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Incompiute, capolavoro dell’acquedotto marchigiano: è costato 55 milioni e serve metà dei comuni. Che però lo pagano

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Il progetto di collegare con una rete idrica 22 comuni marchigiani risale agli anni Settanta. I finanziamenti all’acquedotto arrivano col contagocce, si fermano i lavori. Oggi metà dei comuni che l’hanno pagato (e lo mantengono con la bolletta) non vedono una goccia e sono costretti a estrarre e bonificare l’acqua da altri invasi. La Regione che ha contribuito alla realizzazione si mette di traverso negando la richiesta di aumentare la portanza e completare l’opera. Sullo sfondo l’interesse delle concessioni per lo sfruttamento idroelettrico
lavori partirono effettivamente nel 1986, l’anno di Chernobyl, dell’Argentina campione del mondo. Di Sindona e del primo Dylan Dog. Ma si interrompono poco dopo i primi 40 km dei 226 previsti perché i finanziamenti all’acquedotto procedono goccia a goccia, scatta il fermo per mancanza di soldi. Stop a progettazione e lavori, come si evince anche dal sito del consorzio dei comuni. Il completamento dell’intero schema idrico richiede investimenti per complessivi altri 45 milioni. Seguono nuovi impegni, promesse e progetti fino alla richiesta nel 2016 di aumentare la portata del bacino e ultimare la rete che viene però cassata dal niet della Regione e ora è rimessa al Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche di Roma cui l’ente ha fatto ricorso, l’udienza a gennaio. Insomma, una storia arcitaliana che fa acqua da tutte le parti e in ultimo vede la perla di un cambio al vertice con il presidente che è espressione dei comuni con l’acqua e di un vice che rappresenta quelli senza. Il bicchiere mezzo vuoto e mezzo pieno che devono dare un senso a tutto questo.
A denunciare la situazione – tra gli altri – è Roberto Ascani, sindaco M5S di Castelfidardo che è uno dei comuni rimasti a bocca asciutta pur facendo parte del consorzio ed esprimendone addirittura il presidente. “Siamo di fronte a un’incompiuta che si trascina dietro una serie incredibile di paradossi”, dice il primo cittadino del comune marchigiano. “Il primo è che con questo blocco in sostanza si costringono i comuni a mantenere l’impianto costato già decine di milioni senza trarne alcun beneficio, perché di fatto qui si paga l’acqua due volte. Quella pulitissima del Nera che non possiamo usare e quella che ci tocca estrarre e bonificare da altro bacino non esente da problemi tra nitrati, alga rossa e fluoruri. Non si è capito se le fumose e molto discutibili motivazioni con cui la Regione si è messa di traverso originino da un reale interesse pubblico o se dalla pressione che possono aver esercitato interessi diversi, come quelli per lo sfruttamento idroelettrico del bacino e relative concessioni ai privati”.Di sicuro la questione però è ben lontana dall’essere risolta, sia perché ci sono i ricorsi pendenti e sia perché alcuni comuni beffati dalla logica dell’incompiuta starebbero valutando di uscire dal consorzio cui non più tardi di dieci anni fa hanno ridato ossigeno, versando 15 milioni di euro come aumento del capitale sociale. Ma non ce la fanno più a vedersi addebitare solo i costi di investimenti che finiscono in bolletta. La bile scorre più dell’acqua tra le valli, e infatti oggi c’è chi addirittura pensa a farlo fallire per poi chiedere i danni. “Ufficialmente non è ancora stato comunicato ma anche a me arrivano segnali in questo senso, di una possibile rottura nella compagine tra i soci-comune che beneficiano dell’acquedotto e gli altri. Sarebbe una sconfitta pesantissima per il pubblico”, dice il presidente della società Paolo Giacomucci. Che aggiunge: “Respingendo la richiesta di aumentare la portata dagli attuali 150 litri al secondo a 550 la Regione ha di fatto bloccato la costruzione dell’impianto di distribuzione: l’opera definitiva potrebbe non vedere la luce, vanificando gli investimenti fatti finora, e quella che resta rimanere ampiamente sovradimensionata rispetto ai bisogni”. Insomma, uno spreco. O forse un guadagno, per altri. Perché il fiume dalla dorsale marchigiana corre giù verso quella adriatica e porta al Tirreno, “lungo quel percorso è plausibile che ci siano portatori di interessi contrapposti”.

Si tenta allora il compromesso. Sono appena state rinnovate le cariche sociali della società di gestione e i nuovi vertici cristallizzano di fatto l’assurda divisione tra comuni serviti e non. Il presidente è l’ex assessore del Comune di Macerata, servito dall’acquedotto. Il suo braccio destro è proprio Giacomucci di Castelfidardo che non ha mai visto una goccia d’acqua. Entrambi si ritrovano a gestire il bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto del Nera. Che per tutti è un costo, ma disseta solo qualcuno.

da: www.ilfattoquotidiano.it

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