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L’Aifa dispone il ritiro di alcuni lotti del disinfettante Neoxinal

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disinfettante ritirato

Secondo quanto riferisce lo Sportello Dei Diritti, il farmaco è stato ritirato dal mercato a seguito di un provvedimento restrittivo dell’Istituto Superiore di Sanità, che a sua volta si basava su una comunicazione (obbligatoria per legge) ricevuta dalla stessa ditta distributrice.

L’Aifa dispone il ritiro di alcuni lotti del disinfettante Neoxinal

Il richiamo riguarda in particolare il Neoxinal 0,005 400 buste da 25 ml, identificate dai seguenti lotti: n. L0598D con data di scadenza 03/2023; n. L0599D con data di scadenza 03/2023; n. L0600D con data di scadenza 03/2023; n. L0602D con data di scadenza 03/2023.

Il Neoxinal è un farmaco a base di clorexidina digluconato ed è un antisettico e antibatterico per uso esterno che può trovare impiego anche contro le ustioni. In Italia lo mette in commercio la ditta Nuova Farmec S.r.l.

Questo medicinale è solo per uso esterno e può essere prescritto soltanto dietro ricetta medica limitativa e solo negli ospedali o in strutture assimilate agli ospedali.

Va ricordato che non è la prima volta che questo medicinale viene ritirato a scopo cautelativo. A maggio scorso infatti c’era stato un analogo provvedimento disposto dall’Aifa sulla base di una precedente segnalazione da parte della omologa agenzia spagnola di vigilanza sui farmaci (la Agencia Española de Medicamentos y Productos Sanitarios).

In quel caso il problema stava in una contaminazione batterica da Serratia Marcescens, un microorganismo che può causare congiuntivite, cheratite e in generale infezioni agli occhi.

Quanto a quest’ultimo provvedimento dell’Agenzia italiana del farmaco, che è stato emesso lo scorso 22 settembre, esso contiene la raccomandazione a tutti gli operatori di «prontamente isolare, o comunque rendere indisponibili all’utilizzo tali lotti fino al richiamo».

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Come riciclare i tuoi auricolari rotti, vecchi o inutilizzati

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I tuoi auricolari sono ormai troppo rovinati per poterli usare quando ascolti la musica? Non gettarli via, conservali e trasformali in nuovi oggetti.

Tutti abbiamo gli auricolari, utili per ascoltare la musica e parlare al cellulare. Ma quante volte capita che si rompano? Sicuramente molte.

Quando accade non avere fretta di buttarli via perché li puoi letteralmente trasformare.

Occorrente

  • Auricolari vecchi o rotti
  • Forbici
  • Colla
  • Clip per bracciali, portachiavi e orecchini

Procedimento

  1. Taglia gli auricolari creando fili da 28 cm.
  2. Intrecciali formando una sorta di nodo al centro.
  3. Incolla le clip e realizza il tuo bracciale.
  4. Taglia 3 fili di colori diversi.
  5. Piegali a metà e inizia ad intrecciarli come mostra il video.
  6. Al termine fissa il tutto con una colla e aggiungi le clip che preferisci.

Guarda il video con le spiegazioni

Risorse mondiali e ambiente. L’1% più ricco inquina il doppio della metà più povera del pianeta

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risorse mondiali ambiente e sostenibilità

Negli ultimi 25 anni, l’1% più ricco della popolazione mondiale (cioè 63 milioni di persone) ha emesso in atmosfera il doppio di Co2 rispetto a 3,1 miliardi di persone, la metà più povera del pianeta. È la fotografia impietosa di un mondo in cui la maggioranza è costretta a subire l’impatto dello stile di vita insostenibile di una ristretta minoranza. Lo denuncia un rapporto di Oxfam in collaborazine con lo Stockholm Environment Institute.

Il rapporto, intitolato ‘Disuguaglianza da Co2’, è stato pubblicato alla vigilia dell’Assemblea generale della Nazioni unite che vedrà i leader mondiali impegnati a discutere di sfide globali, compresa la crisi climatica.

Dalla ricerca, che analizza la quantità di emissioni per fasce di reddito in un periodo – tra il 1990 e il 2015 – nel quale le emissioni di Co2 in atmosfera sono più che raddoppiate, risulta che il 10% più ricco è stato responsabile di oltre la metà (52%) delle emissioni di Co2 in atmosfera tra il 1990 e il 2015; l’1% più ricco del 15%, più di quanto non abbiano contribuito tutti i cittadini dell’Ue e il doppio della quantità prodotta dalla metà più povera del pianeta.

Il carbon footprint ed emissioni di CO2

Inoltre, nello stesso periodo, il 10% più ricco ha consumato un terzo del nostro ‘budget globale di carbonio’ (global 1.5C carbon budget) mentre la metà più povera della popolazione solo il 4%. In altre parole, l’ammontare massimo di anidride carbonica che può essere rilasciata in atmosfera senza far aumentare la temperatura globale sopra 1,5 gradi centigradi è stato già consumato per più del 30% dal 10% della popolazione più ricca del pianeta. L’aumento oltre gli 1,5 gradi centigradi della temperatura globale è considerato dagli scienziati il punto limite oltre il quale si verificherebbero catastrofi climatiche.

Le emissioni annuali, poi, sono aumentate del 60% tra il 1990 e il 2015: il 5% della popolazione più ricca ha determinato oltre un terzo (37%) di questo aumento; l’1% più ricco ha aumentato la propria quota di emissioni 3 volte di più rispetto al 50% più povero della popolazione.

“Lo stile di vita, di produzione e di consumo di una piccola e privilegiata fascia di abitanti del pianeta sta alimentando la crisi climatica e a pagarne il prezzo sono i più poveri del mondo e saranno, oggi e in futuro, le giovani generazioni”, ha detto Elisa Bacciotti, responsabile campagne di Oxfam Italia.

“I dati raccolti dal 1990 alla metà degli anni Dieci, ci raccontano di un modello economico non sostenibile, né dal punto di vista ambientale, né dal punto di vista economico e sociale, che alimenta la disuguaglianza soffocando il pianeta da tutti i punti di vista”, ha proseguito.

Con l’allentamento delle restrizioni imposte dalla pandemia di Covid-19, le emissioni di Co2 torneranno a crescere, viene previsto: è essenziale perciò ridurre del 30% le emissioni globali per non esaurire, entro il 2030, la quota di emissioni massima che possiamo permetterci di produrre senza far aumentare la temperatura globale oltre 1,5 gradi centigradi.

Le temperature torride impattano sulle economie più povere

Questo implica una modifica profonda delle abitudini della fascia più ricca del pianeta: la disuguaglianza da Co2 è talmente profonda che, anche se il resto del mondo adottasse un modello a emissioni zero entro il 2050, il 10% più ricco potrebbe esaurire le sue riserve entro il 2033. Il rapporto stima infatti che il 10% più ricco dovrebbe ridurre di dieci volte le proprie emissioni pro-capite di CO2 entro il 2030, per fare in modo che l’aumento delle temperature globali non oltrepassi 1,5 gradi centigradi.

Durante il 2020, con una temperatura media globale di 1°C al di sopra dei livelli preindustriali stimati, i cambiamenti climatici hanno provocato cicloni violentissimi in India e Bangladesh, invasioni di locuste che hanno distrutto i raccolti in molte regioni dell’Africa, ondate di calore senza precedenti e incendi in Australia e Stati Uniti. Un’emergenza su cui Oxfam è al lavoro con l’obiettivo di aiutare le comunità più vulnerabili a resistere e adattarsi all’impatto di eventi climatici sempre estremi e imprevedibili.

Ad esempio in Paesi, come Etiopia, Kenya e Somalia, dove l’impatto del cambiamento climatico ha portato milioni di persone sull’orlo della carestia. “Ripartire dal vecchio modello economico, quello pre-Covid, iniquo e inquinante, non può essere  un’opzione”, ha concluso Bacciotti, “i governi devono cogliere l’opportunità di ridisegnare le nostre economie e costruire un futuro possibile e migliore.

Possono farlo ponendo un freno alle emissioni dei più abbienti, investendo in settori a basso consumo di Co2. Allo stesso tempo è sempre più determinante che i leader mondiali raccolgano l’appello lanciato dal movimento Fridays for Future. Milioni di persone che in tutto mondo il 25 settembre faranno sentire la propria voce in occasione della Giornata mondiale di azione per il clima, per chiedere un cambio di rotta alle Istituzioni globali e ai Governi. Oxfam è al loro fianco, perché oggi più che mai, da questo dipende il nostro futuro e quello dei nostri figli”.

fonte: rainews.it

 

Francia: non si chiuderanno più classi o scuole se un alunno risulta positivo al Covid 19

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In Francia adesso quando un bambino viene diagnosticato come positivo la sua classe può “gli altri studenti possono continuare a comportarsi normalmente e non sono più considerati casi di contatto”, questo è quanto ha ha assicurato il ministero della salute francese in un comunicato.

Invece prima se uno studente era considerato positivo o era stato a contatto con qualcuno di positivo, poteva ritornare a scuola solo se il test dava esito negativo.

Le regole riguardanti i casi di contatto di uno studente portatore di SARS-CoV-2 saranno allentate negli asili e nelle scuole elementari già a partire da oggi, questo è quanto comunicato dal Ministero dell’Istruzione.

“Il protocollo per l’identificazione delle persone con casi di contatto, il loro possibile isolamento, la possibile chiusura di classi, o anche scuole, sarà comunque applicato quando ci saranno almeno tre casi confermati nella stessa classe” provenienti da famiglie diverse, continua il ministero.

Inoltre, un insegnante di scuola materna o elementare che indossa una mascherina e ha lavorato con uno studente senza mascherina ma a cui sia stato diagnosticato la positivà al coronavirus non sarà più considerato un caso di contatto e non sarà più invitato a isolarsi, continua a spiegare il Ministro.

Queste nuove regole si basano sul parere dato dall’ Alto Consiglio per la sanità pubblica, giovedì scorso, secondo il quale “i bambini sono poco a rischio in forme gravi e poco attivi nella trasmissione di SARS-CoV -2 “. Questi sviluppi sono stati illustrati alla fine della settimana dal ministro della Salute, Olivier Véran. Mirano a ridurre il numero di classi chiuse a causa del Covid-19.

Secondo gli ultimi rapporti ufficiali, 89 scuole – pubbliche e private sotto contratto -, di cui 76, sono attualmente chiuse in Francia a causa di casi di contaminazione da coronavirus (su un totale di 61.500).

Foto di VisionPic .net da Pexels

Caffè vs. tè: quale è meglio per la tua salute?

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caffe marche peggiori acrilammide

La battaglia tra tè e caffè spesso si riduce al gusto e ai benefici per la salute. Tradizionalmente, il tè è noto per indurre il rilassamento dopo una lunga giornata, mentre il caffè aumenta l’energia e le capacità intellettuali al mattino. Ma uno è migliore dell’altro? Puoi sostituire il caffè con una tazza di tè per iniziare la giornata?

Sia il caffè che il tè sono stati pubblicizzati per i loro benefici per la salute. I consumatori accaniti di entrambe le bevande difenderanno la loro scelta preferita fino alla morte. Con così tanta passione su entrambi i punti di vista, è difficile sapere quale bevanda è la migliore per te. Qui confronteremo le due bevande e ti forniremo le informazioni necessarie per prendere una decisione informata.

Caffè vs tè: caffeina e sapore

Quando si tratta di decidere la bevanda migliore per la tua salute, il caffè e il tè sono spesso i preferiti. Tuttavia, il caffè ha avuto un brutto colpo quando si tratta della sua composizione chimica. Troppa caffeina è stata correlata a una varietà di disturbi tra cui emicrania e nausea. Inoltre, il tè è stato parte integrante della medicina tradizionale, rendendolo una delle migliori opzioni per il trattamento di molti di questi disturbi. Per scomporre i principali benefici di entrambe le bevande, esamineremo la composizione chimica, il gusto e i benefici per la salute.

Contenuto di caffeina

La maggior parte del dibattito su caffè e tè inizia con il loro contenuto di caffeina. I benefici per la salute della caffeina si basano in gran parte sulla sua capacità di aiutarci a rimanere concentrati e vigili. La caffeina agisce a livello chimico per bloccare l’adenosina, un neurotrasmettitore che attiva il rilassamento. La caffeina è un punto di partenza per molte persone quando si tratta di iniziare la giornata nel migliore dei modi o trascorrere un pomeriggio lento.

È un dato di fatto che il caffè contiene più caffeina del tè. Tuttavia, le foglie di tè contengono più caffeina rispetto ai chicchi di caffè non filtrati. La differenza è che il caffè è una bevanda molto elaborata, mentre il tè è un infuso generalmente più debole.

Il caffè viene generalmente preparato a temperature più elevate, il che consente di rilasciare più molecole di caffeina dai chicchi nella tazza. D’altra parte, il tè viene preparato a temperature più basse dove tutta la caffeina non viene estratta dalle foglie. Il caffè ha anche livelli più elevati di caffeina poiché consumiamo il grano intero. Per il tè, le foglie vengono scartate insieme a una parte significativa della caffeina naturale.

In generale, una tazza di caffè di 225 grammi. ha tra 90 e 100 milligrammi di caffeina. Alcuni arrosti più forti possono contenere livelli più elevati di caffeina. I veri tè, come il tè nero e il tè verde, contengono quantità variabili di caffeina. Come regola generale, i tè più forti contengono da 70 a 90 milligrammi di caffeina. Il tè nero e il tè verde matcha tendono ad essere i tè più forti. Alcuni tè, come le tisane, non contengono caffeina.

Sebbene il caffè contenga più caffeina del tè, il tè contiene altre sostanze chimiche che aumentano l’attenzione e la concentrazione. Molti tè, compresi quelli veri, contengono un amminoacido noto come l-teanina. Questo amminoacido aiuta ad aumentare la vigilanza, ma fornisce energia più delicatamente del caffè. Ciò significa che ottieni una spinta in più senza i picchi di zucchero nel sangue e i picchi che provi quando bevi il caffè.

La L-teanina aiuta anche a diminuire l’assorbimento della caffeina nel flusso sanguigno. Ciò significa che avrai meno sentimenti nervosi. Questo amminoacido stimola i neurotrasmettitori noti come GABA, che aiutano a ridurre l’ansia. Il risultato è una vigilanza più morbida e calma rispetto alla scossa del caffè. La combinazione di l-teanina e livelli moderati di caffeina aiuta a ridurre i sintomi di astinenza da caffeina tra le bevande.

Vincitore: tè

Il caffè vince quando si tratta di contenuto di caffeina. Tuttavia, il tè fornisce una sferzata di energia che è più rilassata e ha meno effetti collaterali.

Gusto del caffè vs. tè

Può sembrare che non sia importante coprire il sapore quando si decide quale bevanda è più sana. Non importa quanto sia salutare una bevanda se odi il gusto e non vuoi mai berla. Ottenere i benefici per la salute del caffè o del tè significa consumare ogni bevanda regolarmente e in modo coerente. Questo diventa esponenzialmente più facile quando ami il gusto della bevanda che hai scelto.

In generale, il caffè tende ad essere più amaro e più forte del tè. Il caffè è più acido e produce sapori audaci e astringenti. Questi sapori forti e profili chimici significano che il caffè può essere duro per lo stomaco, soprattutto se consumato in quantità eccessive.

Il tè offre mille sapori a seconda della varietà e del luogo in cui viene coltivato. Il tè reale, o vero tè, è costituito esclusivamente da tè verde , tè nero, tè bianco e tè oolong. Tutti gli altri tipi sono considerati tisane e non provengono dalla pianta del tè, Camellia sinensis. Il tè nero e il tè oolong vantano i sapori più forti, con opzioni che vanno dal terroso e nocciolato al fruttato e agli agrumi. Il tè verde tende ad avere un sapore di pianta arrostita, mentre il tè bianco è più floreale.

 

Vincitore: dipende

Il gusto dipende davvero dalle preferenze individuali. Una persona può apprezzare il delicato profilo aromatico delle erbe floreali, mentre un’altra potrebbe preferire i sapori del tabacco delle birre più forti. Il tè sembra essere il preferito in assoluto, offrendo una varietà di sapori molto più ampia. Se invece preferisci i sapori ricchi, maltati e forti, allora il caffè prende la torta. Qualunque bevanda tu scelga, assicurati di evitare di aggiungere dolcificanti artificiali e zuccheri, che possono trasformare queste bevande salutari in incubi ricchi di calorie.

Benefici per la salute del caffè vs. tè

I bevitori di caffè e quelli di tè affermeranno che la loro bevanda preferita è la più sana. In fin dei conti, gli studi hanno dimostrato che entrambe le bevande offrono significativi benefici per la salute.

Benefici per la salute del caffè

Previene il diabete di tipo 2

Bere caffè ogni giorno può aiutare a prevenire malattie gravi come il diabete di tipo 2. Gli scienziati hanno condotto una meta-analisi di quasi 20 studi per esaminare perché i bevitori di caffè hanno un rischio significativamente inferiore di diabete. I ricercatori ritengono che il contenuto di caffeina del caffè aiuti a inibire la resistenza all’insulina. L’analisi ha mostrato che per ogni tazza di caffè consumata, i partecipanti avevano il 7% in meno di probabilità di sviluppare il diabete (1).

Aumenta le prestazioni fisiche

La caffeina aumenta i livelli di adrenalina o adrenalina nel sangue. Ciò significa che hai livelli di energia più elevati e tempi di risposta più rapidi quando si tratta di attività fisica. Gli studi hanno dimostrato che la caffeina può aumentare le prestazioni fisiche in media del 12%. Questo vantaggio è particolarmente utile per esercizi di resistenza in cui livelli più elevati di adrenalina ti aiutano a superare lunghi periodi di attività sostenuta (2).

Contiene nutrienti essenziali

Il caffè contiene vitamine del gruppo B e composti naturali come il manganese e il potassio. Questi nutrienti aiutano a supportare le funzioni degli organi e combattere raffreddori e virus. Il caffè, infatti, contiene l’11% della dose giornaliera raccomandata di vitamine del gruppo B. Solo un paio di tazze di caffè e sei pronto per consumare le giuste quantità di vitamine e sostanze nutritive.

Benefici per la salute del tè

Previene il cancro

Uno dei più potenti benefici per la salute del è la sua capacità di prevenire e persino uccidere alcune cellule tumorali. La ricerca ha dimostrato un legame tra il tè e la prevenzione del danno ossidativo, che porta al cancro (3). Il tè è ricco di antiossidanti che aiutano a eliminare i radicali liberi e prevenire lo stress ossidativo che può causare cancro al fegato e al seno. Il National Cancer Institute elenca diversi studi clinici e studi epidemiologici che supportano la capacità del tè di prevenire e combattere il cancro (4).

Perdita di peso

Il tè verde, insieme a molti altri tè, ha la capacità di accelerare il metabolismo e aumentare la perdita di grasso. Uno studio ha rilevato che il consumo di quattro tazze di tè al giorno ha comportato una significativa diminuzione del peso corporeo e della circonferenza della vita in un periodo di 8 settimane. I ricercatori ritengono che l’EGCG antiossidante sia responsabile di questi benefici per la perdita di peso. L’EGCG lavora per accelerare l’ossidazione del grasso, consentendo al fegato di bruciare ed eliminare il grasso in modo più efficiente (5).

Protegge la funzione cerebrale

I bevitori regolari di tè hanno un rischio minore di sviluppare malattie neurologiche come l’Alzheimer e il morbo di Parkinson. Uno studio pubblicato su Phytomedicine ha scoperto che il consumo regolare di tè verde aumenta il richiamo e la ritenzione di memoria, così come la cognizione (6).

Previene le malattie cardiache

Gli studi hanno dimostrato che il tè può aiutare a ridurre le LDL o il colesterolo cattivo che può causare gravi malattie cardiovascolari. Alcuni tè possono anche aiutare a ridurre la pressione alta e migliorare la circolazione sanguigna, riducendo la possibilità di coaguli di sangue e attacchi di cuore. Gli esperti dicono che da tre a sei tazze di tè ogni giorno possono aiutare a regolare la pressione sanguigna e prevenire problemi cardiaci (7).

Migliora la tua salute con caffè e tè

In fondo, tè e caffè offrono benefici per la salute. Alla fine, la scelta è tua e dipenderà in gran parte dai tuoi gusti e dai risultati desiderati. Se stai cercando di ridurre l’assunzione di caffeina, il tè è un’ottima opzione. Questo perché puoi bere più tazze durante il giorno e comunque non consumare tanta caffeina quanto una tazza o due di caffè.

Ciò non significa che devi rinunciare se il caffè è la chiave per iniziare la giornata. Entrambe le bevande sono opzioni salutari quando si cerca una carica di energia. Ricorda solo di limitare il consumo di caffè a una o due tazze al giorno per evitare effetti collaterali. Per il tè, puoi bere da 4 a 5 tazze al giorno senza effetti collaterali negativi della caffeina.

Il tè sfuso contiene quantità maggiori di antiossidanti e composti biologici responsabili dei benefici per la salute. Questo perché le bustine di tè contengono spesso foglie rotte, polvere e detriti come misure di risparmio per i produttori. Cerca sempre di usare tè sfuso in foglie invece delle bustine di tè per ottenere i migliori risultati. Se devi usare bustine di tè, cerca buste grandi che permettano alle foglie di espandersi e infondersi completamente.

Tonno in scatola: 7 motivi per smettere di mangiarlo (almeno in grandi quantità)

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tonno in scatola

Prima di aprire una scatoletta di tonno e gustartela dovresti sapere quali rischi corre la tua salute.

Molte persone considerano il consumo di pesce molto salutare. In effetti mangiare pesce fa bene alla salute ma è essenziale avere una dieta equilibrata in fatto di nutrienti e vitamine.

Tra le varietà di pesce più popolari e più consumate c’è il tonno. Ma questo pesce, che mangiamo spesso in scatola, è sano o pericoloso per la salute? Ce lo chiediamo spesso anche perchè in mancanza di tempo un tramezzino con tonno e pomodoro è sempre un’alternativa apprezzata.

Tonno in scatola: 7 motivi da considerare prima di aprire una scatoletta

1. Alto contenuto di sodio

Il tonno in scatola è particolarmente popolare tra gli atleti per via del suo alto contenuto proteico perché li aiuta a costruire i muscoli. Ma una singola lattina di tonno può contenere anche più di 600 mg di sodio, che può aumentare la pressione sanguigna e portare all’embolia (blocco improvviso di un’arteria o di un vaso sanguigno).

2. Assorbimento di metalli pesanti

I tonni sono predatori, il che significa che mangiano pesci più piccoli e finiscono per consumare metalli pesanti come il mercurio, che si accumulano lungo la catena alimentare. Quando gli umani mangiano tonno, ingeriscono anche questi metalli. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), anche una piccola quantità di mercurio può danneggiare il sistema digestivo, i reni, la pelle e il sistema immunitario. Troppo mercurio può aumentare il rischio di infarti fino al 70% e causare danni al cervello, che possono manifestarsi come problemi di concentrazione e altri disturbi cognitivi. Sebbene nella maggior parte dei casi il livello di mercurio nei pesci sia abbastanza basso da non preoccuparsi, ci sono sempre dei rischi, specialmente se consumati molto regolarmente.

3. Allevamento massiccio di tonni

La domanda di pesce continua a crescere in tutto il mondo, ma allo stesso tempo gli stock ittici continuano a diminuire. Ciò ha portato a un graduale aumento dei vivai di pesci. In questi luoghi, il tonno cresce in un ambiente sovraffollato, dove viene ingrassato e poi venduto. L’agricoltura contribuisce all’esaurimento delle risorse di pesca a causa della grande quantità di pesce necessaria per nutrire il tonno, il che peggiora il quadro.

4. Prodotti chimici di massa

Attualmente, gli oceani sono molto inquinati, pieni di prodotti tossici che i pesci consumano passivamente. Queste sostanze chimiche comprendono i difenili policlorurati (PCB) e le diossine, due agenti cancerogeni presenti nello strato grasso di molti tipi di pesci.

5. Rischio di intossicazione alimentare

Mangiare pesce di allevamento o in scatola può essere pericoloso. Secondo il Center for Disease Control and Prevention, il 75% dei casi di intossicazione alimentare in tutto il mondo sono causati dal consumo di questi prodotti a base di pesce, tuttavia è importante tenere presente quanto sia fresco e come preparare il cibo gioca un ruolo fondamentale in questi casi.

6. La pesca del tonno uccide i delfini

Il tonno non è l’unica creatura marina intrappolata in reti giganti. Delfini, squali e molti altri animali finiscono per morire con il tonno.

7. Inquinamento oceanico

L’industria della pesca è responsabile di gran parte dell’inquinamento delle acque del mondo. Reti, trappole e molti altri meccanismi tipici delle barche da pesca sono fatti di parti in plastica e metallo, che spesso finiscono in acqua. Questo tipo di inquinamento è mortale per la vita marina, in particolare per gli uccelli acquatici, che spesso confondono plastica e cibo, rimangono intrappolati e talvolta finiscono anche per soffocare.

Come puoi vedere, pescare e mangiare tonno non è così innocuo come potrebbe sembrare.

Esiste una pesca sostenibile

Puoi salvaguardare l’ambiente e continuare a goderti il pesce, prendendo in considerazione il metodo di pesca, la sua provenienza e la gestione della sua riproduzione.

Tra le specie di pesci per le quali non si sperimenta la pesca massiva e la loro agricoltura è ben gestita troviamo:

  • merluzzo del Pacifico
  • sgombro
  • nasello bianco
  • sardine
  • salmone del Pacifico
  • sogliola di Hastings
  • trota
  • rombo europeo
  • tonno albacora per la lenza
  • orata grigia per la lenza

Specie ittiche a rischio

Tra le specie ittiche che sono sovrasfruttate, in via di estinzione o la cui agricoltura è dannosa per l’ambiente, troviamo:

  • Branzino
  • skate
  • squalo
  • sciabola
  • salmone atlantico
  • tonno rosso
  • pesce spada
  • merluzzo bianco
  • ippoglosso dell’Atlantico e della Groenlandia
  • orata

 

Fonte: Santé+

Tumore al pancreas, Andrea Spinelli: «Mi avevano dato 20 giorni di vita, in 7 anni ho camminato 18mila km»

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andrea spinelli tumore al pancreas

È una storia che dà speranza quella di Andrea Spinelli, 47enne catanese trapiantato in Friuli, colpito da un tumore inoperabile al pancreas nel 2013, che a 7 anni dalla diagnosi continua a combattere, a scrivere libri e a camminare. Tanto. Da quando i medici gli hanno comunicato di avere 20 giorni di vita, Andrea non si è dato per vinto e ha iniziato a percorrere migliaia di chilometri, spesso in solitaria, arrivando in capo al mondo. Il suo contapassi ha da poco oltrepassato quota 18mila chilometri.

«Sono arrivato fino all’oceano a piedi: camminare è diventato il mio equilibrio», dice Spinelli intervistato dall’Huffington Post. Il suo caso è diventato oggetto di studio: nel dicembre 2019 Giovanni Lo Re, oncologo del Centro di Riferimento Oncologico di Aviano che lo ha in cura, ha pubblicato uno studio su di lui sulla rivista Journal of Cancer Metastasis and Treatment, studiando in particolare la reazione del suo sistema immunitario. Il suo è stato definito «un caso unico al mondo».

Un caso unico al mondo

Il male contro cui combatte da sette anni è un adenocarcinoma alla testa del pancreas in stato avanzato non operabile. Sembrerebbe che camminare per così tanti chilometri al giorno indurrebbe una risposta positiva nel sistema immunitario, impedendo al tumore di andare in metastasi. «Ci tengo a ribadirlo – precisa Spienlli – dal tumore non si guarisce camminando, non è questo il messaggio che voglio trasmettere. Ma la particolare risposta del mio sistema immunitario, come si legge nello studio, può essere stata influenzata in maniera positiva dai chilometri percorsi ogni giorno», racconta.

Andrea ha iniziato con piccoli percorsi, come il traggito da casa all’ospedale, per poi passare ai cammini più impegnativi, come il Cammino di Santiago, la via Francigena e la Romea Strata. Il dolore causato dalla malattia è ancora forte, ma «grazie ai tanti chilometri a piedi, il corpo produce endorfine che lo aiutano «a sopportare meglio, almeno a livello mentale, la sofferenza».

Dalla sua esperienza, Andrea ha tratto un libro intitolato “Se cammino vivo”, edito da Ediciclo, e sul suo blog continua a raccontare le nuove tappe del suo lungo camminare. Il 16 settembre Spinelli ha presentato alla rassegna Pordenonelegge “Il Caminante” in cui prova a rispondere a una domanda che gli fanno molto frequentemente: «Come fai a essere così sereno?». Non resta che immergersi nella lettura e, magari, seguire le orme di Andrea.

La testimonianza diretta di Andrea Spinelli

“Essere consapevole di avere una malattia grave, ma al tempo stesso sapere di essere forza per altri nella mia stessa condizione, rende ogni mio passo fatto e ogni dolore sopportato, gioia di vivere e ragione. La vita, che sia breve o lunga è pur sempre un passaggio veloce, capire di averle dato un senso anche quando tutti pensano che senso non ha, vuol dire avercela fatta. Ho dato significato alla mia vita, quando questa è esplosa.”

Buona vita 😉

Il rebus delle mascherine biodegradabili a scuola: di bioplastica, cotone o cellulosa. Ma la maggior parte è senza certificazione e non garantiscono sicurezza

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mascherine a scuola
STUDENTI AI CORSI DI RECUPERO AL LICEO SCIENTIFICO VITTORINI IN VIA DONATI CORONAVIRUS, GLI STUDENTI TORNANO A SCUOLA PER I CORSI DI RECUPERO PRIMO GIORNO RIENTRO RITORNO NELLE SCUOLE CORSO LICEALE LICEALI STUDENTE INSEGNANTE BANCO BANCHI LEZIONE AULA CLASSE DOCENTE DISTANZA DI SICUREZZA DISTANZIAMENTO SOCIALE CON MASCHERINA MASCHERINE

Quelle usa e getta minacciano l’ambiente. Alcuni presidi hanno iniziato a regalare le “bio”. Tra i produttori italiani però solo uno offre una mascherina certificata come chirurgica. Le altre hanno solo autocertificazioni. E vanno comunque gettate nell’indifferenziata.

Le mascherine biodegradabili arrivano anche nelle scuole perché aiutano a ridurre i rifiuti. Ma si possono considerare Dispositivi di protezione individuale? E quanto costano? La necessità di un’alternativa alle mascherine chirurgiche usa e getta è stata di recente ribadita, tra gli altri, anche dal presidente della Commissione Ecomafie, Dario Vignaroli, che ha definito “sbagliata” la scelta di dare agli studenti quelle monouso.

Di fatto, dopo una prima chiusura totale sull’utilizzo a scuola di mascherine che non fossero chirurgiche, è arrivato il contrordine del Comitato tecnico scientifico. Gli esperti suggeriscono ancora quelle chirurgiche. Se non si trovano, si possono utilizzare quelle di tessuto (a patto di lavarle e disinfettarle tutti i giorni). In questo contesto, quelle biodegradabili rappresentano il futuro, oppure rispondono a criteri ambientali, ma non all’esigenza di proteggere dal virus? I due aspetti si possono conciliare, anche se non è affatto facile.

BIODEGRADABILI. QUALE PROTEZIONE?

Le mascherine chirurgiche, per essere sicure, devono essere prodotte nel rispetto della norma tecnica UNI EN 14683:2019, seguendo una serie di requisiti. In piena emergenza Covid, il Decreto legge 18/2020 ha consentito in modo provvisorio produzione, importazione e commercializzazione di mascherine chirurgiche in deroga alle normali disposizioni. Come? Fornendo un’autocertificazione, insieme a ogni elemento utile alla validazione, all’Istituto Superiore di Sanità a cui è stato dato il compito di confermare la possibilità di immissione sul mercato.

A ilfattoquotidiano.it l’ISS fa sapere che non sono arrivate “istanze di valutazioni in deroga, ai sensi dell’articolo 15 comma 2 del Decreto Legge 18/2020, per mascherine biodegradabili”. In Italia ad oggi c’è chi le produce biodegradabili e chirurgiche (secondo la norma citata prima), chi le produce biodegradabili e non le vende come dispositivi medici e c’è anche chi sta preparando la documentazione per ottenere la certificazione. Il prezzo varia a seconda di vari fattori (materiali, certificazioni, target). Un appunto: diverse mascherine in commercio sono dotate di elastici non biodegradabili o per i quali non c’è ancora certificazione ad hoc.

LE MASCHERINE NELLE SCUOLE

In questo contesto alcuni sindaci si sono mossi autonomamente. Il primo cittadino di Codogno, Francesco Passerini, dopo aver donato alla scuola media Ognissanti 5mila mascherine chirurgiche ha annunciato di aver contattato un’azienda lombarda che produce quelle biodegradabili e di essere in attesa del preventivo. Ilfattoquotidiano.it ha chiesto quale fosse l’azienda. Lo staff ha fatto sapere che “ad oggi il sindaco non ricorda il nome, ma ha confermato che i dispositivi di protezione individuale sono dei presidi medici”.

Anche l’amministrazione comunale di Sant’Elpidio a Mare (Fermo) ha deciso di donare mascherine biodegradabili agli studenti della scuola primaria e della secondaria dell’Isc. Ogni alunno avrà tre mascherine (disponibili in due diverse taglie, per i più grandi e i più piccoli), consegnate in sacchetti singoli biodegradabili. Sono le Maskeen, prodotte dall’azienda VA.FRA srl di Marco Funari e Sara Cimadamore e personalizzate da Prima Print. Proprio Funari, il cui solettificio si è riconvertito alla riproduzione di mascherine, a spiegare che altri sindaci hanno voluto fornire quelle biodegradabili alle scuole: “A Porto Sant’Elpidio, il primo cittadino Nazareno Franchellucci le ha donate agli alunni di prima elementare e un’iniziativa simile è stata intrapresa anche a Montegranaro”.

LA MASKEEN

La Maskeen (che ha anche gli elastici biodegradabili) è disponibile in tre taglie (per bambini e adulti), è lavabile fino a 10 volte e ha un’alta capacità di filtraggio grazie al doppio strato in trattamento idrorepellente. Il costo va dai 2 ai 3 euro a mascherina. In rete si può acquistare anche da altri rivenditori, ma il prezzo sale (da 4,5 a circa 6 euro). Non si tratta di un dispositivo medico, né di un dispositivo di protezione individuale.

Viene prodotta sotto la responsabilità dell’azienda, secondo il Decreto legge 18/2020, ma Funari sta preparando la documentazione per chiedere la certificazione. Va gettata dopo i dieci lavaggi, mentre a scuola (sempre se non è disponibile quella chirurgica) viene chiesto di lavarle quotidianamente. Ognuna, dunque, potrebbe essere utilizzata per dieci giorni abbattendo i costi e riducendo i rifiuti. “La biodegradabile finisce però nell’indifferenziata – spiega Funari – mentre la certificazione di compostabilità richiede un iter più oneroso, che molte piccole aziende non possono permettersi. Comunque, pur ottenendo tale certificazione, la mascherina finirebbe nell’indifferenziata”.

LA MASCHERINA BIODEGRADABILE E CHIRURGICA

È chirurgica (certificazione Uni En 14683 tipo I) la mascherina biodegradabile dell’azienda di Galliate (Novara) Coccato&Mezzetti, realizzata con Mater-Bi, la bioplastica brevettata dalla Novamont. Appartiene alla linea Promovita, negli ultimi quindici anni rimasta attiva grazie alla produzione di altri dispositivi, come camici e tute.

La produzione di mascherine in materiali biodegradabili (elastico a parte) e compostabili, invece, è ripresa per dare una risposta concreta all’emergenza sanitaria. Si tratta di un prodotto destinato ad amministrazioni, organizzazioni, strutture sanitarie. “Dopo lo scoppio dell’emergenza Covid-19 abbiamo dovuto presentare nuove certificazioni per i dispositivi medici e, quindi, anche per le nostre mascherine biodegradabili” spiega l’azienda.

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LA D3CO

Parte da un’altra riconversione la storia della mascherina in cotone naturale, biodegradabile (elastico a parte) e lavabile (20 volte) dell’azienda di tappezzieri brianzola D3CO di Lentate sul Seveso, specializzata nella produzione di divani biodegradabili. Si chiama D3COAIR e, all’interno, è dotata di un filtro in cotone naturale pressato. Anche in questo caso viene commercializzata sulla base del decreto legge 18/2020, ma non è un dispositivo medico o di protezione. All’inizio dell’emergenza il titolare della D3CO, Davide Barzaghi, ha provato a sottoporre le proprie mascherine ai test obbligatori per ottenere una certificazione.

“L’iter prevedeva che il Politecnico di Milano facesse una prima validazione – spiega a ilfattoquotidiano.it – per poi chiedere l’approvazione definitiva all’Iss”. Ma lo stop è arrivato già dal Politecnico. “Ci hanno detto che venivano presi in considerazione solo prodotti realizzati in Tnt, il tessuto non tessuto, un materiale di origine plastica che non risponde alla nostra filosofia aziendale”. La D3CO è andata avanti nella produzione, trovando un accordo con il Comune di Lentate: l’azienda ha scelto un prezzo base, riuscendo a donare in beneficenza una mascherina ogni cinque vendute. Oggi, per tutti, 5 mascherine costano 29,50 euro, con spedizione inclusa. C’è una taglia doppia, per adulti e per bambini.

LE MASCHERINE IN CARTA BIODEGRADABILE

Poi ci sono le mascherine ad uso civile in carta biodegradabile: quattro strati di carta a secco, ossia un insieme di cellulosa e aggreganti trattati a secco, molto resistente e filtrante. Non parliamo di Tnt. Le fibre di cellulosa vengono lavorate a secco proprio per conferire con una tecnica ad aria per ottenere un prodotto più morbido.

Viene gettata nella raccolta differenziata della carta ed è generalmente venduto con un packaging in bioplastica biodegradabile e compostabile e che, quindi, può andare nell’umido. Si possono trovare su diversi siti di shopping online, dove si specifica che il prodotto “evita l’effetto apnea”. Cinque pezzi, 6 euro.

SE LA CARTA INCONTRA COTONE E CELLULOSA

Sempre in tema di carta, il gruppo veronese Fedrigoni ha perfezionato una nuova carta filtrante con la quale fabbricare mascherine biodegradabili. Fedrigoni la vende a un ‘trasformatore’, che la personalizza per il venditore. Sul sito Baby-Bio, per esempio, si può acquistare un kit di 5 mascherine per adulti biodegradabili a 12 euro, fatte con la carta ‘trasformata’, anallergica e antibatterica, proveniente proprio da Fedrigoni.

Sul sito si specifica: “Non è un DPI, né una mascherina chirurgica, ma un dispositivo atto a diminuire l’effetto Droplet”. “Le mascherine sono una valida alternativa all’utilizzo di quelle chirurgiche, il cui uso massiccio contribuirà a distruggere l’ambiente”, dice la responsabile del sito Emilia Cristofori. Navigando sul web, sono diverse le mascherine che è possibile acquistare. Contattando altri siti, però, spesso non viene fornito il nome del produttore. Spesso si tratta di aziende straniere: le informazioni diminuiscono e i prezzi scendono a meno di 50 centesimi.

Ma dall’estero arrivano diverse curiosità. Intanto le mascherine biodegradabili AirX, realizzate dall’azienda calzaturiera vietnamita ShoeX con chicchi di caffè vietnamita. Il primo strato è composto da un filato di caffè, nel secondo c’è un filtro biodegradabile, che va sostituito mensilmente, creato usando caffè e nanoparticelle d’argento. È previsto per l’inizio del 2021, invece, il lancio di HelloMask, prima mascherina chirurgica completamente trasparente, messa a punto da scienziati dell’EssentialTech Center della Scuola politecnica federale di Losanna (EPFL), che hanno collaborato con i colleghi del Centro federale svizzero per la scienza dei materiali. L’idea è nata dall’epidemia di Ebola in Africa, quando gli operatori sanitari completamente coperti si attaccavano una propria foto sulle tute protettive per farsi riconoscere da colleghi e pazienti. Gli scienziati hanno creato una start up ad hoc per le mascherine trasparenti, HMCARE, ed hanno già raccolto i fondi per lo sviluppo del processo di produzione industriale.

Decessi sospetti: in Svizzera bimbi muoiono per tumore al cervello

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svizzera tumori al cervello pesticidi

Due famiglie della regione del Weinland di Zurigo hanno perso i propri figli per un tumore al cervello.

I genitori rifiutano la tesi di un tragico caso e accusano i pesticidi presenti nel terreno. Indignati per l’indifferenza delle autorità.

FLAACH – Nella regione del Weinland, nel Canton Zurigo, e più precisamente nel comune di Flaach, due bambini sono morti nel giro di pochi mesi dopo una diagnosi di tumore al cervello. Una coppia ha perso un maschio di 14 mesi, l’altra coppia il figlio di otto anni.

Belinda Kreuzer era la mamma di Max.  La sua storia è stata raccontata dal giornale Landbote. Nel febbraio del 2018 il piccolo aveva solo 9 mesi quando ebbe un’infezione gastrointestinale. Poi Max subì un attacco epilettico.

Quindi ci fu l’immediata corsa in ospedale, dove la diagnosi dei medici parlò chiara: si trattava di tumore al cervello. Il piccolo fu sottoposto alla chemioterapia all’ospedale di Zurigo. Fu salvato, grazie al tempestivo intervento. Ma la felicità durò poco. I medici furono chiari già a maggio: le speranze per il piccolo di sopravvivere erano molto ridotte. Il bambino morì dopo pochi mesi.

Tutto iniziò con un mal di testa

Casi di tumori nei bambini, soprattutto al cervello, sono piuttosto rari. Lo scrive anche il giornale. Degli 1,3 milioni di bambini che vivono in Svizzera, circa 50 di loro sviluppano ogni anno un tumore al cervello. La signora Belinda Kreuzer ha iniziato a insospettirsi quando nello stesso comune muore dopo poche settimane un altro bambino, e sempre per un tumore al cervello.

Si tratta di Leon Pasanen. La sua storia inizia con un mal di testa che non passava. Anzi, peggiorava. Poi sono arrivati i crampi, e infine la diagnosi di un tumore al cervello. Nonostante tutte le terapie intraprese, Leon morì il 23 febbraio 2019 all’età di otto anni.

Le famiglie si chiedono se il veleno contenuto nei pesticidi spruzzati sui campi per decenni possa aver causato la malattia.  Nel febbraio del 2019 entrambe le famiglie si recarono dall’ex medico cantonale di Zurigo, e in quell’occasione avrebbero ricevuto la conferma di un aumento del rischio di tumori cerebrali nel distretto di Andelfingen. Non si sapeva nulla all’epoca di questo aumento.

Nessuno aveva detto niente. Il giornale Landbote è andato alla ricerca di dati e cifre, e hanno scoperto che in tutto il cantone dal “2005 al 2015 il rischio di tumori cerebrali nei bambini è aumentato del 39 per cento rispetto alle cifre passate”. Inoltre, nello stesso periodo, sempre ad Andelfingen, “sono stati segnalati sette casi di tumori al cervello nei bambini invece dei due previsti”

Il Cantone non ritiene di dover agire – Come effettivamente ha dimostrato uno studio dell’Istituto di medicina sociale e preventiva di Berna, pubblicato nella primavera di quest’anno, i bambini nelle zone agricole ad alta intensità nella zona del Seeland bernese e nel Weinland di Zurigo, hanno effettivamente un rischio maggiore del 20% di sviluppare un tumore al cervello. I ricercatori presumono che ci sia una connessione con i pesticidi cancerogeni nelle acque sotterranee, nel cibo o nell’aria. Si tratta di uno studio che è ancora in corso.

Il Cantone di Zurigo non ritiene che debba intervenire. «Ci sono sempre stati residui nell’agricoltura, ma questi non sono solo rilevabili nella regione del Weinland di Zurigo, né possono essere la causa di tali malattie secondo quanto dice la valutazione tossicologica delle agenzie europee e federali nelle concentrazioni trovate”. Una spiegazione che ha indignato Belinda Kreuzer, la quale ha accusato le autorità di lavarsene le mani. La donna -stando a quanto scrivono i giornali d’oltre Gottardo – conosceva anche altri sei casi di tumore al cervello nella regione. In estate è stata tuttavia istituita una task force.

Cina, fuga di batteri da laboratorio: 3000 persone ammalate di brucellosi

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raggi ultravioletti coronavirus copia

Sono fuoriusciti da un impianto che produceva vaccini per animali in seguito all’utilizzo di disinfettanti scaduti

Le autorità della Cina nord-occidentale hanno reso noto che in seguito alla fuoriuscita di batteri da un impianto biofarmaceutico che nel 2019 produceva vaccini per animali si sono ammalate oltre 3000 persone di brucellosi. Alla base dell’incidente, come riporta anche la Cnn, ci sarebbe l’utilizzo di disinfettanti scaduti e che hanno sradicato tutti i batteri dai gas di scarico.

Oltre 3000 contagiati da brucellosi

La malattia prodotta dalla fuoriuscita di batteri è la brucellosi. È trasmessa dal bestiame o da prodotti animali e in genere non è contagiosa tra gli esseri umani. Può causare febbre acuta, dolori articolari e mal di testa e nel tempo può progredire verso uno stadio cronico con febbre ricorrente, debolezza, sudorazione e dolori diffusi.

Secondo quanto annunciato delle autorità sanitarie di Lanzhou, capitale della provincia del Gansu, un totale di 3245 persone sono risultate positive al batterio, una cifra stabilita in seguito ai test effettuati dopo l’incidente. Le stesse fonti affermano che non si sarebbe verificata alcuna trasmissione da uomo a uomo. Non sono stati segnalati morti, aggiunge la Cnn.

La dinamica dell’incidente nell’impianto biofarmaceutico

I batteri che hanno infettato migliaia di persone provenivano da un impianto biofarmaceutico. Per quanto riguarda la dinamica dell’incidente, è stato reso noto che il laboratorio statale aveva utilizzato un disinfettante obsoleto nei mesi di luglio e agosto 2019 nella produzione di vaccini anti-brucellosi per animali.

L’effetto è stato una sterilizzazione incompleta e quindi i batteri erano ancora presenti nelle emissioni di gas nella struttura di Lanzhou per l’allevamento di animali. Il gas contaminato si è diffuso nell’aria fino al vicino Istituto di ricerca veterinaria, dove lo scorso dicembre sono state infettate quasi 200 persone.

L’ufficio per la salute di Lanzhou ha specificato che il batterio di solito proviene da pecore, bovini o maiali. Da parte sua, il laboratorio si è scusato e si è visto ritirare la licenza per la produzione di vaccini contro la brucellosi. I pazienti riceveranno un risarcimento a partire da ottobre.

fonte: SKY.TG24