ha anche dimostrato che ciò non è dovuto come si credeva all’acidità del vino, bensì a una serie di composti organici presenti nei vini rossi e bianchi.

Per verificarlo, i ricercatori hanno neutralizzato l’acidità del vino preso in analisi, scoprendo che era stato comunque in grado di eliminare il 99,1% dei batteri.
Insomma, dopo aver letto questo articolo avrai una nuova scusa da utilizzare nel caso tu volessi goderti un bicchiere di vino in santa pace.

Il vino non è solo un ottimo modo per prevenire il mal di gola, ma è anche stato per secoli un rimedio naturale.
Il modo più efficace per assumerlo in questi casi, è prebararsi un buon vin brûlé In altri termini, sembrerebbe che i batteri abbiano molta difficoltà a sopravvivere a contatto con il vino.

Ecco uno dei tanti modi per prepararlo (Ricetta romagnola):

Il vino uccide i germi responsabili del mal di gola e della placca dentale, lo dice uno studio

Ingredienti
1 libro vino rosso
1 stecca cannella
200 gr zucchero
4 o 5 chiodi di garofano
1 scorza arancia
1 scorza limone

Istruzioni

Prendete un limone e un’arancia e dividete la polpa dalla scorza
Versate il vino in una pentola abbastanza grande, aggiungete lo zucchero e mescolate con forza con un cucchiaio di legno per sciogliere il tutto.

Poco prima che il vino raggiunga la temperatura d’ebollizione, potete aggiungere i vari aromi: le scorze di agrumi, i chiodi di garofano e la stecca di cannella.
Dopodichè basterà lasciare il composto sul fuoco per circa 5 minuti.

Clima impazzito a dicembre, troppo caldo in Puglia: fioriscono gli alberi di pero. Coldiretti: “Effetti devastanti sull’agricoltura”

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alberi in fiore clima impazzito

Clima impazzito a dicembre, troppo caldo in Puglia: fioriscono gli alberi di pero
“Completamente stravolta la programmazione degli agricoltori che in Puglia raccolgono broccoli, cavoli, sedano, prezzemolo, finocchi, cicorie, bietole, tutti maturati contemporaneamente per le temperature primaverili”.

Il troppo caldo in Puglia di questi giorni ha fatto fiorire alcuni alberi di pero. E’ quanto denuncia la Coldiretti Puglia che parla di “clima pazzo” ed risultati nefasti sull’agricoltura.

Sono disastrosi gli effetti sui campi della tropicalizzazione del clima che azzera in pochi attimi gli sforzi degli agricoltori che perdono produzione e al contempo subiscono l’aumento dei costi a causa delle necessarie risemine, ulteriori lavorazioni, acquisto di piantine e sementi e utilizzo aggiuntivo di macchinari e carburante.

Gli imprenditori si trovano ad affrontare fenomeni controversi, dove in poche ore si alternano eccezionali ondate di maltempo a siccità perdurante, spiega Savino Muraglia, presidente di Coldiretti Puglia.

Completamente stravolta la programmazione degli agricoltori che in Puglia raccolgono broccoli, cavoli, sedano, prezzemolo, finocchi, cicorie, bietole, tutti maturati contemporaneamente per le temperature primaverili.

“Con la natura sconvolta a preoccupare è l’effetto del possibile improvviso abbassamento della temperatura sulle piante in fiore con effetti disastrosi sulla raccolta dei frutti primaverile ed estiva. Sono eventi estremi per cui il meccanismo della declaratoria di calamità naturale e del Fondo di solidarietà naturale, così com’è strutturato, non funziona più”, conclude Muraglia. Son  53 gli eventi estremi che si sono abbattuti in Puglia dal 1° agosto ad oggi, secondo il monitoraggio di Coldiretti Puglia, sulla base della Banca dati europea Ewsm.

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