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Bocciate le mascherine Fca, “ritirate quelle nelle scuole, non sono conformi”. L’ultimo disastro di Conte e Arcuri

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arcuri non conforme

Fra le meraviglie compiute da Domenico Arcuri durante la gestione della pandemia del governo di Giuseppe Conte ci fu un contratto da 237 milioni di euro sottoscritto dalla struttura commissariale con Fca che all’improvviso già a maggio dell’anno scorso aveva deciso di mettersi a produrre mascherine anti-Covid in due stabilimenti riconvertiti allo scopo (uno dei due era quello di Mirafiori). Per intenderci: quei 237 milioni erano pagati dagli italiani attraverso le loro tasse anche se l’accordo fu raccontato dal governo Conte come dei vertici di Fca come si trattasse di senso civico del grande gruppo industriale che si metteva così “al servizio” del proprio paese, che poi tanto suo paese non è visto che gran parte del fatturato e dei guadagni con relative tasse pagate sono realizzate fuori dall’Italia.

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Due lotti delle mascherine prodotte da Fca e finite «quasi integralmente» negli istituti scolastici devono essere ritirati immediatamente a causa della loro «non conformità». È il contenuto di una nota inviata lo scorso 6 settembre dal ministro della Salute al dicastero dell’Istruzione. Un avviso arrivato a soli sette giorni dal ritorno in classe in quasi tutta Italia e che scrive una parola forse definitiva su una vicenda – quella dei dispositivi di protezione prodotti dalla ex Fiat – che fin dall’inizio ha sollevato polemiche e sospetti. Nella nota del ministero della Salute si svela che è stata la stessa Fca Italy S.p.a. a segnalare i problemi dei lotti 00914086180 e 00914086190, prodotti nello stabilimento di Mirafiori tra la fine di agosto e la metà di dicembre 2020.

Peraltro, «in ragione delle modalità operative con cui la società S.D.A. ha curato la distribuzione», non è possibile risalire la lista degli istituti a cui sono state effettivamente distribuite le mascherine incriminate. Il compito di individuarle passa quindi «a tutti gli istituti scolastici interessati» affinché «provvedano a individuare, non utilizzare e quarantenare – (?!?) – le eventuali giacenze». Poi sarà «il fabbricante» a occuparsi del ritiro e, si immagina, dello smaltimento.

L’accordo tra l’allora governo Conte Bis e la Fca fu siglato nell’estate 2020, quando dall’Istituto superiore di Sanità arrivarono cinque autorizzazioni alla produzione: tre per le mascherine per adulti di tipo tradizionale, due per le mascherine di tipo pediatrico da distribuire sostanzialmente nelle scuole. Due gli stabilimenti di Fca interessati, quello di Mirafiori e quello di Pratola Serra.

A regime, l’ex Fiat avrebbe dovuto produrre 27 milioni di mascherine al giorno, oltre la metà del fabbisogno nazionale. Di cui 11 milioni per i più piccoli. È stato su queste ultime che, fin dall’inizio, si sono concentrate le polemiche. Sia per la scarsa vestibilità – in più casi erano risultate troppo piccole che per l’odore cattivo che emanavano. Ma, soprattutto, per i sospetti sul loro reale potere filtrante. Alcune inchieste giornalistiche furono seguite dall’iniziativa del sindacato Usb e della onus Rete Iside che portarono le mascherine Fca in un laboratorio di analisi accreditato dal governo.

Emerse che, mentre le mascherine prodotte nell’avellinese avevano tutti i requisiti richiesti per essere adottate, quelle fabbricate a Mirafiori filtravano molto meno di quanto previsto e dichiarato. Alle rassicurazioni dell’azienda e dell’allora commissario all’Emergenza Domenico Arcuri – «non c’è alcun problema di tossicità» – segui una denuncia dell’Usb alla Procura di Roma e alla Corte dei Conti a carico di Fca Italy con l’accusa di «frode in pubbliche forniture», nel gennaio 2021.

Oggi, ammettendo con diversi mesi di ritardo la non conformità di due lotti, è la stessa ex Fiat a riconoscere l’esistenza del problema. Aprendo la strada anche a un possibile seguito della vicenda giudiziaria.

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