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Venezia affonda e non è maltempo: Zaia e Lega negano i cambiamenti climatici e l’aula del consiglio regionale si allaga

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Venezia, Pd: “Zaia e Lega negano cambiamenti climatici e aula del consiglio regionale si allaga”

Durante la discussione sul bilancio, l’aula del Consiglio regionale del Veneto si è allagata. Andrea Zanoni, del Pd, sottolinea un aspetto tutto politico di quanto avvenuto: “L’aula consiliare si è allagata due minuti dopo che la maggioranza Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia aveva bocciato i nostri emendamenti per contrastare i cambiamenti climatici”.
POLITICA ITALIANA 13 NOVEMBRE 2019 18:49di Stefano Rizzuti

Il Consiglio regionale del Veneto, che si trova a Venezia, è stato allagato durante la serata di martedì 12 novembre. L’alta marea che ha colpito il capoluogo ha invaso anche l’aula consiliare. Un fatto che non stupisce, considerando i danni delle ultime ore a Venezia. Ma che si intreccia anche con l’ironia della sorte, come fa notare il consigliere regionale del Pd Andrea Zanoni: “L’aula consiliare si è allagata due minuti dopo che la maggioranza Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia aveva bocciato i nostri emendamenti per contrastare i cambiamenti climatici”. In sostanza, mentre si negano i cambiamenti climatici, secondo Zanoni, loro arrivano a far sentire tutto il loro effetto, allagando l’aula.

L’acqua è entrata nel consiglio regionale del Veneto, a palazzo Ferro Fini, lungo il Canal Grande. Il presidente del Consiglio regionale, Roberto Ciambietti, ha spiegato: “Le paratie antiallagamento non sono state sufficienti a contenere l’ondata di piena, né è stato possibile lasciare il palazzo, stante la difficoltà di manovra delle lance e il difficile accesso al pontile; si è preferito garantire la sicurezza e rimanere quindi tutti a palazzo”. Alla cronaca si aggiunge anche l’attualità politica. Zanoni infatti ricorda che nel momento dell’allagamento in Consiglio regionale si stava discutendo il bilancio.

Zanoni racconta quanto successo legandolo alla questione dei cambiamenti climatici:

L’alta marea, che ieri ha raggiunto 1,87 centimetri, a Venezia è dovuta tra i tanti fattori anche a quello dei cambiamenti climatici, con l’innalzamento dell’acqua dei mari, dovuta allo scioglimento dei ghiacciai a causa del surriscaldamento globale. Ironia della sorte l’aula consigliare si è allagata due minuti dopo che la maggioranza Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia aveva bocciato i nostri emendamenti per contrastare i cambiamenti climatici.

Bocciati o respinti gli emendamenti che chiedevano finanziamenti per le fonti rinnovabili, per le colonnine elettriche, per la sostituzione degli autobus a gasolio con altri più efficienti e meno inquinanti, per la rottamazione delle inquinantissime stufe, per finanziare i Patti dei Sindaci per l’Energia Sostenibile e il Clima (PAESC), per ridurre l’impatto della plastica, ecc.. Tutti emendamenti presentati perché il bilancio di Zaia non contiene alcuna azione concreta per contrastare i cambiamenti climatici.

Secondo il consigliere del Pd, inoltre, era prevedibile che accadesse qualcosa del genere: “I numerosi e precisi bollettini sull’acqua alta e soprattutto  le sirene in azione ci dicevano solo una cosa: evacuare Palazzo Ferro Fini. E invece il presidente del Consiglio e i rappresentanti della Lega hanno voluto proseguire ad oltranza creando una serie di disagi aggiuntivi comprese le gravi difficoltà degli addetti ai servizi di trasporto via acqua che hanno dovuto azzardare anche manovre pericolose. Intanto le acque invadevano tutto il piano terra di palazzo Ferro Fini defluendo come un torrente (il rumore era proprio quello) nelle zone più basse come la sala mensa, la Sala del Leone, la sala Giunta, le cucine, la guardiola e purtroppo l’aula consigliare: l’aula dell’assemblea legislativa del Veneto”. Per Zanoni “non c’è immagine più significativa dell’acqua che allaga l’aula consigliare e fa fuggire i rappresentanti del Popolo veneto, per illustrare tutta l’inconsistenza e la nullità politica dell’attuale misera azione amministrativa di questo governo veneto guidato da Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia”.

Le richieste di GreenPeace

Siamo con l’acqua alla gola, e quello che gli scienziati hanno da tempo previsto si sta verificando: un susseguirsi di eventi meteo sempre più estremi, violenti e frequenti, come conseguenza dei cambiamenti climatici.

Ecco perchè, mentre chiediamo ai politici di fornire immediatamente supporto alle persone colpite da questi eventi estremi, dobbiamo anche pretendere che intervengano rapidamente sulle cause che li hanno scatenati.

L’emergenza climatica che stiamo affrontando ha bisogno di vero coraggio, non di parole ipocrite e provvedimenti di facciata.

I Governi, compreso quello Italiano, devono scegliere se ascoltare la scienza e mettere subito in campo provvedimenti per evitare altri disastri climatici, oppure continuare a finanziare e supportare chi inquina, a partire dalle grandi aziende che bruciano gas, petrolio e carbone, principali responsabili dell’emergenza climatica.

In questo momento, prendere posizione è importante per il futuro del nostro Pianeta. UNISCITI A NOI. 

Siamo con l’acqua alla gola. Dobbiamo salvare le nostre città dall’emergenza climatica. Chiedi al governo di intervenire!

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Nuova presidente ‘fai da te’ e ora la Bolivia rischia di esplodere: gli USA richiamano i loro cittadini

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bibbia presidentessa bolivia

Bolivia, Jeanine Anez presidente anche senza quorum in Parlamento. La nomina della senatrice di Unidad democratica anche se non ha raggiunto i voti necessari per l’assenza dei deputati di Mas. Morales: “E’ un golpe”. Sette morti negli scontri. Gli Usa fanno richiamano in patria i familiari degli addetti all’ambasciata

Jeanine Anez presidente di partito

La senatrice di opposizione Jeanine Anez del partito Unidad democratica, seconda vicepresidente del Senato, è stata dichiarata presidente ad interim della Bolivia dai parlamentari della sua formazione politica, contro la costituzione che impone il consenso di due terzi del parlamento. Il quotidiano El Deber, sottolinea che ciò è avvenuto nonostante le sedute di Camera e Senato non abbiano raggiunto il quorum costituzionale per l’assenza dei parlamentari del partito di maggioranza Movimento al socialismo, di Morales.

Morales e l’autoproclamata

L’ex presidente esule in Messico, ha definito la nomina della senatrice Jeanine Anez una «autoproclamazione», a completamento del «golpe più subdolo e nefasto della storia». «Una senatrice di destra golpista che si autoproclama presidente del Senato e presidente ad interim della Repubblica senza quorum legislativo, circondata da un gruppo di complici e protetta da Forze armate e polizia». Il capo dello Stato dimissionario ha poi citato i molti articoli della Costituzione violati.

La presidente a metà Bolivia

Nel suo discorso dopo la nomina da parte del suo partito, Jeanine Anez, prima promette pacificazione, poi prova a colpevolizzare presidente e vice dimissionari, «abbandono delle loro funzioni», e i parlamentari della maggioranza assenti e non votati, con logica abbastanza audace. Resta il fatto che la Costituzione boliviana, sostengono i giuristi, prevede che affinché la rinuncia delle massime cariche dello Stato diventi effettiva le lettere di dimissioni debbano essere approvate dai due rami del Parlamento.

Ma la Bolivia trema e ribolle

I primi sette i morti negli scontri che stanno scuotendo il Paese da quando si è aperta la crisi costituzionale. Con i militari dalla parte dei golpisti la protesta nelle strade diventa «orda delinquenziale». E scatta la repressione con i primi accenni di ferocia che fanno temere il peggio. La gravità della situazione è stata sottolineata dall’ordine dell’amministrazione Trump, di far rientrare negli Stati Uniti i familiari dei dipendenti del governo americano che lavorano in Bolivia ed ha chiesto ai cittadini statunitensi di non recarsi nel Paese.

La trama, gli attori e le comparse

Il comandante generale delle Forze armate boliviane Williams Kaliman, lo stesso che ha ‘suggerito’ a Morales di rinunciare, era stato categorico: «Non ci scontreremo mai con il popolo». Quale parte di popolo? «L’ascesa politica di “Macho Camacho” (le formazioni catto-fasciste), che riporta la Bibbia o la resistenza dei “poncho rossi”?», la domanda retorica di Claudia Fanti. Esplicita da subito la ‘seconda vicepresidente del Senato Jeanine Áñez’ (pre autonomina a presidente), sollecitando i militari a fermare «le orde delinquenziali», vale a dire i militanti del  Movimiento al Socialismo di Evo Morales.

Evo Morales in Messico

Tra la quasi metà del paese che ha votato Morales, c’è anche chi è disposto a resistere, «come i migliaia di contadini dell’Altipiano tra cui i ponchos rojos, gruppi di combattenti aymara  che sono scesi in strada a El Alto al grido di ‘ahora sí, guerra civil’». E come la Confederación Sindical de Trabajadores Campesinos, che ha annunciato blocchi stradali in tutto il paese come forma di «resistenza generale al colpo di stato guidato da Carlos Mesa e soprattutto da Luis Fernando Camacho, leader del Comitato civico di Santa Cruz, da sempre bastione della ricca élite bianca di estrema destra».

Il ‘Bolsonaro boliviano’

Luis Fernando Camacho, imprenditore 40enne il cui nome compare nello scandalo dei Panama Papers, condivide politicamente molto il presidente brasiliano. Il soprannome di ‘Macho Camacho’, i costanti richiami a Dio, «con tanto di promessa, ripetuta per tre settimane, che la Bibbia sarebbe tornata al Palazzo di governo. Una promessa mantenuta pochi minuti prima della rinuncia di Morales, quando è entrato nell’antica sede del governo, il Palazzo Quemado, per depositarvi una bibbia insieme a una bandiera boliviana», mentre i suoi davano fuoco alla whipala, la bandiera dei popoli nativi.

Non solo destra fascista

Camacho e ogni altra espressione della destra, non esauriscono tuttavia l’elenco degli oppositori di Morales. Tra questi, anche gruppi di dissidenti del Mas, organizzazioni femministe e movimenti popolari che si sono opposti alla sua ricandidatura dopo il referendum perso nel 2016, una forzatura della Costituzione. Settori che dopo aver contribuito alla sua vittoria nel 2006, erano poi passati a denunciare il modello estrattivista nel Territorio Indigeno e nel Parco Nazionale Isiboro Sécure. Ora, di fronte al rischio di una guerra civile, l’allarme anche da queste forze è che la destra razzista, colonialista e patriarcale riesca a imporsi con un bagno di sangue.

Ancora una volta si dimostra che in America latina le forze preposte alla difesa della democrazia e dello stato di diritto sono invece al servizio di un’oligarchia e dell’impero nordamericano. È un copione già seguito dai golpe contro Arbens in Guatemala, nel Cile di Allende, con l’operazione Condor in Argentina, poi con Chavez in Venezuela. Prima una campagna nazionale e internazionale di accuse mai provate ma diffuse dai media. Poi una seconda fase di agitazione di classi medie che prepara l’intervento finale dei militari. Ci eravamo augurati e illusi che fosse roba del secolo passato. Questo «muro» invece non cade.

 

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Autovelox anti-cellulare: è in arrivo e ti fotografa anche dentro l’abitacolo

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autovelox anti-cellulare

Autovelox anti-cellulare: Rappresentano le prime generazioni e una vera e propria stangata per gli automobilisti indisciplinati.

Intercetteranno non solo i limiti orari ma riusciranno anche a immortalare gli automobilisti che usano il telefono alla guida o non indossano la cintura di sicurezza. Molti cittadini lo ignorano, ma in realtà è ormai da tempo che in Italia si usano i telelaser in questione, chiamati TruCam.

L’ultima città ad aver deciso di dotarsene è Limena, in provincia di Padova: lo ha raccontato il Gazzettino, secondo cui il comune ha approvato la spesa (di 19.837 euro) per sostituire il suo vecchio telelaser, acquistato nel 2005. Soddisfatto l’assessore Jody Barichello: “Dotare i nostri vigili di uno strumento innovativo significa garantire sicurezza non solo ai nostri cittadini ma anche a chi transita lungo le nostre strade“.

Ecco in quali città esiste già

Ma TruCam è già in uso da tempo in altre città italiane, come Cuneo e Rimini e persino le piccole Legnago (Ve), Misterbianco (Ct) e Sestriere (To). Inoltre, è in dotazione degli agenti della Polizia Stradale dal 2017. Nel 2017 in Italia c’erano circa 500 TruCam, di cui una ventina usati dalla stradale: da allora lo strumento è diventato ancora più diffuso.

Autovelox anti-cellulare, come funziona?

TruCam è in grado di verificare l’effettiva velocità in avvicinamento di un’auto. Inoltre – riporta il Corriere della Sera -, grazie alla capacità di realizzare video HD (e non solo semplici foto), può individuare gli automobilisti al telefono o senza cinture. TruCam funziona anche di notte o in condizioni di scarsa visibilità grazie a un flash a infrarossi e può essere usato in postazioni fisse o mobili.

Autovelox anti-cellulare, esiste una piccola scappatoia

Dal momento che il suo scopo è individuare le auto che vanno più veloce del dovuto, però, questo telelaser non intercetta chi viaggia senza cintura o è distratto dal cellulare se si mantiene entro i limiti di velocità, perché entra in azione solo se c’è una violazione di questi ultimi.

La distrazione del telefonino è la prima causa di incidenti in Italia

Troppe le distrazioni causate dai cellulari per chi è al volante. Secondo l’Azienda Nazionale Autonoma delle Strade (Anas)il cellulare è oggi la causa principale degli incidenti stradali. Non esistono dati sul numero di sinistri in cui è implicato l’uso del telefonino, ma gli addetti ai lavori da anni additano questa abitudine come una delle più diffuse forme di distrazione alla guida.

Giordano Biserni, presidente dell’Associazione sostenitori e amici della Polizia Stradale (Asaps), addita quella del cellulare come “una piaga ancora più subdola dell’alcol“. Chi viene beccato al telefono mentre guida rischia 161 euro di multa e la decurtazione di 5 punti dalla patente. E, se si viene sorpresi una seconda volta entro due anni dalla prima infrazione, si incorre in multe più salate e sospensione della patente.

Fonte https://www.meteoweek.com/

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Le aziende che testano ancora i cosmetici sugli animali: ecco quali sono

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test animali

Dal 2013 nell’Unione Europea è vietato testare i cosmetici sugli animali. Tuttavia, all’esterno dei paesi membri è ancora possibile effettuare dei test sugli animali.

prodotti cosmetici venduti o prodotti all’interno dell’Unione Europea dal 2013 non sono testati sugli animali per valutare la loro sicurezza.

Shampoo, mascara, creme o qualsiasi altro cosmetico non è testato sugli animali all’interno dell’Ue. All’estero, in molti paesi vige ancora il test sugli animali come norma di sicurezza. Nella maggior parte di casi, si tratta di aziende che commerciano anche in Italia.

Ogni anno, l’organizzazione Peta e Cruelty Free stillano l’elenco delle aziende, aggiornandolo, con i marchi che non effettuano test cosmetici sugli animali.

Il nuovo elenco, pubblicato l’8 novembre, contiene ben 4mila marchi che non effettuano test. Ovviamente, non rientrano le aziende che commercializzano in paesi dove vengono richiesti i test sugli animali.

Sperimentazioni dolorose che mirano a verificare irritazione cutanea e oculare o i pericoli ingestione. Per cui gli animali sono forzati ad ingerire i prodotti oppure i prodotti vengono spalmati sulla pelle o negli occhi per verificare il loro grado di pericolo. Dose che si rivelano anche letali agli animali.

Ecco l’elenco di alcune aziende note che vendono i loro prodotti in Cina e che proseguono i test sugli animali:

Bourjois
Max Factor
Yves Rocher
Shiseido (esclusi i marchi Buxom e BareMinerals)
Revlon
Clinique
Christian Dior
Maybelline
Avon
L’Oreal

Metodi alternativi test animali

Ancora oggi gli animali continuano ad essere vittime di sperimentazioni crudeli nonostante siano presenti metodi alternativi validi ai test sugli animali e che sia nota da tempo la tossicità dei numerosi ingredienti e sostanze impiegati nella produzione dei cosmetici.

Sistemi convalidati come modelli in vitro, modelli di pelle umana ricostruita o applicazioni informatiche per misurare l’irritazione, la corrosione, la fototossicità e l’assorbimento cutaneo degli ingredienti cosmetici e dei prodotti finiti.

Consulta la lista aggiornata clicca qui: Aziende che non testano i cosmetici sugli animali

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Golpe militare in Bolivia. Mandato di arresto per Evo Morales, torna indietro l’orologio della storia

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In Bolivia è stato spiccato un mandato di arresto per il presidente dimissionario Evo Morales. Lo ha annunciato Luis Fernando Camacho, leader indiscusso del movimento dei comitati civici che ha portato alle dimissioni di Morales.

Via twitter Camacho, presidente del “Comitè pro Santa Cruz”, ha aggiunto che “la polizia e i militari lo stanno cercando nel Chapare, luogo dove si è nascosto”.

Quanto sta accadendo in queste ore con la presa del potere da parte dei militari vicini all’oligarchia possidente, di etnia bianca, riporta alla memoria le violenze subìte dal popolo indigeno della Bolivia, di cui Evo Morales è espressione.

La Bolivia ha vissuto 18 anni di dittature militari fra il novembre del 1964 e l’ottobre del 1982 e solo recentemente si era iniziato a far luce su assassini, sparizioni forzate, torture, detenzioni arbitrarie e violenze sessuali commessi durante l’era dittatoriale boliviana.

Morales intendeva portare a giudizio i responsabili delle torture e dei crimini commessi durante le dittature di Hugo Banzer (1971-1978) e Luis Garcia Meza (1980-1981).

“Il tempo passa e urge la necessità di chiarire i fatti, perché se non si rivela ciò che successe il Paese e il popolo non vedrà recuperata la sua Storia e potrebbe accadere nuovamente quel che accadde durante le dittature”, ha dichiarato la presidente dell’associazione delle vittime, Nila Heredia, spiegando che “il caso boliviano è molto grave perché non c’è stato processo a Hugo Banzer né a nessuno dei dittatori per delitti di lesa umanità”.

E proprio in Italia, a piazzale Clodio è stata emessa l’unica condanna degli imputati “eccellenti”: vertici militari boliviani, peruviani, uruguaiani e cileni che a vario titolo sono stati accusati di aver mandato a morte una ventina di cittadini di origine italiana.

La prima sentenza che in Europa certifica in via giudiziale l’esistenza di uno sforzo coordinato delle dittature militari dei vari paesi latini. Il Piano Condor, appunto, eterodiretto da Washington. Un tema che stanotte è tornato drammaticamente di attualità.

Fonte: Leggi cosa è successo prima del Golpe

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10 motivi per cui i vaccini antinfluenzali fanno più male dell’influenza stessa

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vaccino influenza

I vaccini antinfluenzali funzionano? Sono sicuri? E sono davvero necessari?

Esistono molte alternative naturali per potenziare il sistema immunitario, ma gli unici metodi proposti dalla sanità pubblica sono le vaccinazioni.

Secondo questo articolo i vaccini non solo sono inefficaci, ma contengono anche sostanze pericolose per la salute.

Leggi con attenzione, rifletti su quello che dice e facci sapere cosa ne pensi…

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Molti esperti della salute ora sono d’accordo sul fatto che è più importante proteggere te stesso e la tua famiglia dal vaccino antinfluenzale che dall’influenza stessa.

Scopriamo insieme i motivi:

1. Non ci sono prove che i bambini traggano benefici dai vaccini. Una rassegna di 51 studi che hanno coinvolto 260.000 bambini di età tra i 6 e i 23 mesi non è riuscita a dimostrare che il vaccino è più efficace di un placebo. Inoltre i vaccini proteggono solo da un particolare ceppo di virus, quindi se entri in contatto con un ceppo diverso, continuerai comunque a prendere l’influenza.

2. Riviste mediche hanno pubblicato migliaia di articoli che rivelano che iniettare vaccini può causare gravi problemi di salute, incluse pericolose risposte immunitarie e una serie di altre infezioni. Questo accresce ulteriormente la sensibilità del corpo alle malattie da cui si supponeva il vaccino dovesse proteggere.

3. Hai mai notato che i bambini vaccinati in pochi giorni o settimane cominciano ad avere nasi gocciolanti, pneumonia, infezioni delle orecchie e bronchioliti? E’ il virus dell’influenza introdotto nel loro corpo a dare questi sintomi. Questo indica anche che l’immunosoppressione abbassa le difese. Il vaccino in realtà non immunizza, ma rende il corpo più sensibile al virus.

4. E’ cosa nota che il vaccino per l’influenza contiene ceppi del virus, oltre agli altri ingredienti. Ora, pensa all’impatto che un vaccino può avere su una persone con un sistema immunitario debole. Se hai una malattia che già ti sta indebolendo e sta riducendo le capacità del tuo corpo di combattere un virus, prendere il vaccino per l’influenza metterà il tuo corpo in pericolo, predisponendoti a contrarre tutti gli effetti dell’influenza e rendendoti più sensibile a pneumonia e altre malattie contagiose.

5. Il vaccino per l’influenza contiene mercurio, un metallo pesante noto per la sua pericolosità per l’uomo. La quantità di mercurio contenuta in un vaccino multidose è più alta del massimo limite giornaliero consentito. La tossicità del mercurio può provocare perdita di memoria, depressione, Sindrome da deficit di attenzione, problemi di salute orale, squilibri digestivi, problemi respiratori, malattie cardiovascolari e molti altri seri disturbi.

E gli anziani? Il vaccino può aiutarli?

6. Ci sono prove che il vaccino possa provocare l’Alzheimer. Un report mostra che le persone che ricevono il vaccino per l’influenza ogni anno per 3-5 anni hanno probabilità 10 volte più alte di avere l’Alzheimer di chi non prende il vaccino. Inoltre con l’età le difese immunitarie si indeboliscono, e si abbassa la capacità di combattere le infezioni. Introdurre il virus dell’influenza nel corpo di un anziano può avere conseguenze molto pericolose (leggi qui lo studio).

Dobbiamo fidarci delle autorità che promuovono la vasta diffusione dei vaccini?

7. Il Center for Disease Control nomina una Commissione, Advisory Committee on Immunization Practices (ACIP) di 15 membri. Questa commissione decide chi deve essere vacinato ogni anno. Quasi tutte le ACIP hanno interessi economici nelle vaccinazioni. E’ tutta una questione di soldi e ha poco a che fare con la tua salute e sullo stare bene. Le persone che promuovono i vaccini sono quelle che faranno milioni di dollari.

Questo non fa venire i dubbi sull’efficacia dei vaccini antinfluenzali?

8. Ricerche mostrano che il sovraddosaggio di vaccini e medicine come Tamiflu e Relenza possono in realtà alterare il virus dell’influenza e mutarlo in un ceppo mortale. Unisci questo a un ceppo resistente alle medicine e otterrai virtualmente zero benefici con alti rischi.

9. Ci sono abbastanza prove del fatto che gli ingredienti presenti nei vaccini antinfluenzali possono provocare malattie neurologiche. Nel 1976, con lo scoppio della suina, molte delle persone che hanno preso il vaccino hanno avuto danni nervosi permanenti.

I vaccini per l’influenza possono contenere ingredienti pericolosi come detergenti, mercurio, formaldeide e ceppi di virus vivo. Davvero vuoi che queste cose entrino nel tuo corpo?

10. Cercare di capire di volta in volta contro quale ceppo stagionale vaccinarsi è come tentare la sorte. Questo si è visto soprattutto negli ultimi anni con il ceppo H1N1. Prendere multidosi sarà ancora più pericoloso, a causa dei diversi ceppi di virus e delle altre sostanze nocive introdotte nel tuo corpo.

I vaccini anti-influenzali sono in realtà molto più pericolosi di quanto pensi, ed è molto meglio affidarsi ai metodi naturali per proteggersi dall’influenza che farti vaccinare.

Non è interessante che i principali funzionari della sanità pubblica non promuovano modi per prevenire l’influenza se non la vaccinazione? Perché non si spendono un po’ dei miliardi di dollari di pubblicità per parlarci dei modi naturali per rinforzare il nostro sistema immunitario ed evitare l’influenza, senza vaccinazioni dannose e talvolta mortali?

Questo articolo è tratto da:

Flu Shots are More Dangerous than Flu

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La Medicina che Vorrei: Personalizzata, Integrata e Umanizzata – Il Nuovo Libro di Roberto Gava

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Il Fatto Quotidiano: “Ilva ha venduto le polveri velenose come concimi”. Xylella falso problema?

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ilva polveri

(di Francesco Casula e Antonio Massari – Il Fatto Quotidiano) – È il 24 febbraio 2004 quando davanti all’Ilva di Taranto si presenta un camion con rimorchio. Il giorno prima, al varco del siderurgico, è giunto un documento che anticipa la visita del camionista: “Dovrebbe venire un autoarticolato, inviato dalla ditta Ecofert Europe, per prelevare… dei sacconi di ‘sfridi potassici’… vogliate autorizzarne l’ingresso ed effettuare la consueta tara”.

Sul documento, scritto in calce e a mano, si legge “Ok 17 sacconi”. La Ecofert Europe è una società pugliese che si occupa di concimi. Secondo il luogotenente della Guardia di Finanza Roberto Mariani, sentito come teste il 9 settembre scorso, di sacconi che contenevano ‘sfridi potassici’, la Ecofert ne avrebbe acquistati per almeno mille tonnellate. Non sappiamo se e come li abbia poi utilizzati.

Quel che sappiamo è che, secondo la Procura di Taranto e la GdF, non era concime: si trattava di rifiuti pericolosi. Rifiuti che l’Ilva aveva persino tentato, invano, di smaltire al suo interno.

La scoperta avviene quando – è il 5 aprile scorso – gli investigatori ricevono la documentazione pervenuta dalla società Arcelor Mittal. E diventa pubblica durante le udienze del processo tarantino “Ambiente svenduto” che vede imputati, tra gli altri, gli ex patron dell’Ilva Fabio e Nicola Riva, e altre 42 persone, incluso l’ex governatore Nichi Vendola.

Il 9 settembre il pm Mariano Buccoliero, mentre il luogotenente Mariani illustra il contenuto delle fatture, chiede incredulo: “Quindi concime? Cioè dall’agglomerato usciva concime?”.

Nessun concime: erano le polveri degli elettrofiltri utilizzati per abbattere i fumi.

“La situazione prospettata – si legge in un’informativa della Gdf datata 25 giugno – ha evidenziato che già nel 2005 erano stati riscontrati nelle polveri Meep (Meep è il nome dell’elettrofiltro, ndr) i primi casi di superamento dei valori limite del piombo e (…) in una sola occasione, quelli del tellurio (cancerogeno).

L’aumento consistente del piombo è stato riscontrato a partire dal 2008. In ragione del piombo, anche se in sommatoria con altri metalli pesanti, dal 2010 al 2013 la caratteristica di pericolo è stata estesa anche alla ecotossicità. I risultati dei test (…) hanno evidenziato, a partire dal 2005, rapporti di prova con valori tali da escludere la possibilità di conferire in discarica interna (…) le polveri degli elettrofiltri (…) a causa dei parametri critici di piombo e selenio e, in casi minori, cadmio, rame e cianuri”.

Prima di venderli come “concime” l’Ilva ha provato a smaltirli al suo interno. L’ex dipendente Cosimo Zizzo spiega però che il riciclo nel processo produttivo “non andava bene”. “Ho visto caricare i camion e andare via”, aggiunge, “ho assistito anche il personale dei nostri che li caricava… però non so dove siano andati, chi erano i gestori di queste ditte… cosa ne facessero precisamente non lo so, so che qualcuno ha detto che erano ricchi di fosfati, di potassio, cioè roba che poteva trasformarsi in un prodotto per l’agricoltura”.

“Per le polveri Meep – si legge ancora nell’informativa – fu effettuato il tentativo di reimmetterle direttamente all’interno del circuito. Le prove durarono solo qualche mese, tra il 1999 e il 2000, ma non fornirono esito positivo. Fu deciso di scaricare le polveri in una betoniera per avviarle a smaltimento in stato fangoso”.

Poi arriva la vendita: “Ilva provvedeva alla cessione di polveri Meep sotto forma di ‘sfridi potassici’ nei confronti delle società Chimsider Logistica e servizi srl e Ecofert Europe srl. Le fatture commerciali… avevano quale oggetto: ‘concime minerale semplice – sali misti di potassio – ossido di potassio’. Sembrerebbe di capire che il processo produttivo dell’agglomerato generasse direttamente un concime che, come tale, non necessitava di ulteriori lavorazioni”.

Per quanto possa sembrare incredibile, stando agli atti d’indagine, l’Ilva ha venduto polveri – che contenevano piombo, selenio, cadmio, rame e cianuri – come concime pronto per l’utilizzo. E le società Chimsider Logistica ed Ecofert Europe le hanno acquistate. C’è soltanto da augurarsi che non siano state utilizzate come concime e, nel caso, chissà in quale modo sono state smaltite.

Vincenzo Musolino, funzionario di Arpa Puglia, ha evidenziato che sebbene le polveri avessero un contenuto rilevante di potassio, non poteva essere trascurata la presenza di altri metalli che di fatto le rendevano pericolose. Secondo gli investigatori, utilizzate come concime minerale, le poveri Meep avrebbero potuto contaminare terreni, falde e coltivazioni.

Non solo: “Le conseguenze potevano interessare anche la salute degli operatori addetti alla manipolazione”. “Non è da escludere – si legge nell’informativa – che le modalità con le quali sono state gestite le polveri degli elettrofiltri Esp e Meep, possano aver provocato nocumento alla sicurezza e alla salute della cittadinanza”. E ancora: “Anche per altre tipologie di rifiuti la gestione aziendale è stata verosimilmente la medesima”

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Cina, le «gabbie» contro la dipendenza da internet dei giovani

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La morte di un adolescente in un centro di trattamento per la dipendenza da internet ha riacceso le polemiche su queste controverse strutture cinesi.

Il 3 agosto scorso, un giovane di diciotto anni era stato ammesso al Centro di trattamento della città di Fuyang; dopo appena due giorni lo staff ha comunicato ai genitori che il ragazzo era stato portato d’urgenza in ospedale, dove poco dopo è morto. Il direttore e quattro membri del personale sono stati interrogati dalla polizia locale e il centro è stato chiuso per indagini.

I familiari del ragazzo avevano deciso di mandarlo in uno di questi centri, dopo che si erano resi conto di non essere in grado di aiutarlo a risolvere il problema della dipendenza da internet.

Il referto medico postmortem ha rivelato alla famiglia Liu che sul corpo del figlio c’era circa una ventina di ferite esterne visibili, insieme a varie altre ferite interne, mentre la madre ha dichiarato ad  Anhui Shangbao: «Il corpo di mio figlio era ricoperto di cicatrici dalla testa ai piedi […] quando l’ho mandato al centro stava bene, come è potuto morire in sole quarantotto ore?».

Il Telegraph, in un’inchiesta (del 2015, ndt), ha calcolato che in Cina ci sono approssimativamente 731 milioni di utenti internet, e circa 24 milioni sono considerati dipendenti dai computer, il che equivale al 10 percento della popolazione giovanile che frequentata il web.

Il South China Morning Post’ ha riportato in un servizio  che dal 2005 sono sorti, sparsi in ogni angolo del Paese, non meno di 250 centri di trattamento per giovani, che offrono terapie per il comportamento dipendente o ribelle (indisciplinato).
Secondo la BBC, le famiglie possono arrivare a spendere anche 30.000 yuan (circa 5.000 euro) per ricoverare i loro figli.

Secondo Hilla Medalia, sceneggiatrice  israeliana,  in un’intervista alla BBC, «molti di questi centri sono situati in basi militari e sono essenzialmente centri di rieducazione, ma ci sono anche centri privati e scuole».

I pazienti sono inseriti in un programma di duro allenamento fisico: vengono eseguite delle vere e proprie esercitazioni militari per migliorare la cattiva forma fisica dei ragazzi e per insegnare la disciplina, tutte cose che secondo i direttori dei centri aiutano i ragazzi a superare le loro dipendenze; inoltre ai partecipanti è richiesto anche di svolgere dei compiti pratici come preparare i cibi.

Sempre secondo il Telegraph, oltre all’allenamento fisico, i centri provvedono a fornire trattamenti psicologici, elettroshock e prescrizioni di psicofarmaci, se li ritengono necessari, che possono essere sedativi o antidepressivi.

Disciplina militare nei centri di trattamento per la dipendenza da web (Photo: Fernando Moreles)

Tuttavia nel corso degli ultimi anni sono stati riportati diversi casi di abuso sui pazienti; numerose strutture di questo tipo sono indagate dalle autorità locali, a causa di prove evidenti sull’uso di punizioni corporali da parte del personale: vari pazienti hanno subito brutali pestaggi e privazione del sonno; una ragazza, che era stata ammessa all’Accademia di Shandong, ha riferito al The Paper che al centro ha vissuto  «una vita senza dignità».

Secondo la BBC, i membri della comunità sono preoccupati e sono giunti alla conclusione che molti giovani vengano forzati a seguire i metodi di trattamento contro la loro stessa volontà.
Trent Bax, ricercatore sulle dipendenze da internet della South Korea’s Ewha Womans University, ha affermato che molti genitori mandano i loro figli in questi istituti, perché dal 2014 viene pubblicizzato che lì avranno ‘soluzioni rapide’ per le sofferenze dei loro figli, attraverso ‘il potere emotivo della persuasione’.

Psichiatra prepara un paziente per un trattamento di elettroshock a basso voltaggio, al Centro di trattamento per la dipendenza da internet, nella periferia sud occidentale di Daxing, a Pechino, marzo 2007. (AFP/AFP/Getty Images)

Le tragiche morti in questi istituti continuano a gettare benzina sul fuoco del dibattito, già acceso, riguardo a quanto anche la capacità educativa dei genitori sia da ritenere responsabile o, in parte, da biasimare.
Mingguang Daily ha fatto notare in un editoriale che «alcuni genitori appena scoprono il problema, invece di riflettere sulla propria responsabilità nell’educare i figli, preferiscono cercare l’intervento di terze persone che li aiutino a risolvere la situazione».

La politica del figlio unico, inoltre, aveva amplificato una certa pressione della società sui giovani: in una schietta intervista al South China Morning Post, un giovane adolescente al Qide Education Centre, ha rivelato perché internet per i giovanissimi sia così affascinante e così alto il rischio della dipendenza per loro: «I miei genitori vogliono che studi a casa tutto il giorno e non mi permettono di giocare fuori».

Wang ha ammesso che giocare su internet, talvolta senza interruzione per più di tre giorni di seguito, gli permette di sfuggire alla pressione che i genitori e la società riversano su di lui, in un sistema scolastico come quello cinese che è altamente competitivo. A dispetto dei risultati negativi nei voti scolastici, Wang ha aggiunto: «Ho ricevuto un senso di soddisfazione (più gratificante, ndt) nel raggiungimento e nel superamento di un livello di gioco».

I commentatori dei media mettono in evidenza che nei centri di recupero mancano gruppi di ascolto che facciano da supporto psicologico, sia a livello istituzionale che professionale: questo lascia i genitori, con figli affetti da dipendenza, senza speranza di aver risolto il problema.

Il Beijing Times ha consigliato alle famiglie di non affidare i propri bambini a queste strutture, benché largamente pubblicizzate, e ha scritto: «Non mandate i vostri bambini in questa specie di gabbia: usare la violenza significa solo ferire ulteriormente un bambino».

Traduzione di Fabio Cotroneo

Articolo in inglese:  Web Junkie Rushed to Hospital, 20 Injuries Sustained at Internet Addiction Bootcamp

Fonte,Epoch Times,24 agosto 2017:http://epochtimes.it/news/cina-le-gabbie-contro-la-dipendenza-da-internet-dei-giovani/

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Abbiamo i migliori limoni del mondo,ma li importiamo dal Cile facendo fallire le aziende Italiane

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limoni cile

Limoni a 3€al chilo dal Cile e aziende siciliane che ne producono i migliori del mondo in fallimento.Questo grazie all’UE e al consenso politico italiano.

Sembra un paradosso, ma è così. I limoni li abbiamo in Italia, ma preferiamo farli arrivare da altri Paesi. La crescita, in questo senso è esponenziale.

“La realtà dei fatti – commenta Coldiretti – è che, dati alla mano, oltre il 25 per cento dei limoni consumati in Italia è di importazione. Se nel 1995 l’Italia importava 17,8 milioni di chilogrammi di limoni, oggi le importazioni sono arrivate a superare i 103 milioni di chilogrammi.

La produzione nazionale, nello stesso periodo, da poco meno di 700 milioni di chilogrammi è crollata a poco più di 300 milioni di chilogrammi, sotto i colpi di prezzi troppo bassi e delle importazioni“, conclude Coldiretti.

E le aziende siciliane, dove in Italia ci sono i limoni, muoiono.

Fra il 2000 e il 2010 ha chiuso i battenti più del 40% delle aziende agricole in Sicilia, che produce l’85% dei limoni italiani. La “riviera dei Limoni”, che attraversa Aci Castello, Acitrezza, Giarre e Roccalumera non fa eccezione: dai 6mila ettari e 135mila tonnellate del 2009 ai 5mila ettari e 120 mila tonnellate del 2011.La ragione non è soltanto la concorrenza estera, ma soprattutto l’incapacità degli imprenditori isolani di reagire al cambiamento.

Come riporta la Repubblica di Palermo: “Limoni a 7 centesimi al chilo, i produttori li lasciano sugli alberi. Settanta chilometri di distese di limoneti disegnano la costa tra Catania e Messina.

Hanno creato nell’immaginario collettivo l’iconografia della Sicilia, ma tra pochi anni di quegli alberi potrebbe non restare traccia. Ai contadini che producono nel tratto di terra che attraversa Aci Castello, Acitrezza e Giarre, fino a Roccalumera, non conviene più coltivare i limoni, perché i costi per produrli sono arrivati a superare i ricavi della vendita: sette centesimi per un chilo, contro i tredici che costa raccoglierli.

E così migliaia di tonnellate di frutti rimangono a marcire sui rami. E si preferisce rincarare e guadagnare su quelli stranieri che importiamo a basso costo.”

Ma ciò che ha messo maggiormente in crisi il mercato agricolo siciliano «è stata l’apertura delle frontiere dell’Unione Europea con tutti gli altri Paesi, che ha creato una liberalizzazione degli scambi troppo veloce rispetto ad un mondo agricolo impreparato a questi eventi».

fonte

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