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Agenzia delle Entrate: attenzione alle false mail PEC sulla fatturazione elettronica. Truffe in arrivo

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Attenzione alle false mail sulla fatturazione elettronica inviate via Pec, si tratta di truffe! Ad avvertire i cittadini è stata l’Agenzia delle Entrate, che si è dichiarata estranea ai fatti e ha raccomandato tutti a prestare attenzione a mail di utenti sconosciuti o sospetti, che fanno richiesta di modifica dell’indirizzo di recapito per le comunicazioni successive con il Sistema di Interscambio.

Le mail di phishing via Pec stanno circolando da qualche giorno e nel mirino ci sono in particolare le caselle di strutture pubbliche, privati e soggetti iscritti a ordini professionali.

Le mail, riporta l’Agenzia delle Entrate, “hanno come oggetto la dicitura “Invio File <XXXXXXXXXX>”” e “come obiettivo la raccolta di informazioni da utilizzare verosimilmente per frodare il destinatario.”

Dato che il testo è stato ripreso da una comunicazione inviata dal Sistema di Interscambio (SdI), può sembrare verosimile.

L’Agenzia consiglia di verificare, ogni volta che si riceve una mail Pec del sistema SdI, le seguenti caratteristiche, in modo da comprendere se si tratta di mail autentica o da cestinare. Ecco come verificare:

“il mittente è solo del tipo sdiNN@pec.fatturapa.it dove NN è un progressivo numerico a due cifre;”

“il messaggio deve contenere necessariamente due allegati composti in accordo alle specifiche tecniche sulla Fatturazione Elettronica (pubblicate sul sito dell’Agenzia delle Entrate).”

Fonte Greenme

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11 scuole chiuse a Sabaudia per la presenza Clorpirifos metile in classe, un insetticida con effetti neurotossici

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Alcune scuole di Sabaudia, all’inizio di ottobre sono state chiuse perché all’interno è stata rinvenuta la presenza di clorpirifos metile in concentrazioni vicine allo zero. Si tratta di un insetticida organofosforico tra i più usati in agricoltura e per usi non agricoli (disinfestazioni, giardinaggio) e molto probabilmente la sua presenza all’interno delle scuole è da attribuirsi ad un intervento di disinfestazione. Occorreranno circa 367mila euro per gli interventi di lavaggio, carteggio di alcune aree e tinteggiatura delle pareti interne degli edifici scolastici, e per risanare le strutture.

Che cosa è successo?

Alla fine di settembre le analisi condotte dall’Arpa Lazio all’interno degli 11 plessi degli istituti I.O. “Giulio Cesare” e I.C. “Cencelli” avevano rilevato la presenza di clorpirifos metile molto probabilmente come conseguenza di un’operazione di disinfestazione. Se è vero che la concentrazione era molto bassa, tra l’altro andava diminuendo giorno dopo giorno, è anche vero che di questo insetticida non avrebbero dovuto esserci traccia all’interno di un ambiente chiuso. E la prova è che non esiste un limite massimo di concentrazione. I plessi furono dunque chiusi e le lezioni spostate in altri luoghi. I tecnici avevano indicato di trattare pareti e pavimenti con una soluzione e poi passare alla tinteggiatura dei soffitti. Per banchi e suppellettili è stato invece consigliato di lavare con soluzione di bicarbonato di sodio e, in un secondo momento, di procedere con un altro lavaggio utilizzando alcol denaturato. Interventi che hanno un costo di circa 367mila euro: tutto l’importo è stato messo a gara dal comune di Sabaudia proprio ieri.

L’insetticida che fa male al cervello

Del clorpirifos sono noti gli effetti neurotossici: come tutti gli insetticidi organofosforici, è un inibitore dell’acetilcolinesterasi, enzima che controlla i livelli del neurotrasmettitore acetilcolina nel sistema nervoso centrale e periferico. L’esposizione cronica agli organofosforici può portare a perdita di memoria, depressione ed insonnia. Gli effetti del CPF sono particolarmente rilevanti quando ad essere esposti sono gruppi di popolazione maggiormente vulnerabili come le donne in gravidanza, e di conseguenza il feto ed i bambini; studi sperimentali mostrano come, in queste fasi, il CPF può interferire in maniera permanente con lo sviluppo neurocomportamentale.

Fonte https://ilsalvagente.it

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Topi a scuola: a casa 800 bambini nella zona di Guidonia, vicino Roma

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immagine scuola guidonia topi

Escrementi di topo in vari locali e in palestra, un ratto morto nell’aula-container e altri sarebbero stati visti scorrazzare in giardino, ma anche il sospetto che si possano annidare nei controsoffitti.

È la situazione denunciata ieri dalle mamme degli 800 bimbi di elementare e materna di Setteville di Guidonia, dopo 10 giorni di chiusura per derattizzazione più sanificazione e l’ordinanza del sindaco, già firmata, per far ripartire le lezioni.

I genitori hanno chiamato la polizia che alla fine ha mediato le trattative con dirigente e Comune. E la scuola è stata di nuovo chiusa fino a data da destinarsi. «È intollerabile – protestano le mamme – stamattina (ieri Ndr) siamo arrivate per portare tutto il materiale didattico che avevamo prelevato prima della derattizzazione per igienizzarlo a costi nostri.

Ma, entrate, quello che abbiamo trovato ci ha fatto trasalire: di certo i bimbi non potevano stare in ambienti con escrementi di topo e una situazione igienica davvero precaria». Gli effetti delle esche, inoltre, sono ancora in corso, visto che nell’aula-container è stato trovato un topo morto poco dopo.

«Chiediamo – aggiungono – un plesso pulito, ispezionato in contraddittorio con rappresentanti dei genitori e la presenza di schede di sicurezza». Il Comune è pronto a un intervento radicale: «Sono state accertate – hanno relazionato i tecnici – nonostante le attività già svolte, la necessità e l’urgenza di rinnovare derattizzazione, sanificazione e pulizia».

La preoccupazione delle famiglie è forte. «È sconcertante l’approssimazione con cui si sta affrontando il caso – dice l’avvocato Michele Venturiello, presidente dell’associazione “Cittadini in comune” – I genitori sono, a ragione, allarmati per la nuova chiusura. Si sfiora l’interruzione di pubblico servizio.

Bisogna verificare iniziative a tutela della scuola e dei ragazzi e, a questo punto, suggerimenti da dare alle autorità, su come possa essere avviata a soluzione una vicenda insostenibile per i ragazzi e le famiglie su cui ricade un enorme disagio».

Proprio su soluzioni alternative, per garantire la ripresa delle attività, si sta aprendo un nuovo fronte di polemica. «Ci è stato detto che l’ipotesi su cui si lavora – attacca una mamma – è quella di lezioni pomeridiane in altro plesso.

Ma per noi bisogna chiedere locali alternativi al Comune perché non si sa quanto durerà questo intervento. Come si fa a portare i bimbi a scuola dalle 14 alle 18?”.

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La California vieta la produzione e la vendita delle pellicce: è il primo caso al mondo

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california vietare pellicce

Un risultato storico, dicevamo, che arriva da lontano e che conferma la California uno stato all’avanguardia nelle tematiche ambientali. L’iter legislativo è iniziato nel dicembre 2018 con la proposta di legge AB44 ma a precedere l’approvazione della proposta c’erano stati altri provvedimenti sempre in tema ambientale.

L’ultimo è del settembre 2019, arrivato con la modifica al Wildlife Protection Act e con il divieto dell’uso di trappole e tagliole per la cattura di animali da pelliccia selvatici; nel settembre 2018 il City Council di Los Angeles introduce il divieto al commercio di pellicce e prodotti di pellicceria, divieto già approvato a marzo dello stesso anno dall’amministrazione della città di San Francisco e prima ancora da altre due città californiane, West Hollywood e Berkeley.

Una tendenza, quella fur-free, che ha ormai dominato anche il mondo della moda come conferma il lungo elenco di stilisti che hanno eliminato la pelliccia animale dalle loro creazioni, da Gucci a Versace, da John Galliano a Jean Paul Gaultier, da Burberry a Michael Kors, l’ultima ad aggiungersi lo scorso maggio è stata Prada che in comunicato aveva fatto sapere “la ricerca e lo sviluppo di materiali alternativi consentirà all’azienda di esplorare nuove frontiere della creatività e di rispondere, allo stesso tempo, alla domanda di prodotti più responsabili”.

Ed è dell’ultima settimana della moda di Parigi la presentazione da parte di Stella McCartney, marchio all’avanguardia sul tema dell’impatto ambientale, della prima pelliccia ecologica biologica e sostenibile. Si chiama Koba, è prodotta con l’utilizzo di ingredienti vegetali e poliestere riciclato che consente a sua volta il riciclo della pelliccia e realizzata con processi produttivi che riducono al 63% in meno i gas serra dei materiali sintetici convenzionali.
Una prospettiva però, quella della regolamentazione fur-free, ancora lontana per l’Italia ma una tendenza, quella della pelliccia, definitivamente in calo come riportano i dati forntiti dall’Associazione Italiana Pellicceria, secondo i quali tutti i canali distributivi (negozi moda mono e multibrand, grande distribuzione e pelliccerie) segnano un trend negativo con fatturato del consumo retail (vendite al dettaglio) pari a -50% nel 2018 (800 milioni di euro) rispetto al 2006 (1,6 miliardi di euro).

Nel resto del mondo, come segnala la Peta, sono tanti i Paesi che hanno approvato il divieto di allevamento di animali da pelliccia – dalla Serbia alla Norvegia, dalla Slovenia al Giappone – il divieto di importazione e vendita – oltre alle città americana già citate ci sono San Paolo, l’India (che vieta la pelliccia di foca), la Nuova Zelanda (divieto sui visoni) – e sono numerosi gli Stati dove pe ril momento sono vietati solo gli allevamenti o le importazioni di alcuni tipi di pelliccia.

Per quanto riguarda la California il provvedimento vieta anche l’utilizzo di animali al circo, ad eccezione di cani, gatti e cavalli mentre i rodeo saranno ancora autorizzati. Il divieto, secondo il quotidiano locale San Francisco Chronicle, non riguarda per ora pellami di bovino, capra, pecora e cervo, nè gli animali imbalsamati.?

“Il divieto al commercio di pellicce in California segna il definitivo tramonto di un’industria ormai al tracollo, alimentata dalla sofferenza e dall’uccisione di milioni di animali – commenta Simone Pavesi, responsabile Lav Area Moda Animal Free – In una società in continua evoluzione, dove le più lungimiranti tra le grandi aziende della moda sono già passate al fur-free, con il plauso di milioni di consumatori, in Italia è ancora consentito allevare animali per farne pellicce. Lav chiede al Governo e al Parlamento di approvare subito le sue proposte di legge (C99, C177, S211) bloccate da anni”.

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Quote latte, è ufficiale: le multe agli allevatori sono illegittime | VIDEO – LE IENE

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quote latte
Il gip di Roma Paola de Nicola mette nero su bianco la truffa delle quote latte imposte dall’Europa. Matteo Viviani torna sul caso delle multe milionarie imposte ingiustamente agli allevatori che hanno prodotto più latte. Un sistema illegale che finanziava addirittura aziende con mucche che non avevano mai prodotto latte

“Siamo passati da truffatori e delinquenti, dopo che lavori 365 giorni all’anno: è una cosa vergognosa!”

Luisa è una dei tanti allevatori italiani ridotti sul lastrico a causa dei limiti di produzione imposti dalle cosiddette “quote latte”. Ve ne avevamo già parlato nel maggio del 2018, con Matteo Viviani.

Nel 1984 gli stati della comunità europea si accordano per stabilire i limiti della produzione di latte per ciascun paese membro. Per far questo i singoli paesi dovevano presentare il dato di produzione dell’anno precedente, dato che però per l’Italia non c’era. E allora che si fa? Si prende l’ultimo valore disponibile, quello del 1939!

Così nel 1984 gli allevatori, nel pieno della crescita delle proprie attività,  si ritrovarono con limiti di molto inferiori alla loro attuale produzione.

“Producevamo 6.000 quintali di latte all’anno e il nostro limite adesso diventava di 1.350 quintali”, spiegava uno degli allevatori coinvolti dalle multe.

Oltre quelle quote stabilite per legge infatti le possibilità erano due: o compravi altre quote aggiuntive oppure continuavi a produrre di più, ma beccando multe salatissime.

Multe importanti, anche di qualche milione di euro! Sanzioni che a detta degli allevatori sarebbero state illegali e infatti nel 1997 i cosiddetti “cobas del latte” erano scesi in piazza, bloccando letteralmente il paese coi loro trattori e rovesciando per strada il latte in più che avevano prodotto. E questa protesta ad alcuni, oltre al danno economico, è costata anche denunce e condanne al carcere.

Sulla vicenda delle quote latte oggi però c’è una grande novità, perché è stato messo nero su bianco che il sistema delle quote latte era basato su dati falsi.

Parola del gip del tribunale di Roma Paola de Nicola, che in un procedimento di archiviazione ha scritto: “Il sistema di calcolo è errato, una cosa che sanno tutte le autorità amministrative e politiche, che sono rimaste inerti per 20 anni, per non scontentare singoli centri di interesse”. Tra i tanti accusati di non aver controllato o addirittura alterato i dati che hanno portato a queste multe, c’è uno a cui però il gip di Roma ha dato ragione.

Si chiama Marco Mantile, ex vicecomandante del comando carabinieri politiche agricole e alimentari, che avevamo già intervistato. “C’erano addirittura aziende agricole, tra i multati, con capi di bestiame che non producevano latte e di contro aziende con vacche che ne producevano ma che non erano censite dalla banca dati”, ci ha raccontato.

“Tutte le multe non erano corrette”, aveva concluso Mantile.  Anche Guardia di Finanza e carabinieri erano arrivati alla stessa conclusione della gip di Roma, che ha fatto emergere dei dati davvero incredibili: quasi 6 milioni di mucche che non producevano latte erano state inserite nel conteggio delle multe.  Un errore questo che avrebbe forse contribuito alla produzione del cosiddetto “latte in nero”. Un sistema che un altro allevatore ci spiega: “Se sono un industriale che deve far girare lo stabilimento , e mi serve latte italiano e non ce n’è, prendo quello comprato all’estero, che costa meno. Questo era il sistema”. Un sistema, di fatto, che ha portato l’Italia a superare le quote latte imposte dall’Europa.

“Era un sistema criminale stratificato”, chiosa Mantile. Ma non basta perché la truffa sarebbe doppia: quegli allevatori con i capi che non producevano latte avrebbero ricevuto anche i finanziamenti dall’Unione europea. “Un miliardo e 200 milioni di euro di finanziamenti all’anno non dovuti, cifra da moltiplicare almeno per una decina di anni”, aggiunge Mantile.

E se da un lato ci sono i furbi che hanno incassato, dall’altra ci sono stati allevatori che non hanno retto, e che si sono impiccati dopo avere ricevuto le multe. “Qualche volta ci ho pensato anche io, ma poi mi chiedo cosa ho fatto di male, ho fatto il mestiere che mi hanno insegnato, ho munto delle vacche”, interviene un allevatore.

Il gip di Roma entra anche nel merito di un episodio che riguarda proprio Marco Mantile, un colloquio tra Mantile e Giuseppe Ambrosio, capo di gabinetto dell’allora ministro delle politiche agricole Giancarlo Galan. Un colloquio registrato, e che vi facciamo ascoltare.

“Ipotizziamo che la vostra cosa è corretta”, dice Ambrosio, “ma politicamente non la possiamo utilizzare. Se diciamo che abbiamo verificato che quei dati sono sbagliati, cade tutto il castello dei 5 anni di anticipo delle quote che abbiamo ricevuto tutto in una botta. Ci cade tutta l’impalcatura. E la commissione europea ci si incula”.

Mantile ovviamente non ci sta a questo ragionamento ma Ambrosio è chiaro: “E’ stato detto anche dai suoi vertici che probabilmente non andava fatta la relazione d’approfondimento. Il lavoro dell’Arma è fatto bene ma politicamente ci fa cadere tutto il castello”.

Un episodio, questo, su cui è pendente un procedimento penale presso la procura di Roma per il reato di tentata concussione, per cui però è stata richiesta dal pm l’archiviazione.

Matteo Viviani va da Ambrosio, ma lui si allontana senza darci nessuna risposta, mentre quelle multe illegittime continuano ad arrivare agli allevatori italiani.

La Iena va poi a chiedere spiegazioni al ministro delle Politiche agricole Teresa Bellanova per chiederle se abbia mai ricevuto la richiesta di archiviazione del Gip di Roma. “Datemi il tempo di fare gli approfondimenti e poi ci vediamo e risponderò su tutto quello su cui è necessario rispondere”. Ma aggiunge : “Noi non possiamo far pagare agli altri cittadini  gli errori commessi da alcune persone, sapendo che stavano commettendo degli errori”.

VAI AL VIDEO DE LE IENE

 

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Non ci troverete: la poesia disperata degli artigiani e dei piccoli commercianti

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Non ci troverete
Quando cercherete un piccolo panettiere, non lo troverete.
Un calzolaio, o un piccolo artigiano a cui chiedere un favore.
Non lo troverete.
Vorrete una torta, un mobile su misura, l’aggiustamento di una persiana, o un consiglio su un nuovo elettrodomestico che duri qualche anno, non lo avrete.
Non è una richiesta,  e neanche una protesta.
Non è una rivendicazione politica e neanche una minaccia.Non ci troverete.Vorrete un negoziante con cui consigliarvi per un trapano, un chiodo o una vernice.
Vorrete saper come usare un oggetto o quale flauto è meglio per vostro figlio.
Vorrete una pasticceria come una volta, o la pasta fatta in casa.Un formaggio vero.
Un piccolo bar, un caffè come si deve.

Non ci troverete.

Vorrete riparare un vecchio lume, o rifare il tessuto.
Vorrete aggiustare un triciclo a cui siete affezionati, o il seggiolone.
Vorrete un consiglio su un pavimento, un dottore che ascolti le vostre paure.

Non ci troverete.

Non ci saremo più.

Spazzati via da grandissimi centri commerciali dove altri poveretti sottopagati a tutto saranno attenti tranne che a voi.
Che non sapranno nulla di quello che chiederete loro.
Centri commerciali illuminatissimi in città buie.
Circondati da lunghe sequele di negozi chiusi in vie un pò sporche e poco sicure.

Forse allora chiederete aiuto, forse vorrete trovare un amico, una luce, un consiglio, una bettola, una chiacchiera, una comunità.

Sarà tardi.

Non ci troverete.

Alcune cose vanno fatte per tempo.
Il tempo di un risveglio e di un ritorno alla comunità, all’impegno e alla lotta è arrivato.

E’ ora.

Se aspetterete,

Non ci troverete.

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La grande truffa dell’acqua in bottiglia: le Multinazionali comprano acqua pubblica a 1 millesimo di Euro al litro, e ce la rivendono ad 1 Euro al litro

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bottiglie di plastica scultura
Acqua in bottiglia, anomalia tutta italiana: “Business miliardario, alle Regioni solo briciole”

Acqua in bottiglia, che business: “Le aziende pagano solo 1 millesimo di euro al litro”

In Italia l’acqua continua a essere gestita come se fosse proprietà privata a vantaggio di pochi che si assicurano enormi guadagni a discapito di cittadini, dell’ambiente e delle stesse casse statali. Dossier di Legambiente e Altreconomia: alle Regioni solo le briciole.

Più che un business, è una vera e propria anomalia tutta italiana. Nonostante sia un bene primario, vitale e da preservare, in Italia l’acqua continua spesso a essere gestita come se fosse proprietà privata a vantaggio di pochi che si assicurano enormi guadagni a discapito di cittadini, dell’ambiente e delle stesse casse statali.

Acqua in bottiglia, settore che non conosce crisi

Il settore dell’acqua in bottiglia in Italia non conosce crisi: un giro d’affari stimato intorno ai 10 miliardi euro all’anno, con un fatturato per le sole aziende imbottigliatrici che i rapporti di settore stimano in 2,8 miliardi di euro, di cui solo lo 0,6% arriva nelle casse dello Stato. Le aziende infatti pagano canoni che raggiungono al massimo i 2 millesimi di euro al litro (un costo di 250 volte inferiore rispetto al prezzo medio di vendita dell’acqua in bottiglia). In Italia ci sono oltre 260 marchi distribuiti in circa 140 stabilimenti che imbottigliano gli oltre 14 miliardi di litri necessari per garantire l’esorbitante consumo pro-capite nostrano (206 litri annui), che fanno dell’Italia il primo Paese in Europa e il secondo nel mondo (dietro solo al Messico) per consumo di acqua imbottigliata, stando a i dati forniti da Censis.

Dossier Legambiente e Altreconomia

A riportare l’analisi sul business dell’acqua in bottiglia sono Legambiente e Altreconomia che, in vista della Giornata mondiale dell’acqua del 22 marzo, presentano il dossier “Acque in bottiglia. Un’anomalia tutta italiana”, in cui si riporta la non sostenibilità dell’attuale modello di gestione della risorsa idrica e le carenze strutturali del nostro Paese. Per questo l’associazione ambientalista chiede che la concessione di beni comuni naturali e di pregio venga sottoposta ad attente regole di assegnazione e gestione, nonché a canoni adeguati in modo da evitarne abusi nell’utilizzo e rendite per pochi.

Business miliardario, in costante aumento

“I dati riportati nel rapporto evidenziano come in Italia l’acqua in bottiglia garantisca ancora oggi un business miliardario, in costante aumento negli ultimi anni, così come i consumi – dichiara Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente -. Alla base del record tutto italiano il falso mito che sia migliore e più controllata di quella del nostro rubinetto e soprattutto un costo della materia prima (l’acqua), per chi imbottiglia, praticamente nullo: una media di appena 1 millesimo di euro per ciascun litro imbottigliato. Per questo proponiamo di applicare un canone minimo a livello nazionale di almeno 20 euro al metro cubo, cioè 2 centesimi di euro al litro imbottigliato. Un canone comunque irrisorio, ma già dieci volte superiore a quello attuale e che permetterebbe alle Regioni di incrementare gli introiti di almeno 280 milioni di euro l’anno, da reinvestire in politiche e interventi in favore dell’acqua di rubinetto e per la tutela di della risorsa idrica, oggi messa a dura prova anche dai cambiamenti climatici e dalle continue emergenze siccità”.

L’obiettivo di incrementare l’utilizzo dell’acqua di rubinetto e ridurre l’eccessivo uso di bottiglie di plastica è anche al centro dei recenti cambiamenti in atto nella legislazione europea, dalla Plastic Strategy alla nuova proposta di revisione della direttiva sulle acque potabili presentata lo scorso 1 febbraio, con una riduzione del 17% dei consumi di acqua in bottiglia di plastica e un risparmio conseguente per le famiglie europee pari a 600 milioni di euro l’anno. Intanto il consumo di acqua in bottiglia nel nostro Paese continua a crescere, con una produzione che oscilla tra i 7 e gli 8 miliardi di bottiglie all’anno. Il 90% dell’acqua emunta e imbottigliata in Italia non valica i confini. Nel 2010 erano dodici i miliardi di litri confezionati, saliti a quattordici nel 2016.

Le briciole agli enti regionali

Un affare miliardario che vede gli enti regionali accontentarsi delle briciole: appena 18 milioni, secondo una recente stima riportata di Repubblica (inchiesta pubblicata il 2 gennaio dal titolo “La minerale non disseta i comuni”), rispetto ai circa 2,8 miliardi all’anno che guadagnano invece le aziende concessionarie. Alle aziende che hanno una concessione per imbottigliare l’acqua vengono concessi canoni a dir poco irrisori e che spesso addirittura vengono ridotti ulteriormente se, invece, della plastica utilizzano vetro o meccanismi di vuoto a rendere. Un’attenzione che fa sicuramente bene all’ambiente, peccato però che il prezzo al consumatore finale non cambi mai. Nel migliore dei casi le aziende concessionarie infatti pagano 2 millesimi di euro al litro, cioè cento volte meno del prezzo di 50 centesimi che i cittadini pagano in media per una bottiglia d’acqua in un supermercato; anche mille volte inferiore, invece, a quello che si paga per una bottiglietta venduta al dettaglio in bar, ristoranti, stazioni o negli aeroporti.

290 concessioni attive

Oggi si contano oltre 290 concessioni attive nel territorio italiano per un totale di circa 250 chilometri quadrati di aree date in affidamento. Nel corso di questi anni la situazione è migliorata per ciò che riguarda l’adeguamento ai criteri di definizione dei canoni di concessioni dettati dal documento della Conferenza Stato Regioni, ma siamo ancora molto lontani dalla proposta dei 20 euro/metrocubo, come criterio unico nazionale, ovvero 2 centesimi al litro, che proponiamo nel dossier.

I canoni che le Regioni applicano, in maniera differente da Regione a Regione, seguono tre criteri in funzione degli ettari in concessione, dei volumi emunti e di quelli imbottigliati: solo 5 Regioni applicano tutti e tre i criteri previsti (Emilia Romagna, Lazio, Molise, Sicilia e provincia autonoma di Bolzano), mentre nel 62% dei casi le Regioni applicano due canoni su tre. Sono 3 le Regioni che applicano un solo canone (Abruzzo, Sardegna e Toscana). I prezzi applicati ai canoni di concessione sono molto eterogenei tra loro: si passa da un minimo di 21,38 euro per ettaro previsto in Emilia Romagna (che applica però tutti e tre i canoni previsti) ai 130 euro/ettaro previsti in Puglia (che applica invece un solo canone per la concessione) o ai 587,68 applicati in Veneto nelle concessioni di pianura.

1 millesimo di euro al litro

L’aspetto più interessante riguarda però il canone per i quantitativi imbottigliati, che presentano un valore medio di 1,15 euro/metro cubo, ovvero 1 millesimo di euro al litro, che può salire nel migliore dei casi ai 2,70 euro/metro cubo applicato dalla Provincia Autonoma di Bolzano (corrispondente comunque a 2,7 millesimi di euro al litro) e che invece può ridursi fino a 0,30 euro a metro cubo come avviene in Abruzzo. Le Regioni che non prevedono nulla per i quantitativi di acqua imbottigliata e che quindi sono rimaste ancora indietro rispetto a questo importante canone sono Puglia, Umbria e Sardegna. Se venisse applicata la proposta di Legambiente in queste tre regioni, solo per fare un esempio, i possibili introiti che intascherebbero le casse regionali e comunali sarebbero rispettivamente di 1,2 milioni di euro/anno, 6,7 e 22,6 mentre considerando anche le altre Regioni, in base ai dati disponibili, gli introiti totali potrebbero essere di oltre 250 milioni di euro/anno (vedi tabella allegata).

L’introito per ogni Regione sulla base della modifica di importo proposto da Legambiente sul canone di concessione per ogni litro imbottigliato (elaborazione Legambiente su dati delle regioni)

Rete idrica inadeguata

In Italia sono innegabili i problemi alla rete idrica e la scarsa fiducia dei cittadini. Nonostante l’Italia sia ricca di acqua, e per lo più di buona qualità, esistono purtroppo alcune criticità nel sistema di approvvigionamento, di gestione e di controllo che spesso contribuiscono ad alimentare la sfiducia nei confronti dell’acqua del rubinetto, che oggi riguarda circa un terzo delle famiglie italiane. Tra i problemi più frequenti sicuramente l’inadeguatezza della rete idrica: si arriva a una dispersione media del 40,6% (mentre la media europea si assesta intorno al 23%): il 60% degli acquedotti italiani ha un’età superiore a 30 anni (il 24% ha più di 50 anni) e su 350mila chilometri di tubazioni almeno la metà risultano da riparare o sostituire. Frequenti sono anche i casi di razionamento delle acque, non soltanto nei periodi estivi o di siccità, in varie città italiane per contrastare la mancanza di acqua. Solo lo scorso anno, secondo i dati Istat, il 9,4% delle famiglie italiane ha lamentato un’erogazione irregolare dell’acqua nelle abitazioni. Ci sono inoltre alcune situazioni di contaminazione dell’acqua potabile, connesse con l’inquinamento delle falde utilizzate per l’approvvigionamento o con problemi lungo la distribuzione, che non migliorano di certo la percezione dei cittadini sul tema e su cui è urgente intervenire in maniera tempestiva e con una chiara e trasparente attività di informazione per la popolazione coinvolta.

I controlli sono accuratissimi

“Si tratta però di situazioni puntuali per lo più note e segnalate dalle autorità competenti, che non devono essere generalizzate su tutto il territorio nazionale – aggiunge Andrea Minutolo, coordinatore scientifico di Legambiente e curatore del rapporto -. I controlli sull’acqua che arriva nelle nostre case sono molto accurati e frequenti (a Roma ad esempio vengono eseguiti circa 250mila controlli all’anno) e la normativa è in continuo aggiornamento, a livello europeo, con la discussione iniziata nel 1 febbraio scorso della nuova direttiva sulle acque potabili, il cui obiettivo è proprio quello di incrementare l’utilizzo di acqua di rubinetto e ridurre l’eccessivo consumo di bottiglie di plastica, e nazionale, dove si sta sperimentando lo strumento dei Water Safety Plan. Quest’ultimo si pone l’obiettivo di prevenire i problemi qualitativi sulle acque potabili e al tempo stesso rafforza la rete dei controlli e le modalità di comunicazione, informazione e trasparenza”.

Troppa plastica

In Italia, in base ai dati elaborati da Legambiente, il 90-95% delle acque viene imbottigliato in contenitori di plastica e il 5-10% in contenitori in vetro: in pratica ogni anno vengono utilizzate tra i 7 e gli 8 miliardi di bottiglie di plastica. Numeri impressionanti anche rispetto agli impatti ambientali: più del 90% delle plastiche prodotte derivano da materie prime fossili vergini (il 6% del consumo globale di petrolio) e l’80% dell’acqua imbottigliata in Italia viene trasportata su gomma (un autotreno immette nell’ambiente anche 1300 kg di CO2 ogni 1000 km). Per questo le bottiglie di plastica rappresentano uno dei nodi centrali anche nella recente Plastic Strategy europea, presentata a fine 2017, che si pone l’obiettivo di ridurre i consumi di bottiglie e di fermarne la dispersione nell’ambiente, a partire da quello marino-costiero. Dall’indagine Beach Litter condotta da Legambiente lo scorso anno emerge che oltre l’80% dei rifiuti rinvenuti sulle spiagge italiane tra il 2014 e il 2017 sono oggetti in plastica e che bottiglie e tappi ne rappresentano il 18%: in pratica l’equivalente di oltre 15mila bottiglie. Senza calcolare che i rifiuti visibili sono stimati in una percentuale di circa il 15% rispetto a quelli in realtà sommersi e presenti sui nostri fondali.

https://www.repubblica.it/economia/2018/03/21/news/legambiente_acque_in_bottiglia-191784418/

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Uganda. Bimbi lavoratori di 10 anni nelle piantagioni della chiesa cattolica:0,3 cent di € al giorno

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BBC: Obbligati a lavorare 15 bambini nelle piantagioni di tè

Uganda, “bambini al lavoro nei campi della Chiesa cattolica”
La denuncia arriva da un’inchiesta della Bbc, che ha intervistato anche un ex bambino soldato dell’Uganda. Interpellato dai giornalisti della tv britannica, il portavoce vaticano padre Federico Lombardi ha negato ogni addebito: “Se c’è un problema con la chiesa locale non sono io il responsabile”

di Lara Volpi

KAMPALA – La Chiesa cattolica e quei legami con il lavoro minorile in Uganda: si intitola così un’inchiesta firmata da Vinnie O’Dowd e Danny Vincent della Bbc che indaga il rapporto tra il Paese africano, la Chiesa e i bambini sfruttati. Durante la sua visita dello scorso novembre in Africa, continente in cui vivono quasi 200 milioni di cattolici, papa Francesco ha detto che i bambini sono le maggiori vittime dello sfruttamento occidentale in Africa.

Allo stesso tempo ha invitato con forza i giovani africani a resistere alla corruzione. Eppure, si chiedono i cronisti della Bbc, il Vaticano potrebbe forse fare qualcosa di più? Alex Turyaritunga, ex bambino soldato dell’Uganda che oggi ha 32 anni, ha raccontato la propria esperienza alla Bbc: “Ero un bambino soldato, nulla me lo farà mai dimenticare. Ricordo la guerra nel 1994. Portavo un fucile in spalla”.

Oggi Turyaritunga è un infermiere presso l’Agenzia Onu per i rifugiati in Uganda. Da bambino, però, rimase orfano del padre. Ad aiutare lui, sua madre e i suoi fratelli, ha detto alla Bbc, fu la Chiesa cattolica, che nel suo paese, Kabale, gli pagò gli studi. “Mi aiutarono a diventare quello che sono”, dice oggi. Allo stesso tempo, però, non risparmia le accuse.

Turyaritunga sostiene infatti che la Chiesa tolleri nelle sue terre di Kabale il lavoro minorile: ci sono anche bambini di 10 anni che lavorano nelle piantagioni di tè, ha detto il giovane ugandese alla Bbc. Secondo le stime dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, in Uganda ci sono tre milioni di bambini lavoratori.

Circa il 30% dei piccoli tra i cinque e i 14 anni lavorano, nonostante quella dei 14 anni sia l’età minima legale per qualunque tipo di lavoro. I bambini vengono pagati tra i mille e i duemila shillings ugandesi al giorno, ovvero tra i 30 e i 60 centesimi di dollaro. I cronisti della Bbc sono andati in Uganda e hanno verificato di persona la situazione.

Hanno provato a contattare il vescovo locale, monsignor Callistus Rubaramira,che però era irreperibile. A quel punto hanno cercato di chiedere delucidazioni al suo segretario, padre Luciano, che però ha negato che nella piantagione venisse utilizzata manodopera minorile.

Alla fine i giornalisti della Bbc hanno contattato direttamente il Vaticano. Il portavoce, padre Federico Lombardi, ha però negato qualunque responsabilità: “Se c’è un problema con la chiesa locale non sono io il responsabile”, ha detto alla Bbc. – Notizia del 201614

FONTI:
www.blitzquotidiano.it/cronaca-mond…-2353957/
www.yometiroalmonte.es/2016/01/05/b…atolica-uganda/

BBC: niños de 10 años trabajando en terrenos de la Iglesia Católica en Uganda
Publicado el 05 ene 2016por YTM1 CommentEtiquetas: áfrica, esclavitud, explotación, iglesia
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Il Cantaxantina un colorante che assumiamo a nostra insaputa mangiando uova e polli

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La cantaxantina è uno dei coloranti autorizzati per gli alimenti destinati al consumo umano con il codice europeo E161g. In natura colora di giallo-arancio il cappello e il gambo dei funghi eduli del genere Cantharellus, cui appartiene il noto gallinaccio (vedi foto sopra). È una sostanza che fa parte dei carotenoidi, i pigmenti naturali che colorano alimenti come carote, pomodori, zucca, melone e chicchi di mais. È presente anche in batteri, alghe e lieviti. Può anche essere sintetizzata in laboratorio partendo dall’acetone, ed è questa la forma maggiormente utilizzata dall’industria.

Se si assume in dosi eccessive, la cantaxantina si deposita nella pelle, simulando un’abbronzatura, ma anche nella retina, dove precipita sotto forma di cristalli che possono causare l’insorgenza di una retinopatia, detta appunto retinopatia da cantaxantina (1). Fortunatamente, i casi segnalati sono pochi e, se si sospende l’assunzione, il disturbo quasi sempre scompare. È stato, però, segnalato anche un caso di anemia aplastica con esito letale attribuito all’eccessiva ingestione di questo colorante (2). Per tali motivi sono stati abbandonati i medicinali a base di cantaxantina, proposti in passato per il trattamento della vitiligine e della fotosensibilità eccessiva, e il ricorso alle pillole pseudo-abbronzanti con questo colorante, in circolazione illegalmente, è sconsigliato in maniera categorica.

Sulla base delle conoscenza scientifiche attuali, la quantità massima di cantaxantina che si può ingerire senza problemi per la salute (la cosiddetta DGA) è di 0,03 mg per kg di peso corporeo (3). Ciò significa che una persona di 60 kg non dovrebbe assumerne più di 1,8 mg al giorno. È una DGA molto bassa se si confronta, per esempio, con quella pari a 1 mg per kg di peso corporeo stabilita per la luteina (E161b), un altro carotenoide utilizzato come colorante alimentare.

Pur essendo inclusa nella lista degli additivi alimentari autorizzati, la cantaxantina attualmente non è impiegata in nessun alimento (4). Ciononostante, il colorante può arrivare, seppure indirettamente, al nostro organismo nel momento in cui consumiamo uova e carne di pollo provenienti da allevamenti industriali. Ciò accade perché l’aggiunta di cantaxantina è consentita nel mangime destinato al pollame (5). L’obiettivo però non è rendere il mangime più appetibile per i polli e le galline colorandolo, ma – cito testualmente dal regolamento in vigore (6) – “influenza(re) favorevolmente le caratteristiche dei prodotti di origine animale”. In pratica, con questo passaggio il regolamento autorizza gli allevatori a utilizzare la cantaxantina nel mangime affinché, depositandosi nelle parti grasse, in particolare nel tuorlo e nella pelle/grasso dell’animale, conferisca quel colore giallo-arancio che crea l’illusione di trovarsi davanti a prodotti ottenuti da polli ruspanti. In tal modo, quindi, si ingannano i consumatori permettendo a) che alimenti destinati al consumo umano contengano un colorante attualmente non autorizzato in nessun alimento e b) che la presenza del colorante non venga dichiarata nell’etichetta.

Tutto ciò è in palese contrasto con il principio sancito nello stesso regolamento secondo il quale un additivo può essere autorizzato nei mangimi, solo se – cito ancora testualmente – “non danneggia il consumatore influendo negativamente sulle caratteristiche specifiche dei prodotti di origine animale o trarlo in inganno riguardo a tali caratteristiche”.

Per il sacrosanto diritto di tutti noi di essere informati correttamente riguardo a ciò che mangiamo, uova e pollo colorati con la cantaxantina dovrebbero almeno essere accompagnati da un’etichetta che specifichi come tali alimenti provengano da animali alimentati con un mangime addizionato di questo colorante.

Fortunatamente l’inganno, di norma, non si traduce in danno (per la nostra salute), perché una recente normativa ha abbassato notevolmente sia la quantità massima di questo colorante che può essere aggiunta al mangime, sia il livello massimo di residuo che può essere presente nelle uova (circa 0,4 mg/uovo), nella pelle/grasso (0,01 mg/100 g di carne di pollo) e nel fegato (1,5 mg/100 g).  Con questi livelli il rischio di superare la DGA consumando quantità normali di uova e carne di pollo, sia tal quali che come prodotti trasformati, è praticamente inesistente.

Il rischio di superare la DGA però è esistito fino a quando anche il mangime per pesci di allevamento, come trote e salmoni, era addizionato di cantaxantina. Lo ha accertato il Comitato scientifico per la nutrizione animale (7) ed è stato grazie ai dati forniti da questo comitato che la cantaxantina non è più autorizzata nel mangime dei pesci di allevamento (5).

La cantaxantina è anche presente in alcuni farmaci. Citiamo questo dato non perché il colorante sia presente nei farmaci in quantità preoccupanti, ma perché, anche in questo caso, l’attuale normativa presenta qualche incoerenza. Vediamo perchè.

La legge impone che nei farmaci si possano impiegare soltanto i coloranti autorizzati negli alimenti destinati al consumo umano (8). In passato, la cantaxantina rispettava tale requisito, sebbene fosse consentita soltanto per i würstel denominati saucisses de Strasbourg (9). Poteva perciò essere impiegata anche nei farmaci. Con l’arrivo del nuovo regolamento (4), però, la cantaxantina non può essere più impiegato nemmeno per questo prodotto, e, pertanto, attualmente non è utilizzata in nessun alimento.

La logica suggerisce che, stando così le cose, il colorante si debba eliminare dalla lista degli additivi alimentari autorizzati. Invece resta, e il motivo ce lo dà un passaggio del regolamento (4) che recita: “La direttiva 2009/35/CE….. stabilisce che, per la colorazione dei medicinali ad uso umano e veterinario, gli Stati membri autorizzano soltanto le sostanze di cui all’allegato I della direttiva 94/36/CE (cioè la lista degli additivi autorizzati negli alimenti). La cantaxantina è attualmente impiegata in alcuni medicinali. Tale additivo deve quindi rimanere nell’elenco di additivi autorizzati”.

Fonte dell’articolo https://ilfattoalimentare.it/cantaxantina-colorante.html per continuare la lettura. clicca sul link

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Per la Cirinnà scrivere padre e madre nei documenti è «vergognoso» in quanto fonte di «discriminazione»

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La rappresentante del Partito Democratico Monica Cirinnà torna a tuonare dai banchi del Senato per chiedere “vendetta” contro il precedente governo, che aveva “osato” reintrodurre la terminologia “padre” e “madre” nei documenti d’identità dei minori.

L’occasione è quella del dibattito sul disegno di legge per convertire il decreto relativo alla proroga del Garante della privacy.

“Ricordo personalmente con grande soddisfazione in primo luogo l’importantissimo intervento del Garante su uno dei più odiosi provvedimenti del precedente governo.”, attacca la Cirinnà. “Cioè il decreto con il quale il ministro dell’Interno impose la reintroduzione dell’addizione di padre e madre sui documenti di identità dei minori. Così tagliando con l’accetta la pluralità di esperienze familiari che caratterizzano la nostra società ed esponendo bambini e bambine di questo Paese a delle discriminazioni intollerabili sulla base della famiglia in cui crescono. Un’ingerenza pesantissima nella sfera più intima dell’identità personale e dell’intimità della vita personale e familiare che, come tipico di quel tipo di cultura politica, ignora la pluralità di esperienze di vita, e anzi le taglia consapevolmente con l’accetta dell’ideologia e dell’oscurantismo.

La senatrice del Pd non perde dunque tempo e chiede al nuovo governo di intervenire sull’argomento che più le sta a cuore, ovvero la tutela delle “famiglie arcobaleno”.

“Un decreto grave, pericoloso, vergognoso, che mi auguro venga presto eliminato dal nostro ordinamento giuridico. Ed in tal senso rivolgo fin d’ora una richiesta alla ministra Lamorgese”.

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