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Gli impegni culturali che funzionano come antidepressivi

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Secondo un nuovo studio pubblicato sul British Journal of Psychiatry, un “impegno culturale” assiduo potrebbe contribuire a diminuire il rischio di insorgenza di disturbi mentali in età avanzata.

Basandosi sui dati ottenuti da più di 2000 adulti con più di 50 anni partecipanti all’English Longitudinal Study of Ageing (ELSA), i ricercatori hanno scoperto che i soggetti che avevano partecipato a mostre, visto film o spettacoli teatrali almeno una volta al mese o più avevano il 48% di possibilità in meno di sviluppare disturbi depressivi. Lo studio ELSA contiene dati sulla salute e il benessere sociale e mentale degli anziani in Inghilterra su un periodo di dieci anni. Include informazioni sulla frequenza con cui si recano all’opera, al cinema, a mostre, musei e rivela quali partecipanti hanno una diagnosi di depressione. Anche dopo che i risultati erano stati adeguati per considerare altri fattori che potrebbero influire sulla propensione dell’individuo alla depressione (come età, sesso, salute ed esercizio fisico), i ricercatori hanno scoperto che le attività culturali continuavano a costituire un vantaggio rilevante per il mantenimento del benessere mentale di un individuo.

“In generale, le persone conoscono i benefici del mangiare frutta e verdura ogni giorno e del fare esercizio fisico e mentale, ma ancora in pochi sanno che le attività culturali presentano benefici simili”, ha affermato Daisy Fancourt della UCL. Fancourt ha spiegato che i benefici derivanti dalle attività culturali sono legati agli stimoli mentali, all’interazione sociale e alla creatività che queste incoraggiano.

Per vedere i primi risultati non occorre aspettare anni: gli effetti sono tangibili già dopo una singola esperienza di poche ore, come dimostra l’esperimento condotto in Italia su 100 volontari (tra i 19 e gli 81 anni) portati con tanto di imbragature fino a 63 metri di altezza per visitare gli affreschi della cupola ellittica più grande del mondo, quella del santuario di Vicoforte nel cuneese.
«L’esposizione alla bellezza ha determinato effetti benefici immediati, che abbiamo potuto misurare in modo rigoroso», spiega il coordinatore dello studio Enzo Grossi, direttore scientifico della Fondazione villa Santa Maria, da anni impegnato nello studio del rapporto fra arte e salute. «La visita alla cupola ha fatto aumentare il benessere percepito dai partecipanti, riducendo del 60% la concentrazione di cortisolo, l’ormone dello stress misurato nella saliva. Un risultato molto significativo, se pensiamo che elevati livelli di cortisolo protratti nel tempo danneggiano il cervello, aprendo la strada a depressione e Alzheimer».

Ci sono volute le più sofisticate tecniche di neuroimaging per svelare il meccanismo con cui il “farmaco” cultura agisce sul nostro cervello. «Si accendono specifici neuroni della corteccia orbitofrontale», precisa il dottor Grossi. «Una volta attivato, questo centro cerebrale della bellezza produce molecole segnale come le endorfine, che danno felicità, la dopamina, che provoca piacere, e l’ossitocina, l’ormone dell’amore. Questi neurotrasmettitori vanno ad agire sui centri più ancestrali del nostro cervello, quelli che regolano funzioni vitali come il respiro e il battito cardiaco, riducendo lo stress e il rischio cardiovascolare. Inoltre, attraverso la rete linfatica che collega l’encefalo al sistema immunitario, la cultura arriva anche a rinforzare le difese contro le minacce esterne, come virus e batteri, ma anche quelle interne, come i tumori e le malattie degenerative».

Photo by Una Laurencic from Pexels

Fonte https://webzine.theatronduepuntozero.it/

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