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CoronaVirus e Pandemic Bonds: come ti scommetto sulle epidemie create a tavolino per affossare gli Stati

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coronavirus guariti
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di Antonietta Gatti

Oggi vi racconterò una favola: molta fantasia, fantascienza e qualche briciola di realtà. Una storia che, se fosse vera, riguarderebbe tutti noi.
Era il 2017 quando “furono emessi dalla Banca Mondiale e dalla Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo nel 2017 con un tasso di ritorno dell’11% in collaborazione con l’Organizzazione mondiale per la Salute, nell’ambito di un Pandemic Emergency Financial Facility”, dei bond pari a 200 M $ puntando su di un’ipotetica pandemia da Coronavirus.

(https://scenarieconomici.it/banca-mondiale-e-birs-hanno-em…/)
I pandemic bonds furono modellati sullo scenario più plausibile di un Coronavirus patogeno proveniente dalla in Cina. I criteri per far scattare l’esborso, insomma, per vincere la scommessa, furono che la pandemia dovesse durare per oltre 12 settimane in più di un paese a partire dal 2020 e non oltre il 2022.

Inizialmente questo strumento era stato creato come reservoir per aiutare le popolazioni colpite da un’epidemia, ad esempio come quella dell’ebola (2013-16), ma certi Mister X, numeri uno della finanza creativa, ebbero un’illuminazione e pensarono che uno scenario come quello prospettato, impegnandosi un po’, poteva essere creato artificialmente, consentendo loro d’intascare i proventi della scommessa alla data stabilita. E, allora, questi signori si misero a tavolino e crearono una road map a lungo termine.

Il primo obiettivo era trovare dei Coronavirus acconci, necessariamente nuovi, e un laboratorio dove si coltivassero, e quel laboratorio doveva essere possibilmente cinese. Ne identificarono uno idoneo a Wuhan (Cina), un laboratorio nuovo di zecca altamente tecnologico che era punto di riferimento per l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Ci si organizzò come si deve e si rubò un po’ di provette. Fu un gioco da ragazzi, visto che tecnici sottopagati e desiderosi di un’altra opportunità se ne trovano ad ogni angolo di laboratorio.

Il furto, però, non passò inosservato e chi gestiva il laboratorio, temendo e forse presumendo il peggio, chiamò 300 militari americani esperti di bioterrorismo. Immediatamente si organizzò anche un summit che comprendeva, tra gli altri partecipanti, membri dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Si chiamò anche Bill Gates (il perché non saprei dirlo, ma io sono un po’ ingenua) e tutti insieme costoro fecero simulazioni a tavolino riguardanti la diffusione e l’espansione dell’epidemia dalla Cina al mondo intero e, con queste, le possibili misure di contenimento. Fu anche divertente.
A fine autunno scattò l’ora X.

Il secondo obiettivo, passo indispensabile per la riuscita del progetto, era diffondere il virus. Da dove? Si fecero varie ipotesi. L’ideale risultò essere un luogo molto frequentato, un luogo insospettabile, che desse l’impressione di essere il naturale punto di partenza del viaggio che il virus doveva intraprendere. Il mercato del pesce di Wuhan sembrò idoneo.

Non c’era nemmeno da trasportare le provette troppo lontano perché era tutto a due passi di distanza. Si travasò il liquido in uno spray per profumo e con nonchalance, passando tra i banchi del mercato, si schizzò qua e là il contenuto. Chi acquistava il pesce non sapeva che nella spesa c’era un valore aggiunto.

Di lì a pochi giorni cominciarono ad ammalarsi in molti. I primi epidemiologi individuarono in fretta l’origine del contagio. Si chiuse il mercato, ma, ahimè, i buoi, stavolta sotto forma di pesci morti, erano già fuggiti. I virologi cominciarono a dare interpretazioni da favola all’evento che non capivano.

Ciò che accadde in-vivo (non so se i nostri Mister X lo sapevano) fu che il virus attaccava soprattutto i vecchi (non i bambini): quelli che già erano indeboliti da tutt’altre patologie. Cielo! che bell’effetto secondario! Si poteva sperare di eliminare un po’ di vecchi, fastidiosi parassiti che non producevano reddito e che costavano al servizio sociale sia come cure sanitarie sia come pensione.

Un bel risparmio! Non solo: c’era il bonus di un secondo effetto ancora più interessante: quello economico, quello già ampiamente previsto e sperato. Molte attività furono chiuse per giorni, per settimane, da parte delle autorità sanitarie per evitare lo spargersi dell’epidemia, e così si costrinsero alcune attività commerciali a chiudere i battenti. I nostri Mister X si precipitarono a comprarle in cambio di una bazzecola.

Terzo step: portare l’epidemia in paesi confinanti e farla durare per almeno 12 settimane, ché quello era condizione sine qua non per vincere la scommessa.
Non era un problema insormontabile perché la mole di viaggi fra paese e paese porta ogni giorno torme di persone dalla Cina in altri paesi come Giappone, Corea del Sud, Europa ed America.

Poi, se proprio non si vedeva l’effetto sperato, si poteva intervenire ancora direttamente con uno spruzzo qua ed uno là. È banale: si prende un piccolo bar di campagna dove i vecchietti si riuniscono a giocare a carte. Una spruzzatina e il seguito è come da copione.

Contando sull’ impreparazione dei politici dei paesi e sul loro adoperarsi più per pararsi il ricco e delicato posteriore di quanto non sia fare gli interessi della gente che li paga per questo, si chiusero a raffica le attività commerciali e sociali, ovviamente per limitare il contagio. E così si diede una bella scrollata all’economia: una manna per chi stava in agguato, già preparato, scommessa giocata alla mano e acquolina in bocca.
Ancora di più, le attività che non reggevano alle mancate entrate e quelle più appetitose venivano comprate a prezzo di svendita.

I nostri Mister X si riunirono e si complimentarono reciprocamente del lavoro svolto, tutto sommato, con poca fatica. Commentarono con commozione che il loro era stato anche un lavoro etico perché si era estirpata dalla società una parte di popolazione che incideva negativamente sia sul sistema sanitario sia sull’economia in generale: una sorta di taglio chirurgico selettivo. Un’indispensabile pulizia. Hitler rivisitato e con molta più classe. Bravi!

Ora rimaneva solo da aspettare che passassero le 12 settimane e un giorno, e il gioco era fatto: tutto nei termini del bond emesso.
Ma i nostri Mister X hanno una fantasia fertile e già nel 2017 avevano lavorato sugli altri pandemic bond.
Assieme alle compagnie assicurative come ad esempio la Swiss Re Capital Market e la Matterhorn Re, avevano piazzato un “bond catastrofe” da 225 milioni $ per il 2020-2022, uno per un ciclone e l’altro per un evento molto mortale nel Regno Unito, in Canada e in Australia.

Con i cambiamenti climatici un ciclone nell’arco di due anni era molto probabile, ma per un evento mortale in Inghilterra, in Canada o in Australia ci si poteva attrezzare.
Si pensò a far saltare in aria qualche Santa Barbara locale o, vedi mai, si ipotizzò un deragliamento di un treno superveloce. Ci si rese conto subito che un’altra mucca pazza non poteva più essere credibile né lo poteva un’epidemia da virus. Avrebbe dato troppo nell’occhio.

Come diceva Angelo Musco, il comico catanese di tanti decenni fa, tutti possono essere cretini, ma non si può chiedere di esagerare.
Una mini-guerra, allora? O materie prime in qualche modo avvelenate?
Ci si poteva pensare. Si poteva chiedere anche a qualcuno dell’Organizzazione Mondiale della Sanità di dare una mano.
Nel frattempo, i servizi segreti di quelle nazioni dormivano il sonno dei giusti.
Vero? No: per fortuna è solo una favola.

A CONFERMA LEGGI L’ARTICOLO DI GQ: ECCO COME SI INVESTE SULLE PANDEMIE

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