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Il Vaticano non paga 4 miliardi di ICI arretrato ma alla politica va bene così

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La vicenda del mancato pagamento dell’ICI sui beni immobili della Chiesa è una delle più vergognose dimostrazioni del servilismo dello Stato italiano nei confronti del Vaticano: Mussolini lo “ufficializza” con il Concordato; la DC lo blinda inserendo addirittura lo stesso Concordato in Costituzione (con il favore del PCI di Togliatti).

Craxi prova ad attenuare alcuni privilegi con la revisione del 1984, ma le novità del “nuovo Concordato” sono ben presto sterilizzate con varie leggi dello stesso governo Craxi e di quelli successivi, che si inventano di tutto per arricchire la Chiesa, innanzitutto con lo spudorato meccanismo di attribuzione dell’8 per mille “non destinato”, che regala ogni anno al Vaticano circa un miliardo, sottratto alle esangui casse dello Stato.

Per cercare di invertire, nei limiti del possibile, questo favoritismo, nel febbraio dello scorso anno, novantesimo anniversario del Concordato, mi sono fatto promotore di un appello che conteneva tre chiare proposte:

–    Abolizione dell’ora di religione.
–    Revisione degli attuali criteri per la ripartizione della quota (circa il 50 %) dell’8 per mille “non destinato”, che privilegiano nettamente la Chiesa Cattolica.
–    Revisione delle norme relative all’IMU sui beni immobili della Chiesa e azione determinata per dare attuazione alla recente sentenza della Corte Europea, recuperando nella misura del possibile l’ICI non pagata in passato (4-5 miliardi di euro).

L’appello – sostenuto dalla UAAR, da Critica Liberale e dalla associazione Libero Pensiero Giordano Bruno – è stato firmato da centinaia di personalità della cultura ed è stato alla base di una mozione presentata al Senato da Riccardo Nencini (fra i firmatari, Emma Bonino) e di una analoga interrogazione parlamentare di Riccardo Magi alla Camera.

Tutte cose – se ci limitiamo alla questione ICI, tema di questo articolo – che sarebbero state addirittura inutili perché dopo una serie di deliberazioni oscillanti fra il sì e il no del Parlamento Europeo e della Corte di Giustizia della CEE, la Grande Chambre della stessa Corte, nel novembre del 2018, ha ribaltato la sentenza di primo grado stabilendo che è dovere dell’Italia recuperare dalla Chiesa l’ICI arretrato, il cui ammontare – secondo approfonditi calcoli dell’ANCI – supera i 4 miliardi.

E vale la pena di ricordare che, non dando seguito alla sentenza UE, l’Italia rischia una procedura di infrazione, che andrebbe ad aggiungersi alle decine già avviate che fanno del nostro paese una sorta di vigilato speciale.

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La storia della esenzione dell’ICI per gli immobili della Chiesa inizia nel 2005 con un decreto legge del governo Berlusconi di tutto favore per il Vaticano: troppo perfino per il nostro Parlamento, che non lo converte in legge ma “rimedia” con una norma secondo cui per l’applicazione della esenzione dall’ICI è sufficiente che l’attività esercitata in un immobile della Chiesa non sia esclusivamente commerciale (dunque, la famosa cappella in un albergo di lusso).

E arriva ai giorni nostri, con i governi che non danno seguito alla decisione della Corte europea.

Il governo “Conte primo”, si dice, non lo fa perché la Lega – con la sua esibizione di crocefissi e rosari – non intende mettersi contro la Chiesa. Il secondo governo Conte avrebbe però, oltre che il dovere, la possibilità di farlo visto che il Movimento 5 Stelle ha sempre fatto una bandiera del far pagare le tasse al Vaticano: il fondatore Beppe Grillo era giunto a sollecitare via Facebook Papa Bergoglio a pagare le imposte sugli immobili, mentre Virginia Raggi ne fece uno dei punti cardine della campagna elettorale che la portò in Campidoglio.

Il che non deve stupire visto che un sondaggio commissionato alla DOXA dalla UAAR ci dice che l’84% degli italiani sarebbero favorevoli a far pagare alla Chiesa le tasse sugli immobili il cui sfruttamento produce guadagni.

Ma purtroppo il Parlamento non sembra molto interessato al parere degli italiani, come dimostra il blocco permanente delle leggi volte a legalizzare l’eutanasia, malgrado i sondaggi che superano l’80% dei favorevoli, la vicenda del DJ Fabo che ha commosso tutta l’Italia, la sentenza della Corte Costituzionale relativa all’articolo 580 del codice penale, che prevede fino a 15 anni di carcere per l’aiuto al suicidio.

Ed è amaro notare che il Concordato è del 1929 ed il codice penale è del 1930. Dunque, molti temi rilevanti sono ancora governati da norme e da accordi che risalgono agli “anni del consenso” del regime fascista.

Ho chiesto ad amici magistrati se sarebbe possibile denunciare il governo per omissione di atti di ufficio o altri reati, ma purtroppo il loro parere è stato negativo. E poiché mi fido della loro competenza, mi dico che c’è qualcosa che non va nelle nostre leggi se il governo (e in particolare il ministro dell’Economia) può infischiarsene delle sentenze della Corte Europea e non rischiare nulla.

Il riferimento al ministro dell’Economia Gualtieri porta fatalmente a riflettere sui comportamenti del PD (di cui egli è un esponente di rilievo), che su questo tema – come sulla eutanasia – sembra dominato in modo inquietante dalla componente cattolica, per non dire clericale.

Prometto che andrò ad accendere diversi ceri alla Madonna se il ministro Gualtieri – al quale cercherò di far giungere questo mio articolo – avrà la cortesia di rispondere.

fonte: repubblica-micromega

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