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Crisi dei social? Forse… intanto i nostri dati sono in vendita!

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segnali in codice criminali

App nota in tutto il mondo, Instagram risulta però essere un incubo per la privacy di coloro che la utilizzano. Questo è il risultato di una nuova analisi delle app meno sicure per i propri dati personali utilizzate comunemente dagli utenti online. Il test lo ha effettuato il team del sito di storage pCloud che per vedere la quantità di dati privati ​​di un utente raccolti e condivisi con gli altri ha utilizzato la gamma di nuove etichette sulla privacy lanciate da Apple attraverso il suo App Store. Queste etichette sono progettate per aiutare i consumatori a decidere su quali aspetti del data sharing dovrebbero fare attenzione per proteggere i loro preziosi dati.

Facebook, Instagram, LinkedIn i peggiori sulla privacy

In media, circa la metà delle app più popolari condivide i dati degli utenti con terze parti, a volte in modalità al limite del legale. Instagram, Facebook e LinkedIn, ossia tre delle principali piattaforme di data sharing al mondo, sono paradossalmente proprio i tre peggiori trasgressori di queste norme.

Instagram in particolare è in cima alla lista.

“Non c’è da stupirsi che ci siano così tanti contenuti promossi nel tuo feed”, afferma pCloud nella sua analisi. “Con oltre 1 miliardo di utenti attivi mensilmente, è preoccupante che Instagram sia un hub per la condivisione di una quantità così elevata di dati di utenti inconsapevoli.

La policy di raccolta e condivisione dei dati di Instagram impostata di default nei nostri account riesce ad attivare molti degli avvisi sull’etichetta della privacy di Apple, incluse l’offerta di informazioni a terze parti su:

  • acquisti
  • posizione
  • informazioni di contatto
  • cronologia di ricerca e di navigazione condivisa con altri
  • parametri identificativi personali
  • dati di utilizzo.

L’effetto a catena: 79% di data sharing

La diagnostica, che esprime una valutazione delle aree nelle quali l’app è carente, viene fornita anche a terze parti, insieme alle informazioni finanziarie in caso si facciano acquisti all’interno dell’app. Ma non sono solo questi tuoi dati personali che Instagram condivide con terze parti: fornisce anche dettagli sulle persone con cui sei in contatto, andando a creare un vero e proprio effetto a catena a detrimento della tua privacy!

Niente da invidiare al secondo classificato in questa black list, ossia Facebook. Insieme ad Instagram il colosso di Menlo Park mantiene una linea sulla condivisione di dati con terze parti quantomeno “singolare”, e sicuramente unica rispetto alle altre 50 piattaforme intervistate da pCloud. In tutto, uno sbalorditivo 79% dei dati personali di un utente viene fornito a terze parti ogni volta che questo apre l’app per sfogliare la foto, video e storie degli amici pubblicati in bacheca.

“Sebbene ci si possa fidare del fatto che queste app non facciano nulla di dannoso con le tue informazioni, ci sono molte persone che non possono permettersi questa incertezza”, afferma pCloud, che teme che i dati possano in qualche modo essere intercettati e strumentalizzati.

Qual è il problema dei big data oggi?

Il problema, come facilmente intuibile, non è tanto nel vedere i propri dati online, bensì nel possibile utilizzo che potrebbe farne qualche hacker. Basti pensare a quando, qualche mese fa, dei cyber criminali sono riusciti a colpire l’operatore Ho.mobile. Combinando i dati di questo operatore, assieme a quelli rubati su Facebook, ad esempio, era possibile ottenere anche l’indirizzo di casa di un utente. Una situazione che mostra come sia estremamente importante difendersi, onde evitare di dover fare i conti con possibili inconvenienti.

Sempre più spesso, purtroppo, capita di imbattersi in tentativi di raggiri, come ad esempio finti messaggi attraverso i quali dei malintenzionati riescono a rubare gli account del malcapitato di turno. Se tutto questo non bastasse, di recente, a destare particolare interesse è una vicenda che non può passare di certo inosservata. Ben 533 milioni di utenti Facebook in 106 Paesi, infatti, si sono visti rubare i propri dati, con quest’ultimi che sono stati pubblicati online, rendendoli così facilmente disponibili ai ladri di identità digitale.

La crisi dei social, verità o bugia

In questi ultimi mesi abbiamo visto un grande reset non tanto nella politica (ma lo vedremo a breve) quantoall’interno dei maggiori social network, Facebook, Instagram, LinkedIn e Whatsapp in testa. Ovviamente si è cavalcata l’ondata del Covid, con centinaia di milioni di utenti chiusi nelle proprie case il momento per premere sull’acceleratore dell’advertising era arrivato. Le nuove features delle app sono in continua espansione, ma insieme a queste news positive se ne sentono tante su bug, hackeraggi, cyber attacchi, privacy violata ecc. ecc. Aggiungiamoci questa tanto millantata “crisi dei social” e il gioco è fatto.

La realtà, a ben vedere, è che più se ne parla e meglio è. Non c’è nessuna crisi dei social, semplicemente gli ADV managers dei colossi americani vogliono che ogni giorno se ne parli, che ogni giorno Facebook, Instagram, Whatsapp, LinkedIn ecc. rimbombino nella nostra testa e riempiano i nostri discorsi. Trucco vecchio come il mondo, la base del marketing, niente di che preoccuparsi, a condizione di rimanere vigili e pensare con la propria testa.

Altro paio di maniche è la vendita da parte di questi colossi, Instagram in testa, dei nostri dati personali. Questo fatto è ormai sotto la luce del sole, e a mio parere conviene abituarcisi più che combatterlo. La monetizzazione della nostra stessa intimità è diventata realtà, ciò strapperebbe un sorriso a Orwell o a Huxley. Il punto qui è un altro: non dare valore a una moneta che valore non ha. Accettiamo quindi questo ennesimo compromesso nelle nostre vite ormai sbandierate ai quattro venti, e cerchiamo semplicemente di essere come dovremmo: candidi come colombe, astuti come serpenti.

Meglio una vita senza segreti, che una vita impegnata a difenderli.

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