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Chi fuma cannabis ha più spermatozoi e livelli più alti di testosterone

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cannabis spermatozoi

Ricercatori americani della prestigiosa Università di Harvard hanno dimostrato che i fumatori di cannabis hanno una concentrazione di spermatozoi superiore ai non fumatori, inoltre presentano livelli di testosterone più elevati. I risultati della ricerca, condotta su campioni raccolti da 662 partecipanti, dovranno essere ulteriormente approfonditi.

Gli uomini che fumano cannabis hanno un numero maggiore di spermatozoi e livelli più elevati di testosterone. Lo ha dimostrato un team di ricerca americano guidato da studiosi della prestigiosa Scuola di Salute Pubblica “T. H. Chan” dell’Università di Harvard, che hanno collaborato con colleghi di vari dipartimenti dell’ateneo di Boston e con quelli dell’Ospedale Generale del Massachusetts.

La ricerca. Gli scienziati, coordinati dal professor Jorge Chavarro, docente di Nutrizione ed Epidemiologia presso il Dipartimento di Salute Ambientale dell’ateneo, tra il 2000 e il 2017 hanno raccolto oltre 1.100 campioni di sperma da 662 uomini con un’età media di 36 anni, tutti in una condizione di fertilità ridotta e in cerca di una soluzione in cliniche specializzate. Circa la metà degli uomini coinvolti ha rilasciato anche campioni di sangue per una valutazione sulle concentrazioni degli ormoni sessuali.

Cannabis e Spermatozoi

Marijuana e spermatozoi. A tutti i partecipanti sono stati sottoposti questionari che comprendevano domande anche circa l’utilizzo della marijuana. Dall’analisi statistica dei dati è emerso che il 55 percento di essi aveva fumato marijuana; l’11 percento era fumatore corrente, mentre il restante 44 percento l’aveva fumata in passato. Incrociando tutti i dati è emerso che i fumatori di marijuana (attuali e passati), in media, avevano 62,7 milioni di spermatozoi per millilitro contro i 45,5 milioni dei non fumatori. Soltanto il 5 percento dei fumatori di marijuana aveva meno di 15 milioni di spermatozoi per millilitro, contro il 12 percento dei non fumatori. Dall’indagine è emersa anche una concentrazione di testosterone superiore nei consumatori della sostanza.

I risultati. Gli scienziati non sanno perché i fumatori di marijuana hanno più spermatozoi, ma per chi ne fuma quantità ridotte potrebbe esserci un’azione positiva a livello del sistema endocannabinoide, che gioca un ruolo nella fertilità, come dichiarato dal professor Chavarro. Chi ne fuma troppa, tuttavia, non otterrebbe questo potenziale beneficio. Del resto diversi studi hanno trovato un’associazione negativa tra consumo di cannabis e fertilità. Secondo gli autori dello studio esiste un’altra interpretazione plausibile; chi possiede livelli più elevati di testosterone è normalmente spinto a comportamenti rischiosi, compreso il fumare marijuana. Dunque si tratterebbe di una chiave di lettura differente.

Rapporto controverso: consumo di cannabis e fertilità

Ricerca da approfondire. Chavarro e colleghi sottolineano che i risultati dello studio sono limitati anche dal fatto che tutti gli uomini coinvolti erano in cura presso cliniche di fertilità, pertanto non è detto che possano essere estesi anche alla popolazione generale. Inoltre, prima di confermare un’associazione positiva tra consumo di cannabis e fertilità saranno necessari ulteriori e approfonditi studi, poiché ancora non si conoscono tutti gli effetti sulla salute legati al consumo della sostanza. Insomma, gli autori dello studio suggeriscono di non gettarsi a capofitto sulla cannabis se si soffre di infertilità, ma di consultare il proprio medico curante. I dettagli della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista scientifica specializzata Human Reproduction.

fonte: Fanpage.it

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Artrite reumatoide: italiani scoprono interruttore che blocca la malattia

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artrite reumatoide

Un team italo-scozzese coordinato da ricercatori italiani ha individuato nella piccola molecola MiR34a la chiave per arrestare l’artrite reumatoide, una patologia autoimmune che colpisce circa 300mila persone nel nostro paese, soprattutto donne.

Scoperta dell’interruttore molecolare

Ricercatori dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e dell’Università di Glasgow (Scozia) hanno scoperto un “interruttore molecolare” in grado di bloccare il processo autoimmune alla base dell’artrite reumatoide, una poliartrite infiammatoria che colpisce principalmente le articolazioni ma che ha un impatto anche sull’aspettativa di vita dei pazienti. Gli studiosi, coordinati dai dottori Gianfranco Ferraccioli ed Elisa Gremese, hanno individuato questa chiave nella molecola chiamata “MiR34a”, che è responsabile dell’attivazione delle cellule dendritiche, a loro volta coinvolte nella risposta anomala del sistema immunitario che scatena la patologia.

Cellule che presentano l’antigene

Chiamate cellule APC, acronimo di Antigen-Presenting Cell, ovvero “cellule che presentano l’antigene”, le cellule dendritiche (DC) una volta attivate migrano nei linfonodi dove spingono le cellule T e B del sistema immunitario a innescare la reazione. Nell’artrite reumatoide il processo “impazzisce”, e invece di difendere l’organismo queste cellule sono spinte ad aggredire i tessuti delle articolazioni, gli organi e le ossa, producendo inoltre anticorpi patologici.

Molecola AXL carente nei pazienti affetti da malattia

Isolando cellule dendritiche dal fluido sinoviale, dal sangue e dalle articolazioni di alcuni pazienti malati di artrite reumatoide, i ricercatori hanno scoperto che oltre a sviluppare le molecole infiammatorie sono ricche di MiR34a, in particolar modo in quelli allo stadio iniziale della malattia. Questa molecola è in grado di sopprimerne un’altra che regola l’azione delle cellule dendritiche, la AXL, che è carente nei pazienti affetti da artrite reumatoide. Sfruttando queste conoscenze in alcuni esperimenti sui topi, gli scienziati hanno scoperto che sopprimendo MiR34a gli animali riescono a sviluppare una vera e propria resistenza all’artrite reumatoide.

Attraverso farmaci mirati – alcuni dei quali già in sperimentazione – in grado di inibire questo interruttore molecolare anche negli esseri umani sarà dunque possibile “ristabilire l’equilibrio immulogico e promuovere la risoluzione dell’artrite”, come ha sottolineato con ottimismo il professor Ferraccioli. I dettagli della ricerca sono stati pubblicati sull’autorevole rivista scientifica Nature Communications.

Articolo di Di Andrea Centini

Fonte: scienze.fanpage.it

Foto: https://cdn1.medicalnewstoday.com

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Le dicono che il feto è morto ma non abortisce e nasce un figlio sano

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feto morto non abortisce

Per i medici del Pronto soccorso del San Giovanni Calibita Fatebenefratelli, non restava che la via dell’aborto terapeutico:

Il feto per loro era morto, il cuoricino non batteva, l’ecografia era piatta. Ed invece quel bimbo è nato in perfetta salute, nello stesso ospedale. Oggi ha tre mesi e mezzo. Ma tutto ciò è stato possibile solo grazie alla testardaggine della giovane madre che quel giorno non si è voluta fidare della diagnosi dei medici del pronto soccorso.

Oggi chiede giustizia e, visto che il reato di tentato omicidio colposo non può essere contestato, ha deciso di puntare al risarcimento dei danni morali: «Non si può precludere la vita di un bimbo innocente per una superficialità» chiarisce, assistita dall’avvocato Pietro Nicotera, che per lei ha indirizzato all’ospedale la lettera con cui preannuncia l’azione legale.

DIAGNOSI ERRATA

La mamma che ha salvato la gravidanza grazie al suo istinto si chiama Maria S., abita all’Eur ed ha un altro figlio, una bambina di due anni. Il 4 aprile del 2013 si era presentata al pronto soccorso di ginecologia dell’ospedale sull’Isola Tiberina perché preoccupata dalla comparsa di perdite ematiche.

Temeva che quel segno potesse significare la fine della gravidanza appena cominciata. «Signora, ha avuto un aborto interno» le dice una dottoressa «Non c’è traccia del battito in ecografia. E anche se alle prime settimane di gravidanza, alla quinta bisognerà procedere col raschiamento. Consigliamo il ricovero. Se vuole lo disponiamo subito». Maria S., invece, preferisce andar via.

Ha una gran voglia di piangere, il marito e la bimba l’aspettano a casa, non se la sente all’istante di dire addio al puntino che cresce in lei e neanche di finire subito sotto i ferri. Su suggerimento della dottoressa, decide, in alternativa all’intervento, di assumere un farmaco per provocare l’espulsione e torna a casa. Il tutto viene sintetizzato sul verbale di pronto soccorso. La paziente «entra alle 11.06 ed esce alle 15.44».

«Diagnosi: aborto interno. Informata sul decorso clinico della terapia, la paziente decide il trattamento con Methergin cpr». La mamma, spinta dal fiuto, compra il farmaco ma non lo assume. Anzi il giorno dopo, di buon’ora, si fa visitare dal suo medico di base, all’Eur, specializzato in ginecologia. «Quel giudizio al pronto soccorso di ostetricia del Fatebenefratelli, nonostante le analisi e l’ecografia, mi era sembrato troppo frettoloso – racconta – quindi la sera, a casa, ho messo subito via il Methergin, e ho cominciato a cercare informazioni su internet dove ho trovato la conferma di quanto avevo già intuito, ossia che non sempre il battito degli embrioni è individuabile alla quinta settimana.

Meglio aspettare quindi per farmaci e ferri. Io il mio bambino, anche se la gravidanza non era stata pianificata, lo volevo». Il medico di base conferma la bontà della sua decisione. «E’ vero il battito non c’è, ma la gravidanza è appena cominciata» si sente rispondere Maria S. l’indomani dalla sua dottoressa. «Aspettiamo una settimana per capire se c’è stato o meno l’aborto interno». Qualche giorno dopo una ecografia scioglie ogni dubbio: l’embrione è vivo e cresce. La diagnosi elaborata al pronto soccorso era errata.

LA TESTIMONIANZA

«Il mio bambino è nato il 2 dicembre del 2013», racconta ora Maria. «Pesava tre chili e mezzo. Ho avuto una gravidanza e un parto naturale sereno. E ogni volta che mi soffermo a guardare il mio piccolo mi rendo conto del pericolo scampato. Se non avessi seguito il mio istinto sarei stata io stessa la carnefice di mio figlio. Ecco perché sono sempre stata convinta che un’azione legale fosse un’iniziativa non solo giusta, ma doverosa. Nei pronto soccorso il personale deve essere altamente qualificato. Non si può sbagliare con la vita».

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Malasanità, gli ospedali che fanno la pubblicità illegale al latte artificiale ci guadagnano?

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latte artificiale

Il problema dell’Italia non è solo la mancanza di alcune leggi necessarie. Il problema è che in molti casi la legge c’è, ma non c’è nessuno che abbia voglia di farla rispettare. Sarebbe un errore dare la colpa per questo stato di cose solo a giudici e forze dell’ordine. In uno Stato democratico è indispensabile che siano gli stessi cittadini a impegnarsi in quella che una volta si chiamava “battaglia per la legalità”.

Con Peopleforplanet.it stiamo dando vita a una serie di iniziative su questo fronte. Da una nostra inchiesta, ad esempio, è emerso che in alcuni reparti di ostetricia consegnano alle puerpere in dimissione dall’ospedale dopo il parto, insieme alle informazioni sanitarie, anche la segnalazione della marca di un latte artificiale per neonati consigliato. Consigliare la marca di un latte artificiale è vietato dalla legge. Abbiamo denunciato questo fatto pubblicando le foto della documentazione raccolta, confermata dalle testimonianze delle madri che hanno ricevuto materiali informativi con il “consiglio per gli acquisti” dentro.

Ovviamente la pubblicazione di questa inchiesta non ha ottenuto nessun risultato. Lo sapevamo ed eravamo preparati. Non vogliamo solo denunciare un illecito: vogliamo che siano prese severe misure contro chi ha commesso questo reato. La prima azione con la quale vogliamo ottenere risultati concreti è stata quella di rivolgerci alla ministra della Salute Giulia Grillo.

Ma intanto abbiamo messo all’opera il nostro gruppo di avvocati per iniziare un’azione legale sulla base della legge del 1994, aggiornata dal Decreto 9 aprile 2009 n. 82, che all’articolo 10 precisa che “la pubblicità degli alimenti per lattanti è vietata in qualunque modo, in qualunque forma e attraverso qualsiasi canale, compresi gli ospedali, i consultori familiari, gli asili nido, gli studi medici, nonché convegni, congressi, stand ed esposizioni”. Chiaramente un conto è fare una denuncia giornalistica, un conto è rivolgersi ai giudici.

Alcuni ospedali prescrivono latte artificiale di una specifica marca direttamente sul libretto sanitario del bimbo che viene consegnato al momento delle dimissioni ospedaliere dopo la nascita. Altri, più prudenti, effettuano la prescrizione su un foglio (che non sempre riporta l’intestazione della struttura ospedaliera) che viene poi inserito in mezzo al libretto sanitario: l’Italia è piena di manine.

Vogliamo che venga aperta un’inchiesta, vogliamo che si identifichino le manine, vogliamo che si scopra se sono stati i primari che hanno dato ordini in proposito oppure si tratta di iniziative compiute a loro insaputa. In Italia ti può capitare che ti regalino una casa a tua insaputa, può certamente succedere che qualcuno guadagni sulla pubblicità al latte artificiale a insaputa di tutti. Per chiarire la questione Miriam Cesta, autrice dell’inchiesta, ha intervistato Martina Carabetta, consulente professionale in allattamento materno (IbclcInternational board certified lactation consultant), che ha dichiarato che la promozione di una specifica marca di latte artificiale “non solo è vietata dalla legge italiana, ma è anche eticamente scorretta dato che arriva dagli operatori della salute, che hanno ovviamente autorevolezza agli occhi delle neomamme e dei neopapà. L’indicazione di uno specifico latte artificiale alla dimissione dall’ospedale dopo il parto induce infatti i genitori a credere che quella marca sia migliore rispetto ad altre, o che il bambino sia obbligato per qualche motivo ad assumere quello specifico latte”.

Questa inchiesta è stata realizzata con la collaborazione di donne impegnate nella diffusione dell’allattamento al seno, pratica fondamentale per il benessere delle mamme e dei piccoli. Grazie a questa collaborazione è stata raccolta una documentazione inoppugnabile. Ma ovviamente più elementi di prova abbiamo, meglio è. Chiediamo quindi a chi avesse ricevuto informative illegali di questo tipo di segnalarcele, inviandoci la foto dei fogli promozionali delle marche di latte artificiale per neonati a redazione@peopleforplanet.it.

Se ci aiutate possiamo riuscire a stroncare questo malcostume. E chiediamo a chi fosse a conoscenza di altre violazioni della legge o dell’etica professionale di segnalarcele. Questa azione è solo un inizio. Ci sono tante altre illegalità contro le quali è giusto e possibile agire. Le leggi vengono rispettate se i cittadini si danno da fare.

Di Iacopo Fo

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Il problema non è aiutarli a casa loro. È liberare casa loro. E restituire il maltolto. Ecco come le multinazionali sottraggono all’Africa miliardi di dollari

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aiutarli a casa loro
Secondo il nuovo rapporto Oxfam rilasciato in data odierna [2 giugno, ndt], intitolato: “Africa: l’ascesa per pochi”(1), 11 miliardi di dollari sono stati sottratti all’Africa nell’arco dell’anno 2010,
grazie all’utilizzo di uno tra i tanti trucchi usati dalle multinazionali per ridurre le imposte.
Tale cifra, è sei volte l’equivalente dell’importo che sarebbe necessario a colmare il vuoto di fondi nel sistema sanitario di Sierra Leone, Liberia, Guinea, Guinea Bissau, tutti Stati in cui è presente l’ebola. Le scoperte dell’Oxfam arrivano in corrispondenza dell’imminente partecipazione dei leader politici ed economici al 25° World Economic Forum Africa, che si terrà in Sudafrica.
Il tema principale dell’incontro sarà come assicurare l’ascesa economica dell’Africa e conseguire uno sviluppo sostenibile. E’ necessaria una riforma del sistema di tassazione globale, affinché l’Africa possa pretendere i fondi che le spettano – tra l’altro, è necessaria per affrontare l’estrema povertà e disuguaglianza – e diviene realmente determinante se il continente deve continuare la sua crescita economica.

L’Oxfam ha richiesto a tutti i governi, la presenza dei capi di Stato e dei ministri delle finanze in vista della Financing for Development Conference che si terrà a luglio in Etiopia.

La conferenza di Addis Abeba stabilirà le modalità con cui il mondo finanzierà lo sviluppo per i prossimi vent’anni; questa è un’opportunità per i governi, affinché inizino a elaborare un sistema globale di tassazione più democratico ed equo.

Winnie Byanyima, direttore esecutivo internazionale dell’Oxfam, ha dichiarato: “L’Africa sta subendo un’emorragia di miliardi di dollari, a causa dei trucchi usati dalle multinazionali per imbrogliare i governi africani, lasciandoli senza le entrate dovute, dal momento che non pagano la loro giusta quota di tasse. Se le entrate delle tasse fossero investite in educazione ed assistenza sanitaria, le società e le economie prospererebbero ulteriormente in tutto il continente”.

Nel 2010, l’ultimo anno di cui sono disponibili i dati, le compagnie multinazionali hanno evitato di pagare tasse per un ammontare di 40 miliardi di dollari statunitensi, grazie ad una pratica chiamata trade mispricing – nella quale una compagnia stabilisce prezzi artificiali per i beni e servizi venduti tra le proprie sussidiarie, al fine di evitare la tassazione.
Con le corporate tax rates che hanno una media pari al 28% in Africa, ciò equivale a 11 miliardi di dollari statunitensi come entrate sotto forma di tasse.
Il trade mispricing è solo uno dei trucchi che le multinazionali usano per non pagare la loro quota giusta di tassazioni. Secondo l’UNCTAD, i paesi in via di sviluppo nella loro totalità, perdono, secondo una stima, 100 miliardi di dollari l’anno attraverso un altro set di schemi che permettono di evitare i pagamenti, coinvolgendo i paradisi fiscali.
Le compagnie fanno una dura attività di lobbying per avere agevolazioni fiscali come ricompensa per basare e mantenere le loro attività nelle nazioni africane.
Le agevolazioni fiscali fornite alle sei più grandi compagnie di estrazione mineraria in Sierra Leone, raggiungono il 59% del budget totale della nazione o equivalgono a 8 volte il budget sanitario statale.
Byanyima ha aggiunto: “I leader africani non devono assistere inerti all’approvazione del nuovo sistema di tassazione globale, cosa che dà alle multinazionali la libertà di scansare i loro obblighi di pagamento delle tasse in Africa.
I leader politici e d’affari devono mettere da parte la loro importanza, innanzi alle richieste, sempre più insistenti, di una riforma del sistema di tassazione internazionale. Le nazioni africane, devono introdurre un approccio più progressivo e democratico alla tassazione – incluso un appello alla parola ‘fine’ per le esenzioni dalle tasse per le compagnie straniere”.
Gli attuali meccanismi internazionali volti a superare l’evasione fiscale, come il processo BEPS (Base Erosion and Profit Shifting), controllato dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE)(2) per il G20, lasciano aperte enormi “vie di fuga” per le tasse, che le multinazionali possono continuare a sfruttare in tutto il mondo in via di sviluppo. Molte nazioni africane sono state escluse dalle discussioni sulla riforma del BEPS e, come risultato, non ne trarranno alcun beneficio.
(Traduzione di: Marco Nocera)
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Il Reattore Nucleare Vecchio due Miliardi di Anni

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reattore nucleare vecchio miliardi di anni

Lo chiamavano il ‘mostro atomico’

In tutto il pianeta non è mai esistito un generatore di energia così grande e così efficiente: pareti ad angolo inclinato, isolamento per i residui nucleari e il miglior sistema di raffreddamento che l’ingegneria abbia mai potuto sviluppare. Ma è vecchio di due miliardi di anni.

Il reattore nucleare della Repubblica del Gabon ha una struttura talmente ben progettata che avrebbe potuto funzionare per sempre. C’è chi dice che sia appartenuto a un’antica civiltà super avanzata, citando la suggestiva teoria che vede la storia umana come un susseguirsi di estinzioni di massa e ritorno della civiltà. Dopo il periodo della ‘grande distruzione’, molte civiltà successive avrebbero provato ad approfittare dei resti del ‘mostro’, per ritornare ai tempi di gloria.

Nel corso degli anni, la struttura del reattore originale potrebbe essere divenuta troppo traballante e il sistema di riciclaggio dell’uranio potrebbe aver smesso di funzionare. Alla fine, con il passare dei millenni, le pareti e i canali di raffreddamento, arrugginiti, avrebbero finito per confondersi con la montagna che un tempo li aveva ospitati. Miliardi di anni dopo, l’unico resto di quel possibile sito ‘tecnologico’ era l’uranio impoverito: il resto del reattore era irriconoscibile.

Questo scenario fittizio potrebbe non esser molto lontano da quello reale, se teniamo in considerazione che per molti scienziati l’esistenza del ‘reattore nucleare del Gabon’ ‒ un gigantesco deposito di uranio scoperto in Africa nei primi anni 70 ‒ è un fenomeno che non si sarebbe mai potuto verificare naturalmente. Con un’età approssimativa di due miliardi di anni, le miniere di Oklo, nella Repubblica del Gabon, sono state scoperte quando i tecnici di una società francese si sono accorti che l’uranio del luogo era già stato estratto e utilizzato.

Tra scenario possibile a reale

Dopo aver analizzato i campioni della miniera, i tecnici della Centrale Nucleare di Tricastin si sono resi conto che il minerale non poteva essere utilizzato a fini industriali. Sospettando una possibile frode da parte della società che lo esportava, i responsabili della centrale di Tricastin hanno deciso di indagare sul motivo per cui, mentre i normali campioni di uranio possedevano circa lo 0,7 per cento di materiale utilizzabile, quelli di Oklo ne avevano solo lo 0,3 per cento. Una volta confermato che il materiale era quel che rimaneva di una vecchia reazione nucleare, i ricercatori di tutto il mondo sono accorsi sul luogo per studiare il fenomeno.

Dopo approfondite analisi chimiche e geologiche, la comunità scientifica arriva a una sorprendente conclusione unanime: la miniera di uranio del Gabon era stata un reattore di 35 mila chilometri quadrati, entrato in funzione 2 miliardi di anni fa e rimasta funzionante per 500 mila anni.

Queste enormi cifre hanno spinto molti specialisti a impegnarsi per trovare una spiegazione plausibile. Ma ancora oggi il caso del Gabon suscita gli stessi e scomodi interrogativi di quaranta anni fa. Cosa o chi aveva usato il nucleare prima che qualsiasi civiltà mettesse piede sulla Terra? Come riuscirono a progettare un complesso di reattori così grandi? Come hanno potuto mantenerlo in funzione per cosi tanto tempo?

LA SPIEGAZIONE IMPROBABILE

Nel tentativo di spiegare l’origine del reattore, gli scienziati si sono rivolti a una vecchia teoria del chimico giapponese Kazuo Kuroda, che anni prima era stato ridicolizzato dopo averla divulgata.

Kuroda aveva sostenuto che una reazione nucleare potesse aver luogo anche senza l’intervento dell’uomo, se esistevano in natura un certo numero di condizioni essenziali: un deposito di uranio della giusta dimensione, un minerale con un’alta percentuale di uranio fissile, un elemento che agisse come moderatore, e l’assenza di particelle disciolte, poiché ostacolano la reazione.

Nonostante ben tre di queste condizioni fossero altamente improbabili, ancora più difficile da spiegare era come una reazione nucleare naturale potesse essersi mantenuta in equilibrio senza che il nucleo di uranio scomparisse o si fondesse durante un periodo stimato di 500 mila anni. Per questo motivo, gli scienziati hanno aggiunto all’ipotesi di Kuroda un ultimo fattore: un sistema geologico casuale che permetteva l’entrata di acqua nei depositi e l’uscita del vapore di reazione.

Si stima che milioni di anni fa, la percentuale di uranio fissile presente in natura fosse molto più alta (circa il 3 per cento del minerale), un fatto chiave perché la supposta reazione potesse avvenire. In base a questo fattore, gli scienziati proposero che ogni tre ore i depositi di uranio potevano essersi attivati spontaneamente quando venivano inondati dall’acqua filtrata dalle fessure, generando calore e raffreddandosi, quando l’acqua, che funzionava da moderatore, evaporava completamente.

Tuttavia, secondo la teoria di Kuroda, l’acqua doveva avere una buona percentuale di deuterio (acqua pesante), e doveva essere priva di qualsiasi particella che potesse impedire ai neutroni di innescare la reazione. Poteva l’acqua filtrata dalla rocce avere caratteristiche così eccezionali? Potrebbe esistere in natura un liquido che anche oggi richiede un così elaborato processo produttivo?

INGEGNERIA ESTREMA

Dopo una serie di analisi geologiche, i ricercatori hanno scoperto che il reattore di Oklo conservava ancora un’ultima sorpresa: i ‘depositi’ dei rifiuti erano disposti in una maniera tale da far rilevare ancora radioattività nella miniera, nonostante fossero passati milioni di anni. Infatti, è stato stimato che l’impatto termico di quei reattori a Oklo non superasse il raggio d’azione di 40 metri. Gli scienziati riconoscono l’impossibilità di emulare un sistema di smaltimento così efficiente, e il reattore ancora viene studiato al fine di progettare nuove tecnologie basate sulla sua struttura.

In poche parole, il reattore gigante nel Gabon era progettato meglio di qualsiasi altro reattore moderno.

Pertanto, anche se la teoria dei ‘reattori naturali’ è oggi la più diffusa a livello accademico, sul sito di Oklo molte domande devono ancora ricevere una risposta. Perché l’uranio è stato rinvenuto in depositi ben definiti e non sparsi in tutto il territorio? Può una reazione avvenire spontaneamente e in forma indipendente in venti luoghi distinti di tutto il giacimento? Perché questo fenomeno è accaduto esclusivamente in Africa e non anche in altre parti del mondo? Possono le pareti di una miniera formare casualmente un disegno tale che non permetta alla radioattività di fuoriuscire? Ma soprattutto, che cosa è accaduto esattamente in Gabon due miliardi di anni fa?

www.ilsapere.it

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Cesena, l’invasione dei topi pazzi continua: saltano sulle auto, entrano in casa, lottano tra di loro

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Prosegue ormai da alcuni giorni la misteriosa invasione di ratti bianchi nel Cesenate, tra Cesena e Cesenatico. Nella notte sono state diverse le chiamate alla sala operativa del comando provinciale dei Vigili del fuoco da cittadini che riferiscono di roditori «impazziti» e che sono stati trovati anche in case.

Centinaia i topi che da giorni si riversano in strada, tanto che è stato necessario l’intervento di Vigili del fuoco, polizia municipale e Asl per rimuovere le carcasse degli esemplari investiti dagli automobilisti. I roditori sono stati visti anche mordersi tra di loro e saltare sulle vetture. Intanto dal Comune è partita un’operazione di disinfestazione.

Tra le possibili spiegazioni per questo inquietante fenomeno, si fa largo quella che riconduce il tutto alla chiusura di un vicino allevamento di piccioni dove i roditori abitualmente trovavano quel cibo ora costretti a procacciarsi altrove.

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Riconoscere un pellet di qualità grazie a questo semplice test casalingo

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Il pellet è ormai uno dei combustibili maggiormente utilizzati per il riscaldamento domestico.Quindi acquistare un pellet di qualità è indispensabile.

E’ ormai noto che pellet è uno dei combustibili maggiormente utilizzati per il riscaldamento domestico, quindi acquistare un prodotto di qualità è fondamentale sia per la resa termica (la quale se bassa produrrebbe un consumo eccessivo e calore insufficiente), sia per la salute della vostra stufa o caldaia e anche per la salute del vostro organismo.

Se si vuole ottenere una combustione ottimale, evitando anche di intasare facilmente la macchina, occorre tener conto di diverse caratteristiche: materiale utilizzato, residuo ceneriumiditàpotere calorifico e anche le varie certificazioni.

Potere calorifico

È il calore liberato dalla combustione di un’unità pellet e viene misurato in MJ/kg (megajoule per kg), in kWh/kg (Kilowattora per kg) o Kcal/kg (chilocaloria per kg).
Ad esempio, se una tipologia di pellet ha un potere calorifico di 12,2 MJ/kg (= 3,4 kWh/kg), vuol dire che bruciandone un chilogrammo si liberano 12,2 MJ (= 3,4 kWh) di energia, sotto forma di calore.

In genere i produttori riportano sui sacchi dei propri prodotti il potere calorifico espresso in kWh/kg. Un pellet con un buon potere calorifico dovrebbe avere questo valore a 5 kWh/kg o superiore.

Residuo ceneri

In genere i produttori di riportano sui sacchi dei propri prodotti il residuo ceneri espresso in percentuale, si intende la percentuale in peso della componente inorganica del pellet, le ceneri appunto. Ad esempio se viene riportato il valore del residuo ceneri allo 0,7%, vuoldire che un sacco da 15 kg produrrà circa 105 grammi di cenere.

E’ auspicabile che il contenuto delle ceneri sia il più basso possibile, per ridurre il fastidio di svuotare il contenitore dalle ceneri il meno possibile, e per effettuare meno pulizie periodiche alla macchina possibili.
Un prodotto abbastanza “pulito” dovrebbe avere questo valore inferiore allo 0,5%.

Umidità

Il contenuto di umidità misura la quantità di acqua presente nel pellet in percentuale. In genere, l’umidità è inferiore al 10%. L’umidità condiziona il comportamento energetico del prodotto.
Più umidità significa più acqua e più acqua determina una minore presenza della massa secca e conseguentemente minore energia generata in combustione. C’è poi da considerare che l’acqua presente nel prodotto evapora in combustione, sottraendo calore e determinando minore efficienza dell’impianto energetico.
Quando invece il contenuto di umidità è basso, il pellet offre alte prestazioni energetiche e una maggiore densità energetica, ovvero il volume occupato dal pellet contiene più energia con vantaggio nello stoccaggio e nella logistica.
Un prodotto abbastanza asciutto dovrebbe avere questo valore intorno all’ 8%.

Materiale utilizzato

E’ possibile trovare in commercio il pellet prodotto con quasi tutti i tipi di legno disponibili: faggio, abete, quercia, eucalipto, pino ecc.
I prodotti maggiormente utilizzati e che riescono a rientrare nei parametri specificati sopra sono a base di faggio e abete.

Certificazioni di qualità

Altro elemento da tenere in considerazione per scegliere un pellet qualitativo, è quello di controllare sempre sull’etichetta del sacco, se sono presenti delle certiticazioni di qualità, ad esempio la “Pellet Gold” o “En Plus”.

Per determinare un buon pellet però basta solo anche identificare la classe del pellet riportata sul sacchetto.

  • La classe A1 e la classe A2 identificano il pellet derivante da legna vergine o da residui legnosi non trattati chimicamente. Esse differiscono principalmente per il contenuto di cenere
  • La classe B consente l’utilizzo anche di residui legnosi trattati chimicamente.

Quindi possiamo affermare che:

Come testare il pellet

Per riconoscere un prodotto di qualità, oltre a tener conto dei parametri sopra citati, sarebbe buona norma fare dei test alternativi per verificare che se sui sacchi sono riportati dei valori veritieri e non farlocchi.

Innanzitutto il pellet di qualità deve essere costituito da cilindri di diametro costante e avere una superficie liscia e lucida, e all’interno delle confezioni non deve esserci molto legno in polvere.
Controllate inoltre che le confezioni siano integre in quanto il pellet tende ad assorbire umidità. L’umidità non solo riduce il potere calorifico ed aumenta i fumi emessi ma gonfia il prodotto che potrebbe creare problemi alle stufe e alle caldaie.

Dopo aver fatto le verifiche sopra citate procedete come segue:

  • Prendere un bicchiere di acqua fredda.
  • Prendere alcuni tocchetti che si vuole testare.
  • Immergerli, indicativamente, per un minuto.

Ora il pellet può rimanere compatto e non subire alcuna deformazione oppure può sfaldarsi completamente.
Nel primo caso, la compattezza è sinonimo di presenza di collanti chimici, che oltre a poter essere dannosi per la salute, causano anche un basso rendimento, poiché i tronchetti si bruciano difficilmente. Al contrario, se il prodotto si sfalda significa che non ci sono collanti o che questi siano naturali.
Inoltre per valutare la bontà del prodotto basta immergere alcuni piccoli pezzi sempre in un bicchiere d’acqua: se vanno a fondo il pellet è di ottima qualità, se rimangono a galla no.

Fonte https://www.jedanews.it

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In Italia poveri sempre più poveri e ricchi sempre più ricchi, non è crisi, ma un sistema, ecco perchè

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In Italia la crisi ha portato ad un allargamento delle distanze sociali. Dal 2008 al 2013, in 5 anni, le dieci famiglie più ricche d’Italia sono diventate più ricche del 30% degli italiani più poveri. Nel 2008 la ricchezza accumulata dal 30% più povero degli italiani, circa 18 milioni di persone, era il doppio del patrimonio totale delle 10 famiglie più ricche d’Italia. 18 milioni di italiani detenevano una ricchezza, contando patrimoni immobiliari, denaro e investimenti, pari a 114 miliardi di euro, circa 6300 euro a persona.

Le 10 famiglie più ricche

Le 10 famiglie più ricche, tra cui si possono annoverare Berlusconi, Del Vecchio, i Ferrero, Giorgio Armani, Caltagirone, arrivavano a 58 miliardi di euro, 5,8 miliardi di media a famiglia. Nel 2013 avviene il sorpasso. Le dieci famiglia con i patrimoni maggiori diventano più ricche del totale del 30% degli italiani più poveri. In 5 anni i patrimoni delle famiglia più ricche, nonostante la crisi economica, sono passati da 58 a 98 miliardi di euro. Il 30% degli italiani più poveri in 5 anni è passato, invece, da 114 miliardi di euro a 95 miliardi di euro. Mentre l’economia italiana balzava indietro del 12% e le ricchezze del 30% degli italiani più poveri, tenendo conto dell’erosione del potere d’acquisto e dell’inflazione, calavano del 20%, i patrimoni delle famiglie più ricche aumentavano del 70%. Questi dati emergono da un approfondimento realizzato da Repubblica sui patrimoni italiani negli anni della crisi basato su i dati pubblicati dalla Banca D’Italia sulla ricchezza del Paese e la suddivisione delle ricchezza fra i diversi strati sociali.

E informazioni sulle 10 famiglie più ricche sono tratte, invece, dalla classifica annuale stilata da Forbes. Ovviamente entrambe le fonti non sono perfette poiché le informazioni sui patrimoni personali non sono pubbliche e nascono da semplici stime che possono essere accurate o meno.

Quello che importa, però, non sono i numeri in se quanto la tendenza stessa che testimonia che in Italia esistono diverse storie che possono raccontare la crisi in maniera assai diversa. L’abbattimento della ricchezza, come si può denotare a questi dati, si è scaricato con violenza soltanto sulla parte bassa della scala sociale. Al vertice della stessa l’andamento aveva il verso opposto con patrimoni che si accumulavano a ritmi sempre più veloci.

La ricchezza totale degli italiani in 5 anni cala di 814 miliardi facendo sparire il patrimonio netto di un decimo di ogni persona a causa della recessione. L’erosione è spiegata con il calo di valore delle case, che va ad intaccare di 2/3 la perdita subita da ogni patrimonio personale, mentre il resto va ricercato nelle perdite finanziarie dovute al fatto che le famiglie hanno attinto ai propri risparmi per far fronte alle spese quotidiane.

Fonte https://www.investireoggi.it

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METEO: un MEDICANE ovvero un URAGANO MEDITERRANEO punta verso Italia con NEVE e TEMPESTE, ecco cosa accadrà

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medicane gennaio 2019

Arrivano sempre più conferme circa l’evoluzione estrema proposta dai modelli fisico matematici questa mattina sul Medicane che si abbatterà sull’Italia a metà della prossima settimana. Gli americani sono abituati a chiamarlo MEDICANE, unendo le due parole: Mediterranean e Hurricane, ovvero “uragano mediterraneo”. E sarà proprio così: una situazione assolutamente nuova nel pieno della stagione invernale, ecco perché la sua formazione risulta alquanto strana anche se possibile, poiché proposta da qualche giorno (con insistenza) dai modelli fisico-matematici a nostra disposizione.

Solitamente, negli anni passati, eravamo abituati a vederli nella stagione autunnale (anche se di rado), ma questa volta arriverà in pieno inverno. Non solo: sarà alimentato da aria gelida che provocherà tempeste di neve e bufere.

Secondo i nostri centri di calcolo, il MEDICANE si creerà la prossima settimana, in particolare tra Mercoledì 23 e Giovedì 24 Gennaioe sull’Italia potrebbe abbattersi sull’Italia (per la prima volta)un vero e proprio URAGANO dai connotati pienamente invernali.

Aria di origine artico-marittima, partendo dalle latitudini settentrionali, attraverserà le nazioni centrali Europee e dopo si tufferà nel Mediterraneo attraverso la porta del Rodano. L’Aria polare, a contatto con le acque calde dei nostri mari darà vita ad un vortice ciclonico che assumerà le sembianze di un vero e proprio URAGANO, che fa paura. Per il momento, è visto transitare tra la Sardegna e le regioni tirreniche con una pressione record inferiore a 975 Hpa.

Il mix tra aria molto fredda in quota e aria più mite al suolo creerà una situazione ESPLOSIVA, come non se ne vedeva da tempo. Forse, per la prima volta! Le basse temperature, il richiamo di aria umida da Sud determineranno vere e proprio tormente e bufere di neve con venti oltre i 120 km/h tra il 23 e il 24 Gennaio. Non solo, previsti anche intensi temporali nevosi che colpirebbero a macchia di leopardo un po’ tutte le regioni del Centro-Nord. Difatti, le regioni che soffriranno di più saranno quelle Centro-Settentrionali, settori Tirrenici, Sardegna e Sicilia.

 

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