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Virus cinese, le società che lavorano al vaccino stanno volando in Borsa

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coronavirus mercato wuhan cina

Diverse aziende sono al lavoro per trovare il vaccino capace di sconfiggere il coronavirus. Nelle ultime sedute stanno sperimentando dei guadagni eccezionali in Borsa

La soluzione tampone consiste nell’isolare le persone nelle aree contagiate. Ma la vera soluzione alla minaccia del coronavirus – l’infezione polmonare identificata per la prima volta il 31 dicembre a Wuhan, la più popolosa città della Cina centrale, e che da allora ha causato oltre 100 vittime a fronte di oltre 4.000 casi accertati di contagi in corso – sta nel vaccino.

Alla ricerca del vaccino contro il Coronavirus

Su questo fronte ci sono diverse aziende al lavoro e, non a caso, nelle ultime sedute stanno sperimentando dei guadagni eccezionali in Borsa. La più vicina al vaccino sembra al momento Vir Biotechnologies, fino a poche ore fa una poco nota clinica specializzata nel settore immunologico basata a San Francisco. Da inizio anno le azioni della compagnia sono balzate del 97%, portando la capitalizzazione di mercato vicino ai 3 miliardi di dollari.

Il rialzo è diventato più corposo nelle ultime ore dopo che l’azienda ha annunciato che «sta lavorando per verificare rapidamente se degli anticorpi monoclonali (mAb) si legano e neutralizzano il 2019-nCoV, conosciuto come il coronavirus di Wuhan».

In un comunicato la società ha reso noto che alcuni dei mAb sono in grado di aiutare a neutralizzare altri ceppi di coronavirus, portandola a credere che «potrebbero avere il potenziale per trattare e prevenire il coronavirus di Wuhan».

Rally di Borsa per le farmaceutiche

Gli scienziati della Vir stanno inoltre pianificando di testare le capacità di screening basate sulle Crispr, famiglia di segmenti di Dna contenenti brevi sequenze ripetute presenti in determinati batteri, per identificare il recettore ospite che causa l’infezione, nella speranza che possa aiutare a risolvere il «problema crescente di salute pubblica».

«Siamo consapevoli della minaccia che questo agente patogeno presenta e stiamo utilizzando le nostre tecnologie per determinare se attualmente abbiamo, o possiamo identificare, terapie per neutralizzare questo virus -, ha dichiarato il ceo di Vir George Scangos -. Non sappiamo ancora se questi sforzi avranno successo, ma stiamo lavorando aggressivamente per scoprirlo».

Il rally borsistico coinvolge al momento anche altre tre aziende statunitensiInovio pharmaceuticalsModerna e Novavax. La corsa al rialzo di questi titoli si è intensificata dopo che la “Coalition for Epidemic Preparedness Innovations”, un’organizzazione non profit pubblica-privata con sede in Norvegia, ha annunciato che avrebbe fornito fino a 11 milioni di dollari in finanziamenti a Inovio e Moderna per sviluppare vaccini contro il coronavirus.

Da inizio anno Inovio guadagna il 61%, Moderna il 16%, Novavax il 113%. Tra un rialzo e l’altro (il rischio bolla finanziaria è elevato) la caccia al vaccino prosegue.

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Il business segreto della vendita dei virus che coinvolge aziende e trafficanti. Cosa succedeva ai tempi dell’aviaria

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Ceppi di aviaria spediti in Italia per posta. Accordi tra scienziati e aziende. L’inchiesta segreta dei Nas e della procura di Roma ipotizza un vero e proprio traffico illegale. E nel registro degli indagati c’è un nome eccellente: quello di Ilaria Capua, virologa di fama e deputato.

Dentro, in una confezione termica, alcuni cubetti di ghiaccio molto speciali: contengono uno dei virus dell’aviaria, l’epidemia che dieci anni fa ha scatenato il panico in tutto il pianeta. Quando il postino lo consegna, il destinatario è assente: è il manager italiano di una grande azienda veterinaria. La moglie lo chiama al telefono: «Cosa devo farci?». «Mettilo subito nel congelatore». Sembra il copione di un film apocalittico, con la malattia trasmessa da continente a continente scavalcando tutti i controlli. Invece è uno degli episodi choc descritti in un’inchiesta top secret della procura di Roma sul traffico internazionale di virus, scambiati da ricercatori senza scrupoli e dirigenti di industrie farmaceutiche: tutti pronti ad accumulare soldi e fama grazie alla paura delle epidemie. Questa indagine svela il retroscena dell’emergenza sanitaria provocata dall’aviaria in Italia. E si scopre che i ceppi delle malattie più contagiose per gli animali e, in alcuni casi, persino per gli uomini viaggiano da un Paese all’altro, senza precauzioni e senza autorizzazioni. Esistono trafficanti disposti a pagare decine e decine di migliaia di euro pur di impadronirsi degli agenti patogeni: averli prima permette di sviluppare i vaccini battendo la concorrenza.

L’indagine è stata aperta dalle autorità americane e poi portata avanti dai carabinieri del Nas. Perché l’Italia sembra essere uno snodo fondamentale del traffico di virus. Al centro c’è un groviglio di interessi dai confini molto confusi tra le aziende che producono medicinali e le istituzioni pubbliche che dovrebbero sperimentarle e certificarle. Con un sospetto, messo nero su bianco dagli investigatori dell’Arma: emerge un business delle epidemie che segue una cinica strategia commerciale. Amplifica il pericolo di diffusione e i rischi per l’uomo, spingendo le autorità sanitarie ad adottare provvedimenti d’urgenza. Che si trasformano in un affare da centinaia di milioni di euro per le industrie, sia per proteggere la popolazione che per difendere gli allevamenti di bestiame. In un caso, ipotizzano perfino che la diffusione del virus tra il pollame del Nord Italia sia stata direttamente legata alle attività illecite di alcuni manager.

INDAGINI MADE IN USA. Il traffico di virus è stato scoperto dalla Homeland Security, il ministero creato dopo le Torri Gemelle per stroncare nuovi attacchi agli Stati Uniti. Nel loro mirino è finita un’attività ad alto rischio: l’importazione negli States di virus dall’Arabia Saudita per elaborare farmaci, poi riesportati nel Paese arabo. Il presidente e tre vice presidenti della compagnia farmaceutica incriminata per l’operazione sono stati condannati a pene pesanti. Fondamentale per l’indagine è la testimonianza di Paolo Candoli, manager italiano della Merial, la branca veterinaria del colosso Sanofi: l’uomo ha patteggiato l’immunità in cambio delle rivelazioni sul contrabbando batteriologico. Ai detective ha descritto come nell’aprile 1999 si fece spedire illegalmente a casa in Italia un ceppo dell’aviaria tramite un corriere Dhl. A procurarlo era stato il veterinario statunitense di un allevamento di polli saudita, condannato negli Usa a 9 mesi di prigione e 3 anni di libertà vigilata per “cospirazione in contrabbando di virus”. Chiusi i processi, nel 2005 l’Homeland Security ha trasmesso i verbali di Candoli ai carabinieri del Nas. Gli investigatori sin dai primi accertamenti si rendono conto di avere davanti uno scenario da incubo. Infatti, sottolineano i carabinieri, l’arrivo del virus in casa Candoli coincide con l’insorgenza nel Nord Italia, a partire proprio dal 1999, della più grossa epidemia da virus H7N3 di influenza aviaria sviluppatasi negli allevamenti in Italia e in Europa. Già all’epoca le indagini condotte dal Nas di Bologna avevano evidenziato l’esistenza di una organizzazione criminale dedita al traffico di virus ed alla produzione clandestina di vaccini proprio del tipo H7: antidoti che in quel momento venivano somministrati clandestinamente ai polli degli stabilimenti italiani.

RELAZIONI ECCELLENTI. L’inchiesta dell’Arma si allarga in poche settimane, seguendo le intercettazioni disposte dai magistrati di Roma. Candoli nella capitale sa come muoversi: sponsorizza convegni medici organizzati da professori universitari, regala viaggi e distribuisce consulenze ben pagate e questo gli permette di avere “corsie preferenziali” al ministero della Salute per ottenere autorizzazioni, riesce a far cambiare parere alla commissione consultiva del farmaco veterinario per mettere in commercio prodotti della Merial. Tra i suoi referenti più stretti c’è Ilaria Capua, virologa di fama internazionale, attualmente deputato di Scelta Civica e vice presidente della Commissione Cultura alla Camera. È nota per i suoi studi sul virus dell’influenza aviaria umana H5N1: la rivista “Scientific American” l’ha inserita tra i 50 scienziati più importanti al mondo, “l’Economist” due anni fa l’ha inclusa tra i personaggi più influenti del pianeta. Fino all’elezione alla Camera, era responsabile del Dipartimento di scienze biomediche comparate dell’Istituto Zooprofilattico sperimentale (Izs) delle Venezie con sede a Padova. E con lei anche altri suoi colleghi della struttura veneta sono finiti nel registro degli indagati.

Il risultato degli accertamenti del Nas ha portato il procuratore aggiunto di Roma, Giancarlo Capaldo, a ipotizzare reati gravissimi. La Capua e alcuni funzionari dell’Izs sono stati iscritti nel registro degli indagati per associazione per delinquere finalizzata alla corruzione, all’abuso di ufficio e inoltre per il traffico illecito di virus. Stessa contestazione per tre manager della Merial.

Secondo le conclusioni dei carabinieri, l’azione di Ilaria Capua con la complicità di altri funzionari dell’istituto di Padova avrebbe contribuito a creare un cartello fra due società, la Merial e la Fort Dodge Animal, escludendo le altre concorrenti, nella vendita di vaccini veterinari per l’influenza aviaria. Il marito della Capua, Richard John William Currie, lavorava alla Fort Dodge Animal di Aprilia, attiva nella produzione veterinaria. Anche Currie è indagato insieme ad altre 38 persone. Nell’elenco ci sono tre scienziati al vertice dell’Izs di Padova (Igino Andrighetto, Stefano Marangon e Giovanni Cattoli); funzionari e direttori generali del mistero della Salute (Gaetana Ferri, Romano Marabelli, Virgilio Donini ed Ugo Vincenzo Santucci); alcuni componenti della commissione consultiva del farmaco veterinario (Gandolfo Barbarino, della Regione Piemonte, Alfredo Caprioli dell’Istituto superiore di sanità, Francesco Maria Cancellotti, direttore generale dell’istituto zooprofilattico di Lazio e Toscana, Giorgio Poli della facoltà di Veterinaria dell’università di Milano, Santino Prosperi dell’università di Bologna); coinvolta anche Rita Pasquarelli, direttore generale dell’Unione nazionale avicoltura. I fatti risalgono a sette anni fa ma molti degli indagati lavorano ancora nello stesso istituto.

CONTRABBANDIERI. Il capitolo più inquietante è quello del traffico di virus, fatti entrare in Italia nei modi più diversi e illegali. Le intercettazioni telefoniche dei Nas di Bologna e Roma sono definite allarmanti: secondo gli investigatori c’è stato il serio rischio di diffondere le epidemie. Oltre ai plichi consegnati a domicilio con il virus congelato in cubetti di ghiaccio, c’erano altri sistemi di contrabbando. Candoli ne parla con alcuni colleghi della Merial di Noventa Padovana. Fra i metodi per importare in Italia agenti patogeni, c’era anche quello di nascondere le provette fra i capi di abbigliamento sistemati in valigia: in questo modo, spiegano, «sembrano i kit del piccolo chimico» e non destano sospetti in caso di controlli. Il manager rivela inoltre che i virus non sono stati fatti entrare illegalmente solo in Italia, ma anche in Francia per la realizzazione di vaccini nei laboratori della Merial a Lione. «In Francia comunque non ci sono mai stati problemi per importare i ceppi», dice Candoli, e aggiunge che lì hanno fatto arrivare anche virus esotici. Un altro dirigente dell’azienda spiega al telefono: «Ascolta Paolo, noi facciamo delle cose, molto più turche nel senso di difficoltà logistica, tu sai che facciamo il Bio Pox con il Brasile per cui figurati se ci fermiamo davanti a un problema che è praticamente un terzo di quello che facciamo con i brasiliani».

Secondo gli investigatori del Nas, anche la Capua e l’Istituto Zooprofilattico sono coinvolti nel traffico illegale: la scienziata sarebbe stata pagata per fornire agenti patogeni. In una conversazione registrata è la stessa virologa a farne esplicito riferimento, sostenendo di aver ceduto ceppi virali in favore di un veterinario americano. Per i carabinieri, da alcune intercettazioni “appare evidente come il contrabbando dei ceppi virali dell’influenza aviaria, posto in essere dall’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie, nelle persone di Ilaria Capua, Stefano Marangon e Giovanni Cattoli, con il concorso del marito della dottoressa Capua, Richard William John Currie, costituisca di fatto un serio e concreto pericolo per la salute pubblica per il mancato rispetto delle norme di biosicurezza”.

CORSA ALL’ANTIDOTO. Mettere le mani sui ceppi patogeni nel modo più rapido possibile, evitando la burocrazia sanitaria e le misure di sicurezza, è fondamentale per essere i primi a inventare e commercializzare gli antidoti. Nel caso del virus H7N3 sulla base di un’intercettazione gli inquirenti ritengono che il ceppo sia stato fornito da Ilaria Capua. Una dirigente della Merial parla con Candoli e gli dice che sarebbe stato comprato a Padova, «lo pagai profumatamente come tutti gli altri ceppi che abbiamo comprato da quella… ». Per i Nas “testimonia in maniera esplicita la condotta corruttiva di Capua”.

Gli interlocutori sottolineano spesso i modi decisi della scienziata nelle questioni economiche. E lei stessa non nasconde al telefono di aver effettuato in passato consulenze che le avrebbero fruttato un guadagno giornaliero oscillante fra i mille e i millecinquecento euro. La donna racconta che quando è andata in Giappone si è fatta pagare in nero quattromila euro al giorno, tutti cash, così si è comprata il divano e l’armadio. «L’ho fatto perché, ti spiego, un consultant normale prende tipo, dai mille ai millecinquecento euro al giorno, e io più volte l’ho fatto, tipo per le mie like…» Poi spiega che si è fatta portare in giro con l’aeroplanino e di essersi fatta pagare più volte. Contattata da “l’Espresso”, Ilaria Capua conferma di conoscere Candoli, «ma di non aver mai venduto ceppi virali. Sono dipendente di un ente pubblico e non vendo nulla personalmente». E spiega: «I ceppi virali che si isolano in istiututo sono di sua proprietà e io non ho venduto nulla a nessuno».

Subito dopo la produzione del medicinale, in provincia di Verona scatta la vaccinazione d’emergenza per l’aviaria: il ministero della Sanità autorizza proprio la Merial a fornire i farmaci. Gli investigatori fanno notare che pochi mesi prima, quando erano comparsi i focolai di un virus del tipo H7N1 negli allevamenti di polli di Lombardia e Veneto, il ministero aveva bloccato un’altra ditta, perché fabbricava il farmaco all’estero e non aveva spiegato l’origine del ceppo. Invece nessuno fa storie alla Merial, “nonostante questa avesse prodotto il vaccino in laboratori a Lione”.

IL BREVETTO D’ORO. La Capua e i colleghi Marangon e Cattoli, lavorando all’Izs delle Venezie scoprono un sistema che permette di individuare gli animali infetti. È un risultato molto importante, che diventa la strategia di riferimento della Fao e dell’Unione Europea per contrastare l’influenza, che dopo i volatili sembra minacciare anche gli umani. Lo chiamano Diva e ne registrano il brevetto. Le intercettazioni rivelano che firmano un contratto di esclusiva per cederlo a Merial e Fort Dodge. Secondo la ricostruzione degli investigatori, intorno a Diva la Capua e i suoi partners riescono a costruire grandi affari, chiudendo accordi internazionali, compresi quelli con i governi di Romania e Olanda. Questo è un capitolo controverso dell’indagine. Per gli inquirenti i tre scienziati sono funzionari pubblici perché dipendenti dell’Istituto zooprofilattico e quindi stipulare un contratto con Merial “appare del tutto indebita”, come “indebita appare la registrazione del brevetto”, perché il kit per il test Diva è stato realizzato “nell’ambito di un’attività istituzionale”. Il contratto con le due aziende viene considerato “del tutto illecito e contrario ai doveri di ufficio”: il 70 per cento delle royalties andrà, attraverso lo Zooprofilattico di Padova, ai tre funzionari, mentre solo il 30 rimarrà all’Istituto. Inoltre la stipula del contratto tra le due aziende e l’Izs, con la cessione di tutti i diritti sul brevetto, per gli investigatori costituisce una sorta di cartello che taglia fuori le altre ditte farmaceutiche. Dice la virologa al suo avvocato: «Se il brevetto viene concesso, alle altre ditte, scusa la volgarità che non si confà a una signora, tanto più citata dal Sole24Ore, gli facciamo un culo che non la smette più». Adesso a “l’Espresso” spiega: «Abbiamo ceduto all’Istituto i diritti di sfruttamento del brevetto Diva e per questo, i tre inventori ad oggi non hanno mai preso alcuna somma di denaro. Le royalties sono negoziate dall’Istituto».

Il giro d’affari che scaturisce da Diva è così forte che, come rivelano le conversazioni intercettate, spinge il marito della Capua a dedicarsi a tempo pieno a questa nuova attività, che chiamano “The Company”: l’uomo conclude affari in tutto il mondo, meritandosi il soprannome di “globale” e rappresenterebbe l’anello di congiunzione tra la struttura pubblica veneta e le aziende farmaceutiche. Capua in una conversazione con Marangon sostiene che Richard gli ha detto di scrivere che «hanno la disponibilità di un baculo virus N1 italiano, mentre quello asiatico lo stanno “cloney”» ossia clonando ed appena sarà disponibile glielo daranno. Marangon replica: «Ma va bene, 50 mila per due, gli diamo il coso e buona notte al secchio». È una «svolta affaristico-commerciale»: «Ho parlato dell’affare con i romeni a Richard, il quale si è eccitato come una scimmia. Quando ha saputo che l’ordine era da un milione e 300 mila euro gli è venuta una mezza paralisi e ha detto che adesso svilupperà un business plan». L’emergenza aviaria avanza nei continenti, la paura passa dalle aziende di polli alla salute delle persone. E per la “Company” i contratti si moltiplicano. Marangon sembra preoccupato, dice che bisogna usare prudenza, lasciando intendere che “vi siano tra l’altro accordi paralleli e non ufficiali con alcuni personaggi delle autorità sanitarie romene”. Di questo sembra essere convinta anche Capua, che comunque vede un mercato in espansione «finché esiste gente come i romeni». La virologa afferma che ai romeni può essere data qualunque cosa: il timore dell’epidemia sta creando un mercato nuovo dove alcuni paesi come Romania, Turchia o stati del Medio Oriente e dell’Africa devono trovare a tutti i costi sistemi per contenere il rischio di contagio. E la struttura di Padova diretta dalla Capua ha le credenziali migliori: coordina progetti di ricerca finanziati dal ministero della Salute, dalla Ue e da altri organismi internazionali come la Fao.

L’AFFARE DELLA PANEMIA. Uno dei capitoli più inquietanti dell’inchiesta condotta dai Nas ricostruisce la diffusione dell’allarme sul pericolo di contagio umano per l’aviaria nella primavera 2005. Gli inquirenti hanno esaminato i documenti ufficiali e le iniziative delle aziende, sostenendo che l’emergenza «sia stata un problema più mediatico che reale». Dietro il paventato rischio di epidemia per il virus H5N1 – scrivono i carabinieri – si potrebbe celare una “strategia globale” ispirata dalle multinazionali che producono i farmaci. Nel dossier investigativo vagliano il ruolo dell’Organizzazione mondiale della sanità, la massima autorità del settore, che in un documento del 2004 raccomandava di fare scorte di Oseltamvir (Tamiflu) prodotto dalla Roche. Dopo un anno anche in Italia cominciano a venire pubblicati articoli sull’epidemia in arrivo, “inevitabile ed imminente”. Si consiglia il vaccino per proteggersi comunque dall’influenza stagionale e l’uso di farmaci antivirali, incluso il Tamiflu, contro l’aviaria: in poco tempo le vendite del prodotto Roche aumentano del 263 per cento. Molte delle informazioni allarmistiche – sostengono i carabinieri – sono emerse da un convegno tenuto a Malta nel settembre 2005, sponsorizzato dalle aziende che confezionano vaccini contro l’influenza e farmaci antivirali.

Due settimane dopo, c’è una correzione di tiro. L’Istituto Superiore di Sanità afferma che un ceppo virale di H5N1 “che potrebbe scatenare la prossima pandemia influenzale globale mostra di resistere al Tamiflu”, che tanti paesi  cominciavano ad accumulare. Ed ecco la svolta, sottolineata da diversi articoli: «Fortunatamente, il ceppo virale non è però risultato resistente all’altro antivirale in commercio, Relenza della Glaxo». I carabinieri sostengono che l’allarme è stato alimentato nonostante di fatto non stesse accadendo nulla. Anche Candoli al telefono definisce la diffusione delle notizie «una forma di vero e proprio terrorismo informativo» ma poi commenta positivamente la vendita in un solo mese di un milione e mezzo di dosi di vaccino anti-influenza prodotto dalla sua azienda: «Anche certe industrie farmaceutiche che producono vaccini umani hanno un business mica da noccioline sebbene non ci sia nulla di diverso rispetto a sei mesi, un anno o addirittura cinque mesi anni fa. L’unica cosa di diverso è che adesso stanno ragionando sulla possibilità che vi sia una pandemia, che non è scritta da nessuna parte».

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E’ ora di smettere di sostenere la schiavitù minorile: evitando i prodotti di queste 7 aziende

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lavoro minorile cacao aziende

Una serie di grandi aziende sono state accusate di usare la schiavitù infantile per fornirvi molte tipologie di beni, tra i quali il cioccolato.

di L.M.P.I

Chi non ama il cioccolato? In effetti, il cittadino medio europeo mangia oltre i 10 chili di cioccolato ogni anno. Ma c’è un aspetto negativo di questo dolce al di là degli ingredienti semplicemente discutibili.

Molti di noi acquistano il  cioccolato senza pensare a chi lo ha fatto, e questo è un problema, dal momento che una serie di grandi aziende sono state accusate di usare la schiavitù infantile per fornirvi l’amato cioccolato.

Lo scorso settembre, una causa è stata presentata con un elenco di aziende che comprende Hershey, Mars e Nestle, sostenendo che le aziende stanno ingannando i propri consumatori perché finanziano il lavoro degli schiavi bambini in Africa occidentale.

È stato motivo di preoccupazione nel settore del cioccolato negli ultimi 15 anni. Il cacao è l’ingrediente principale nel cioccolato, e la maggior parte arriva dall’Africa occidentale, con i due maggiori produttori, la Costa d’Avorio e il Ghana, che rappresentano circa il 60 per cento della fornitura del cacao mondiale.

Molte aziende si affidano quasi esclusivamente all’Africa occidentale per il loro approvvigionamento di cacao, ma la maggior parte del cacao viene prodotto in piccole aziende agricole da parte di agricoltori che soffrono di povertà. Questi estremi spesso sfociano nel lavoro minorile. Già nel 2001, l’industria del cioccolato si è impegnata per porre fine alle pratiche in Costa d’Avorio e Ghana entro il 2005, ma questo termine è stato più volte rinviato. Ora, la speranza è quella di eliminarlo entro il 2020

Per capire perché questo è così importante, è necessario guardare al di là del denaro e al di là del cioccolato. È necessario prendere coscienza di ciò che sta accadendo a questi bambini, le condizioni di questi bambini non sono di certo delle migliori, intrappolati in fattorie isolate in cui lavorano per 80/100 ore ogni settimana. Spesso vengono picchiati con pugni, cinture e fruste varie, secondo i bambini liberati che hanno parlato in proposito nel film Schiavitù: Un indagine globale. “Le percosse erano una parte della mia vita”, ha spiegato il bambino schiavo liberato Aly Diabate . “Ogni volta che ti carichi di sacchetti (di semi di cacao) e cadi nessuno ti aiuta. Ti devi rialzare e via di nuovo, o sono problemi”.

Se vuoi evitare di sostenere la schiavitù dei bambini, (se hai una coscienza) si devono evitare queste  società di cioccolato:

  • Hershey
  • Mars
  • Nestlè
  • ADM Cocoa
  • Godiva
  • Fowler’s Chocolate
  • Kraft

A queste aziende (che tra l’altro sono importanti e grandi multinazionali) non importa poi tanto della schiavitù, visto che li conviene economicamente, infatti molte altre aziende, anche se non grandi come le 7 citate, hanno fatto una priorità nell’evitare di trarre profitto dalla sofferenza del lavoro minorile.

La scioccante documentario del 2000 intitolato Schiavitù: Un indagine globale, espone il profondo e oscuro collegamento del settore del cioccolato e i bambini schiavi. The Guardian  parlando dei 19 bambini liberati dalla schiavitù dalle autorità ivoriane, ha riferito che i bambini lavorano dall’alba al tramonto tutti i giorni, chiusi in un capannone di notte, hanno una tazza di latta in cui fare i bisogni, vengono anche legati e di routine picchiati. Migliaia di bambini vengono acquistati dai loro genitori in paesi come il Mali, il Burkina Faso, il Togo e per una miseria, o in alcuni casi addirittura rubati, e poi spediti in Costa d’Avorio, dove vengono ridotti in schiavitù nelle piantagioni di cacao. E poi c’è in occidente chi si ingrassa grazie a questo….

Fonte: La mia parte intollerante

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Per il governo i figli devono essere educati dallo Stato e non dai genitori. Lo scenario che si prepara in Spagna

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pin parental

Il “pin parental” viola «il diritto fondamentale all’educazione, che appartiene a ogni persona dalla nascita. Non possiamo pensare che i bambini appartengano ai genitori». Proprio così: i bambini non appartengono ai genitori e non spetta a mamma e papà educarli. Secondo il ministro spagnolo della Pubblica Istruzione Isabel Celaá infatti un genitore non ha diritto di essere informato né tanto meno di essere in disaccordo con le attività e le lezioni impartite durante l’orario scolastico in materia di morale, sesso o coscienza. Anzi, rincara il ministro per l’Uguaglianza Irene Montero, nessun genitore può prevaricare «il patto di Stato contro la violenza di genere», «i figli e le figlie dei genitori omofobi hanno lo stesso diritto di tutti gli altri di essere educati al rispetto, alla promozione dei diritti umani e alla capacità di amare chi vogliono».

Eliminare il “PIN PARENTAL”

Con queste argomentazioni Celaá e Montero hanno motivato una delle prime misure annunciate dal neogoverno Psoe-Podemos: affossare il “pin parental” in vigore nella Murcia dallo scorso anno, minacciando di fare ricorso in tribunale qualora la regione non si volesse allineare. «È uno strumento di censura educativa che non possiamo tollerare nelle nostre scuole», ha affermato Celaá, «contravviene alle competenze dei centri educativi», pertanto è necessario «ripristinare la legalità» il prima possibile.

I figli non sono dei genitori ma dello stato

La misura è sostenuta fortemente anche dal Partito popolare: dopo aver ricordato a Sanchez che il diritto all’educazione dei bambini spetta in primis ai genitori, il leader Pablo Casado ha twittato senza mezzi termini: «I miei figli sono miei e non dello Stato, e io combatterò affinché questo governo radicale e settario non imponga a noi genitori come dobbiamo educare i nostri figli». Anche il consigliere della giunta dell’Andalusia Elías Bendodo ha difeso il «diritto di decidere» dei genitori assicurando che la misura poteva trovare piena cittadinanza nella comunità autonoma all’interno del quadro giuridico e della legge sull’istruzione. Anche la comunità autonoma di Madrid, ha assicurato Enrique Ossorio (Pp), è «aperta» al “pin parental”, e il sindaco della capitale, José Luis Martínez-Almeida, ha dichiarato che qualsiasi iniziativa che garantisca «il diritto fondamentale» dei genitori di educare «liberamente» i propri figli sembra «appropriata e corretta».

I genitori antivaccinisti

Secondo i ministri del governo centrale dietro alla difesa della libertà di educazione non si cela altro che «un’obiezione di coscienza nascosta» che porterebbe a situazioni «assurde», come ad esempio impedire ai bambini di «educarsi ai vaccini» (peccato che l’iniziativa di Vox non includa nessun riferimento ai vaccini, ma solo a questioni relative all’indottrinamento gender e alla sessualità), minacciando procedimenti giudiziari contro la Murcia e il suo «dispositivo sessista». Il ragionamento è che il diritto dei genitori di educare i propri figli secondo le proprie convinzioni morali non può essere al di sopra del diritto dei figli di ricevere un’istruzione (come stabilito dall’articolo 27 della Costituzione e dagli articoli 1, 78, 84.3 e 124.2 della Legge sull’istruzione e in linea con la Convenzione sui diritti dell’infanzia, la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e il memorandum Ce contro il razzismo e l’intolleranza).

Funambolica la posizione della Confederazione spagnola delle associazioni dei genitori degli studenti (Ceapa): secondo la portavoce María del Carmen Morillas proponendo di denunciare l’indottrinamento di Stato il “pin parental” promuove qualcosa di molto peggiore, «l’indottrinamento dei figli a casa». Al Ceapa si oppone la Confederazione nazionale cattolica dei genitori e degli studenti (Concapa), che attraverso il presidente Pedro Caballero chiede allo Stato di rispettare, in nome dell’uguaglianza e della tolleranza che si picca di promuovere, la «pluralità» e la «libertà dei genitori di scegliere il tipo di educazione per i propri figli».

Fonte https://www.tempi.it/

Photo by VisionPic .net from Pexels

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Il CoronaVirus cinese nasce in un laboratorio militare di Wuhan, ed è sfuggito per errore: VIDEO

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Paolo Liguori: sindrome cinese, il virus nasce in un laboratorio militare di Wuhan

Il direttore di Tgcom24: un tecnico si è infettato e nessuno se n’è accorto

Fonte: TGCOM24
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Adolescenza: servono più genitori e meno psichiatri

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Bellezza, denaro, morte, corpi, vecchiaia, attesa, le droghe che sono una maschera. Lo psichiatra racconta con onestà gli adolescenti di oggi. «La soluzione migliore per lavorare con loro è accettare e dire che non sappiamo chi sono. E aggiungo: essere adolescenti significa, prima di tutto,”essere contro”. Preoccupatevi quindi di quelli che non hanno conflitti»

Vittorino Andreoli, psichiatra, è intervenuto durante il seminario “Adolescenti e dipendenze” organizzato dalla Fondazione Exodus di don Mazzi. Andreoli restituisce un’immagine degli adolescenti inedita. E per farlo parte della dipendenza: «Il problema della dipendenza è grande. Ma per parlarne dovremmo partire dalla nostra vita e della società, solo così possiamo capire quella dei nostri figli».

Chi sono gli adolescenti di oggi?
Non c’è nessuna dottrina in grado di spiegare chi è l’adolescente. Vive dentro la società ma muta continuamente. La soluzione migliore per lavorare con loro è accettare e dire che non sappiamo chi sono, solo cosi potremmo conoscerli meglio. Poi, bisogna guardare all’adolescenza nel mondo e nell’ambiente. Non è possibile separare i ragazzi, decontestualizzarli. Mi chiedete chi sono gli adolescenti? Per me giovani che vivono in un’età difficile ma piena di fascino e che meritano di essere non aiutati ma capiti. Io non ho formule, sia chiaro, ma solo alcune considerazioni.

Quali?
La prima – fondamentale – è che l’adolescenza non è una malattia. Sembrerà banale sottolinearlo, ma ormai c’è la tendenza a considerarla tale appena si presenta un problema, anche minimo. L’adolescenza è una fase dell’esistenza che ha delle caratteristiche precise. Come la vecchiaia d’altronde, che pure è una fase straordinaria dell’esistenza con caratteristiche proprie da cui non bisogna scappare, anzi bisogna viverle perché hanno grande senso e valore nel mondo sociale. Ecco la vecchiaia c’entra molto con l’adolescenza. Questi giovani hanno bisogno dei vecchi, del rapporto con i nonni: perché la figura del nonno rappresenta la storia e bisogna far sentire all’adolescente che anche lui si inserisce in una storia, e la storia si capisce solo in relazione a chi è più grande. Adolescenza e vecchiaia non sono diversissime tra loro.

In alcuni adolescenti la bellezza è diventata un trauma. Se non sei bello sei da buttare.

Vittorino Andreoli

Da cosa è caratterizzata questa età?
Essere adolescenti significa, prima di tutto, essere contro. E questo dipende da una percezione del mondo che vorrebbero diverso. Ma non perché non gli piaccia la famiglia, la mammà, il papà, o la casa. Ma perché in qualche modo devono trovare un equilibrio, una sincronia tra il loro mondo che sta cambiando e quello che hanno attorno. “Sono contro” perché non si sentono più simmetrici: l’adolescenza è una metamorfosi. E sono conviti che sia il modo a dover cambiare e non loro ad aspettare di cambiare, di trasformarsi appunto.

Non sanno aspettare?
Bisogna amarla l’attesa. Oggi, e questo non riguarda più solo gli adolescenti, nessuno sa più aspettare. Si vuole tutto subito. Invece l’attesa vuol dire poter vedere che cos’è la crescita, la curiosità. Attesa significa saper immaginare. Quello che dobbiamo insegnare è la pazienza. Ma “essere contro” non significa conflitto, non è una patologia. Abbiamo considerato il conflitto una patologia per molti anni. Senza accettare che esiste anche un conflitto positivo, che alla fine è quello che si verifica con più frequenza negli anni dell’adolescenza. “Essere contro” è fondamentale, preoccupatevi di quelli che non hanno conflitti.

Quali sono le altre possibilità?
Poi ci sono le adolescenze difficili e quelle malate, ma non sono la regola. È questo che dobbiamo capire.

In quanti modi si può essere contro?
Io ne riconosco tre. Utilizzando la trasgressione, i ragazzi che seguono le regole e in maniera ritmica le infrangono per poi rientrarci. Poi si può essere oppositivi. Oppositivo è il ragazzo che dice sempre no a tutto, dice di no anche quando vorrebbe dire sì. L’opposizione è una dipendenza al contrario e in questo caso il ragazzo va aiutato.

Le droghe sono le maschere che gli adolescenti usano perché non si piacciono, con le droghe l’adolescente si percepisce diverso

Vittorino Andreoli
Andreoli E Don Mazzi

Come si supportano i ragazzi durante gli anni dell’adolescenza?
Nella nostra società c’è bisogno di sicurezza. La nostra è la società della paura. Ogni giorno ci facciamo sollecitare, oltre che da quella esistenziale, anche da tante altre paure. La paura è uno strumento difensivo che ci permette di riconoscere i rischi ma noi la stiamo esasperando. E allora come facciamo da insicuri a supportare gli adolescenti nelle loro insicurezze? Nell’adolescente l’insicurezza ha una via potentissima e privilegiata.

E il rapporto con le dipendenze? Tutto è cambiato e continua a cambiare velocemente. In 10 anni si sono diffuse altre 600 nuove sostanze. E il rapporto tra gli adolescenti e le sostanze è molto cambiato.

In che senso?
Partiamo dalla bellezza, occupiamoci della bellezza. Ormai è diventata un trauma. Una specie di imperativo. Se non sei bello sei da buttare. Ma sentirsi orrendi è la condizione più ricorrente nell’adolescenza. Proprio perché è una condizione di trasformazione.

E gli adolescenti non sanno come cambierà il corpo e se sarà uguale all’immagine stabilita dai giornali di moda. Domina la bellezza di superficie in questa società dei sacerdoti della dieta. Questa società sta ossessionando l’adolescenza. Ma la bellezza è un’altra cosa. C’è la bellezza del modo di fare, del sorriso, dello sguardo. Quindi per evitare che i ragazzi cadano nel circolo delle dipendenze, la prima cosa, è aiutarli parlando con loro della bellezza. Discutere con loro su che cos’è essere belli. Altrimenti si corre il rischio di buttarsi via, e ci sono tanti modi per farlo: usando le sostanze per non sentirsi più brutti, bere cinque bicchieri di vino alla volta perché così si sballano e non si sentono più preoccupati per il naso o non so che cosa.

Il secondo tema è il denaro, che è un vero problema per l’adolescente. Perché se non hai quei venti euro li devi avere, diventa una questione di vita o di morte, di morte sociale. Poi se non hai denaro e avverti la bruttezza è difficile girare per strada. Ci sono persone brutte che vogliono morire e la droga si inserisce in questo malessere per essere la maschera. Le droghe sono le maschere che gli adolescenti usano perché non si piacciono, con le droghe l’adolescente si percepisce diverso. Attenua il dolore. La terza parola è la morte. Non si parla mai di morte, la morte è un tabù. Eppure se parliamo di morte possiamo spiegare ai ragazzi che cosa significa essere in questo mondo, e che la vita è un’esperienza straordinaria, basta superare delle difficoltà e non credere che tutto sia legato al denaro. Dobbiamo dire della bellezza di vivere, raccontare la gioia di vivere.

L’amore è una grande cosa e anche il corpo è una cosa meravigliosa, le persone con il corpo si devono amare. Il corpo l’ha dato il Padreterno quindi basta con questi tabù. Basta vederlo come qualcosa di osceno. Il corpo è un’espressione straordinaria, gli educatori la devono raccontare questa cosa ai loro ragazzi. Perché non dire dell’umanità straordinaria e della bellissima storia di essere amati e che se perdiamo – attraverso le sostanze – la sensazione della nostra fragilità queste cose non possiamo ricordarcele.

Testo raccolto durante il seminario “Adolescenti e dipendenze” organizzato dalla Fondazione Exodus di don Mazzi

fonte

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Coronavirus dalla Cina: nel mercato di Wuhan si vendevano anche koala, salamandre, topi e persino lupi!

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coronavirus mercato wuhan cina

In molti si interrogano sul perché il nuovo coronavirus cinese sia partito proprio dalla città di Wuhan, in Cina centrale.

Il direttore del Center for Infectious Disease Research and Policy dell’Università del Minnesota, Michael Osterholm, ha spiegato sulle pagine del Wall Street Journal che il capoluogo della provincia dello Hubei ospita tutti gli ingredienti per un’epidemia perfetta: “È una città densamente popolata, con numerosi mercati di animali vivi dove si mescolano persone, maiali, pipistrelli o altri mammiferi potenzialmente infetti”. Per la cronaca, stiamo parlando di un centro urbano di 11 milioni di abitanti.

In ogni caso il South China Morning Post ha cercato di approfondire la questione per capire cosa diavolo accadesse quotidianamente nel mercato del pesce di Huanan, a Wuhan. Ebbene, è emerso che, accanto a pesci e frutti di mare, in quel luogo si vendessero Koala, serpenti, topi, cuccioli di lupo. E ancora: tartarughe, salamandre, pavoni e perfino porcospini. Tutte queste specie citate erano esposte nei giorni scorsi al mercato di Wuhan, luogo da dove si sarebbe generata l’epidemia di coronavirus.

Gli animali venduti nel mercato di Wuhan

Animali del genere, vivi e venduti come prodotti alimentari, potrebbero aver giocato un ruolo chiave nella propagazione della pandemia che ha messo in ginocchio la Cina. D’altronde le pubblicità esposte tra i banchetti reclamizzavano la vendita di volpi, coccodrilli ma anche altre bestie particolari e rischiose per le più basilari norme igienico sanitarie. Gli animali erano destinati ad essere uccisi e cucinati dai clienti in un secondo momento.

Su Weibo, un social molto popolare oltre la Muraglia, numerosi utenti hanno scritto messaggi inequivocabili: “Si mangiavano anche i koala. Non c’è niente che i cinesi non mangerebbero”. Il risultato è che adesso c’è un virus che sta circolando a ritmi da record in tutta la nazione cinese e sta allarmando il mondo intero. Pechino ha imposto il blocco di 13 città per un totale di 40 milioni di persone in “isolamento”.

Le ipotesi in circolazione

L’origine del coronavirus non è ancora nota. Circolano varie ipotesi. Alcuni scienziati cinesi hanno puntato il dito contro i serpenti, i quali, dopo essere stati infetti dai pipistrelli, avrebbero trasmesso il morbo – nel frattempo mutato – all’essere umano.

“I risultati della nostra analisi evoluzionistica – affermano gli studiosi – suggeriscono per la prima volta che il serpente è il più probabile animale selvatico serbatoio del virus 2019-nCoV”.

Altri si dicono scettici. Stando a quanto affermato da David Robertson, un virologo dell’Università di Glasgow, “nulla supporta il coinvolgimento dei serpenti. Ci vuole molto tempo perché questo processo si svolga. Mancano prove che i serpenti possano essere infettati da questo nuovo coronavirus e fungere da ospite”.

Anche Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dello Spallanzani, è dello stesso avviso di Robertson: “La trasmissione del coronavirus dai serpenti è stata esclusa. Questo virus, per essere trasmesso ha bisogno dei mammiferi e non dei rettili”.

Altri ipotizzano che dietro l’epidemia di polmonite possa esserci un errore umano capitato al Wuhan National Biosafety Laboratory, una struttura situata proprio a Wuhan dove vengono studiati gli agenti patogeni più pericolosi al mondo.

di Federico Giuliani – Fonte

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Enpa scrive ad Amazon: rimuovete dal catalogo gli stivaletti antigraffio per gatti

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gatti amazon

Il tuo gatto si fa le unghie sui mobili o sui tappeti? Nessun problema: basta chiudere le sue zampe ben strette in appositi cilindri di silicone e così i tuoi arredi saranno al sicuro”.

Questa l’ironica affermazione dell’Ente Nazionale Protezione Animali nei confronti di Amazon Italia, che ha messo in catalogo degli stivaletti antigraffio per gatti. Un prodotto che Enpa boccia e che definisce “folle” perchè impedisce i movimenti dei mici. Da qui la decisione dell’associazione di scrivere una lettera direttamente al colosso e-commerce per richiedere la rimozione dell’articolo.

L’allarme di Enpa

“Il gatto deve avere tutte e 4 le zampe libere per poter saltare, arrampicarsi, correre, cacciare e potersi difendere. Grattare una superficie ruvida è un’esigenza per i gatti, aiuta a mantenere gli artigli in perfetto stato ed aiuta l’animale a stirarsi per rafforzare la muscolatura.

Le zampe servono anche per lavarsi, questi “cilindri in silicone” non lo permettono” si legge nella nota divulgata dall’Ente che aggiunge che in commercio esistono moltissimi modelli di tiragraffi e graffiatoi nelle più svariate forme e dimensioni. ENPA consiglia di consultare siti come Zooplus, ma è anche possibile costruirne fai-da-te, seguendo, per esempio, le indicazioni di alcuni libri appositi.

Pugno di ferro per Carla Rocchi, Presidente nazionale ENPA, nella lettera di protesta ad Amazon Italia: “Il vostro prodotto denominato come “guanto antigraffio per gatti” è un mezzo coercitivo che provoca nel gatto uno stato di malessere dovuto all’impedimento motorio. Se prolungato, potrebbe addirittura determinare un maltrattamento. Per questo motivo, vi chiedo di rimuovere il prodotto dal catalogo”.

La Rocchi fa poi leva sulle qualità di cui Amazon si vanta: “Dai vostri video promozionali emerge che Amazon dispone di una dirigenza attenta alla qualità dei prodotti che immette sul mercato.” La lettera si conclude con un appello: “Confido in un vostro pronto intervento per rimuovere il prodotto e volto alla tutela del benessere degli animali”.

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Lettera di un Veterinario – Vivere di paure, l’amara verità del sentito dire

Il gatto ucciso a bastonate dal bidello della scuola davanti ai bambini

Immagine divulgata dall’Enpa – Fonte

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Islanda ha sconfitto droga e alcol tra i giovani. Ecco come

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In soli venti anni l’Islanda è riuscita in un’impresa titanica: liberare i suoi teenager dalla dipendenza da alcol e droghe e trasformarli in salutisti. Una specie di miracolo se si considera che, numeri alla mano, gli adolescenti abituati alle sbronze sono passati dal 48% nel 1998 al 5% nel 2016. In pratica, non solo si sono scrollati di dosso il record che li vedeva tra i più pesanti consumatori di alcol e droga in Europa, ma oggi sono gli adolescenti più ‘puliti’ in assoluto, come riporta uno studio pubblicato da Mosaic Science

Come si è arrivati a un simile risultato?

Con il giusto mix di divieti, un coinvolgimento totale nelle attività sportive e creative, uno stretto rapporto tra genitori e scuola e perfino un coprifuoco.

Il programma pilota, ribattezzato Youth in Iceland, potrebbe essere applicato anche agli altri Paesi europei, compresa l’Italia che, secondo l’ultimo rapporto del Centro europeo per il monitoraggio della dipendenza dalle droghe, è il Paese dell’Ue dove più ragazzi di età compresa tra i 15 e i 16 anni fumano. Il dato si aggira attorno al 37% contro il 21% della media europea, mentre il 21% degli adolescenti consuma alcol in modo eccessivo. Tuttavia, nonostante sia nata una vera e propria organizzazione che si propone di fare da consulente a città, municipalità e Paesi esteri, la ricetta non sembra piacere oltre i confini islandesi.

Rivoluzione anti-droga e anti-alcool

In Islanda la rivoluzione anti-droga iniziò ufficialmente nel 1992 ma le basi erano state gettate molto prima e molto lontano, a New York da una tesi di dottorato di Harvey Milkman, professore di psicologia americano che oggi insegna all’università di Reykjavik. Lo studio di Milkman concluse che le persone consumano eroina o anfetamine a seconda della loro predisposizione nella gestione dello stress. Chi usa l’eroina vuole ottenere un effetto di stordimento, chi assume anfetamine cerca un effetto contrario. Mentre l’alcol è sedativo. Dopo la pubblicazione della tesi, Milkman fu inserito nel team di ricercatori ‘arruolati’dall’Istituto Nazionale statunitense per l’abuso di droghe. L’idea di fondo della ricerca era questa: “Perché non ottenere lo stesso effetto di ‘sballamento’ attraverso attività che incidono chimicamente sul cervello senza gli effetti deleteri delle droghe?”

Il metodo Milkman conquista l’Islanda

Nel 1991 Milkman fu invitato per la prima volta in Islanda per parlare dei suoi studi. Un anno dopo, i ragazzi di età compresa tra i 15 e i 16 anni di tutte le scuole furono sottoposti a un questionario. L’esperimento fu ripetuto nel 1995 e nel 1997. Questi alcuni quesiti:

  • Hai mai bevuto alcolici?
  • Se si, quando è stata l’ultima volta?
  • Ti sei mai ubriacato?
  • Hai mai fumato?
  • Se si, quante sigarette fumi in un giorno?
  • Quanto tempo trascorri con i tuoi genitori?
  • Che tipo di attività svolgi?

I risultati furono allarmanti: il 25% dei giovani islandesi fumava ogni giorno, mentre il 40% si era ubriacato l’ultima volta appena un mese prima. Non solo. Lo studio aveva portato a galla un aspetto fondamentale: coloro che praticavano sport, frequentavano corsi, avevano un ottimo rapporto con i genitori erano meno inclini ad assumere alcol e droghe.

Dal coprifuoco allo sport, la ricetta di ‘Youth in Iceland’

Sulla base dei risultati dello studio di Milkman e del sondaggio, il governo islandese avviò un programma nazionale di recupero –  il Youth in Iceland – che coinvolse anche i genitori e la scuola per quella che divenne una vera e propria rivoluzione culturale. Spendere molto tempo di qualità a casa, fu uno dei pilastri del programma. Ma anche le leggi furono modificate: via le pubblicità di bevande alcoliche e fumo, e divieto di acquisto di sigarette per i minori di 18 anni e di alcol per i minori di 20 anni. Agli adolescenti di età compresa tra i 13 e i 16 anni fu imposto, inoltre, il coprifuoco alle 10 di sera in inverno e a mezzanotte d’estate.

Ma, soprattutto, furono introdotte moltissime attività sportive e artistiche per permettere ai ragazzi di ‘fare gruppo’  e di ottenere quel senso di benessere psico-fisico che può dare una sostanza stupefacente. Tutti gli adolescenti furono inclusi nel programma, e per i meno facoltosi furono previsti degli incentivi statali.

Islanda, caso unico in Europa

Tra il 1997 e il 2012 raddoppiò il numero degli adolescenti che praticava sport quattro volte a settimana e che trascorreva più tempo con i genitori. Di pari passo crollò la percentuale di ragazzi che assumevano alcol e droghe. Non solo in Islanda, in realtà, ma tra i Paesi europei è stato l’unico con un dato così marcato. E nessuna altra nazione ha saputo sostituire alcol e sigarette con lo sport. Nel Regno Unito, ad esempio, sembra che i giovani siano meno schiavi delle dipendenze perché chiusi in casa a fare in conti con la realtà virtuale.

Fonte https://www.agi.it/estero/islanda_droghe_alcol_abuso_soluzione_sport-1404316/news/2017-01-24

Photo by Helena Lopes from Pexels

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Orrore in Gambia, bambini venduti a pedofili europei per 2 sterline: l’inchiesta di “The Sun”

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Un’inchiesta giornalistica di “The Sun “ha svelato una situazione da incubo che riguarda i bambini del Gambia: i loro genitori, disperati per la povertà, li vendono ai pedofili britannici per 2 sterline.

Bambini africani venduti ai pedofili per 2 sterline. Succede in Gambia, dove le difficoltà economiche vissute dal Paese e una giustizia più o meno assente stanno facendo sì che negli ultimi tempi si siano intensificate le vacanze sessuali dei pedofili europei.

Inchiesta del The Sun

Nell’inchiesta pubblicata, in merito, da “The Sun” si parla di persone di nazionalità britannica (ma non solo, a quanto pare) interessate sia a bambini sia a bambine. I piccoli vengono venduti dalle loro famiglie, nel tentativo di scampare alla povertà. Un inviato del quotidiano è stato sul posto e ha potuto vedere con i suoi occhi il dramma che sono costretti a vivere i bimbi che finiscono sotto il giogo degli occidentali.

Pedofilia in Gambia, la crisi economica sta trasformando il Paese in un paradiso per pedofili

Uomini e donne di mezza età che si recando in vacanza in Gambia, in quello che “The Sun” ha definito il “paradiso dei pedofili”. Accade che bambini molto piccoli (alcuni non superano di molto i due anni di età) siano stati visti dal reporter che il giornale britannico ha inviato sul posto in compagnia di persone che non erano i loro genitori biologici. La location in cui questi incontri hanno luogo è una struttura turistica del posto, situata vicino all’oceano.

Queste persone, di nazionalità britannica, pagano e comprano un bambino del posto con cui trascorrere (e non innocentemente) il loro tempo. Così, come ci racconta il tabloid nella sua inchiesta, è capitato che alcuni di questi piccoli siano stati avvistati a pranzo o in acqua in compagnia dei paganti.

 

Come se il quadro della situazione non fosse già agghiacciante di per sé, si aggiungono altri dettagli spaventosi: i bambini vengono venduti con il consenso delle famiglie che- attanagliate dalla povertà- sperano di tirare su qualche soldo. Il costo di un bambino? La loro vita e la loro dignità (che non dovrebbero essere messe in vendita, in alcun caso) valgono due sterline. La situazione è allarmante perché il Gambia rischia di diventare una zona dell’Africa in cui i pedofili potranno operare senza controllo, qualora non venissero presi provvedimenti importanti per impedire che ciò accada.

L’inchiesta de “The Sun” sulla pedofilia in Gambia, le parole di Lamon Fatty

Il tracollo della compagnia di viaggi Thomas Cook, sottolinea “The Sun”, ha provocato una crisi economica che sta aiutando questi loschi traffici sessuali. In Gambia il turismo sostiene un terzo del Pil del Paese e in seguito all’innescarsi di questa crisi si teme un crollo pari al 50% delle attività economiche. Le località balneari sono già state, in buona parte, colpite.

Lamin Fatty, coordinatore nazionale dell’Alleanza per la protezione dell’infanzia in Gambia, ha rivelato in un’intervista esclusiva che i turisti di entrambi i sessi stanno prendendo di mira i minori africani:

Il sesso è economico nel mio Paese e i bambini vengono venduti per un minimo di 150 dalasi o poco più di £ 2 nella vostra valuta. Alcuni dei genitori sanno che i loro figli vengono maltrattati e lo accettano perché sono così disperati per il fatto di non avere cibo nella pancia. Altri sono troppo ingenui per rendersene conto. Pensano che l’Occidente stia pagando le bollette e aiuti il ​​loro ragazzo o ragazza per bontà del loro cuore, mentre in realtà sono persone che hanno cattive intenzioni. Gli abusi sui minori si verificano continuamente in Gambia e il governo non sta facendo abbastanza per fermarli. I nostri bambini vengono avvicinati direttamente sulla spiaggia o in strada e per questo motivo vengono i maltrattatori da tutta Europa, incluso il Regno Unito. Voglio chiarire che ciò non riguarda solo gli uomini ma anche le donne adulte, che pagano per fare sesso con ragazzi adolescenti in Gambia. Abbiamo leggi che dovrebbero impedire che ciò accada, ma non vengono applicate, quindi siamo diventati un paradiso per i pedofili“.

Foto https://www.britannica.com/place/The-Gambia

Fonte www.newnotizie.it

 

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